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La trentina, ex numero 143 del mondo e oggi in risalita dopo anni complicati, ha attraversato momenti difficili. Alla fine del 2020 ha scoperto di soffrire di una forma di artrite che per mesi le ha impedito perfino di stringere una racchetta senza dolore. Oggi, grazie alla sua forza di volontà, al lavoro svolto con il reumatologo Massimiliano Limonta e con il suo team tecnico composto da Tommaso Iozzo e Giulia Gatto-Monticone, è tornata competitiva
di Cristian Sonzogni | 20 giugno 2026
Nel tennis dei pro si parla spesso di classifiche, risultati e vittorie. Molto meno di ciò che accade dietro le quinte, quando un atleta si trova improvvisamente a fare i conti con problemi di salute che mettono in discussione non solo la carriera, ma anche la quotidianità. Deborah Chiesa, ex numero 143 del mondo e oggi in risalita dopo anni complicati, ha attraversato momenti difficili. Alla fine del 2020 ha scoperto di soffrire di una forma di artrite che per mesi le ha impedito perfino di stringere una racchetta senza dolore.
Oggi, grazie alla sua forza di volontà, al lavoro svolto con il reumatologo Massimiliano Limonta e con il suo team tecnico composto da Tommaso Iozzo e Giulia Gatto-Monticone, la tennista trentina è tornata competitiva e guarda di nuovo avanti con ambizione. Dalle difficoltà degli ultimi anni alla voglia di tornare a giocare le qualificazioni Slam, passando per il rapporto con Jasmine Paolini e per una nuova serenità mentale: Deborah, 29 anni sulla carta d'identità ma molti meno se parliamo di tennis, si racconta senza filtri. Con la particolarità di essere curata da una persona - il bergamasco Limonta - che non solo è un medico tra i più stimati nel suo settore (e responsabile del reparto all'Ospedale Papa Giovanni XXIII), ma è pure stato numero 56 al mondo a livello Itf (tra gli Over 50) e ha vinto tre tornei internazionali.
Deborah, partiamo dall’attualità. Come sta, prima di tutto, e come giudica questo momento della sua carriera?
"Sto molto bene. Sono davvero contenta di come stanno andando le cose. Con Tommaso Iozzo e Giulia Gatto-Monticone lavoriamo insieme da quasi tre anni, ma alla fine della scorsa stagione abbiamo cambiato qualcosa nel metodo di allenamento. Abbiamo lavorato molto dal punto di vista fisico e i risultati stanno arrivando. A Caserta è andata molto bene, ma anche le settimane precedenti erano state positive. Ho fatto una finale a Santa Margherita di Pula, ho vinto tornei di doppio e ho giocato tante partite di buon livello contro avversarie molto forti. Alcune le ho vinte, altre le ho perse al terzo set, ma nel complesso è sicuramente un ottimo periodo".
Deborah Chiesa colpisce di diritto (foto FB Chiappetta Sport Village)
La classifica attuale non rispecchia il suo valore. Cosa sente di valere, oggi?
"No, sinceramente non lo rispecchia. Sta migliorando e sono contenta, ma non rappresenta ancora come mi sento in campo. Il problema è che il tennis si gioca tutto l’anno e per avere una certa classifica bisogna accumulare tornei e risultati. Negli ultimi anni, a causa dei problemi fisici, non sono quasi mai riuscita a giocare più di una ventina di tornei in una stagione, mentre molte ragazze ne disputano trenta o trentacinque. È inevitabile che questo incida. Però sento di essere in crescita e vedremo cosa diranno i prossimi mesi".
Oggi cosa la motiva di più, il ranking o il suo livello di gioco?
"L’obiettivo è sempre stato quello di tornare a giocare le qualificazioni Slam e avvicinarmi al mio miglior ranking. Però concentrarsi esclusivamente sulla classifica rischia di creare soltanto pressione. Oggi il mio focus è sul lavoro quotidiano: sugli aspetti tecnici, tattici, fisici e mentali che stiamo migliorando. Quando entro in campo penso alle cose che devo fare, non alla classifica. I risultati devono essere una conseguenza".
Come nasce la collaborazione con Tommaso Iozzo e Giulia Gatto-Monticone?
"Li conoscevo già di vista perché li incontravo spesso nei tornei. Nell’agosto del 2023 mi sono ritrovata senza allenatore da un giorno all’altro e ho iniziato a guardarmi intorno. Un conoscente mi ha suggerito di provare a Torino. Sono andata, mi sono trovata subito bene e da lì è iniziato tutto. Tommaso ha una preparazione enorme, mentre Giulia, avendo vissuto il circuito da professionista, capisce perfettamente tante situazioni che una giocatrice attraversa dentro e fuori dal campo. Insieme creano un equilibrio perfetto".
Torniamo al momento più difficile. Quando ha scoperto di soffire di artrite?
"A fine 2020. Arrivavo già da otto mesi di fascite plantare e da un anno molto complicato per via del Covid. A un certo punto mi si sono gonfiate le dita delle mani e dei piedi. Avevo dolore e non capivo cosa stesse succedendo. Ho iniziato a fare controlli e nel maggio del 2021 ho incontrato il dottor Massimiliano Limonta. Prima ero seguita da un altro reumatologo, ma non riuscivamo a trovare una soluzione efficace".
Cosa è cambiato, con Limonta?
"Lui è stato fondamentale. Mi ha spiegato che la mia forma di artrite, che non era artrite reumatoide, se trattata entro i primi mesi dall’insorgenza dei sintomi aveva ottime possibilità di andare in remissione. Abbiamo iniziato una terapia che seguo ancora oggi e gradualmente sono riuscita ad abbandonare il cortisone. Attualmente faccio controlli due volte all’anno e la situazione è sotto controllo".
C’è stato un momento in cui ha avuto paura che la sua carriera potesse finire?
"Sì, perché all’inizio non riuscivo nemmeno a stringere la racchetta senza dolore. Con il freddo mi facevano male le mani, sentivo un dolore fortissimo. Da gennaio a maggio del 2021 praticamente non ho giocato. Poi però, grazie alla terapia, ho iniziato a stare molto meglio e già nell’estate di quell’anno ero tornata a disputare tornei".
Che tipo di rapporto si è creato con Limonta, che a sua volta è appassionato e giocatore di tennis?
"All’inizio ovviamente parlavamo soltanto di salute. Poi, visto che lui è un grandissimo appassionato di tennis e gioca pure a ottimo livello, il rapporto si è evoluto. Oggi ci sentiamo spesso anche per commentare tornei e partite, mie e sue. È stato sempre disponibilissimo e mi ha aiutata tantissimo, non solo dal punto di vista medico".
Che messaggio si sente di dare a chi si trova ad affrontare una situazione simile alla sua?
"Che è fondamentale trovare le persone giuste e affidarsi a loro. Io sono stata fortunata perché abbiamo individuato presto il problema e trovato una terapia efficace. Ma è stato importante anche seguire scrupolosamente tutte le indicazioni. Quando trovi la strada giusta devi avere pazienza e fiducia".
Lei è della stessa generazione di Jasmine Paolini. Come ha vissuto la sua esplosione?
"Siamo cresciute insieme. Abbiamo condiviso stanze, tornei, trasferte, partite in Nazionale. Onestamente non avrei mai immaginato che arrivasse numero 4 del mondo e facesse finale a Roland Garros e Wimbledon nello stesso anno, perché sono risultati incredibili. Però sono stata felicissima per lei. Jasmine è sempre rimasta una ragazza genuina, umile e con i piedi per terra".
Guardando la carriera delle sue coetanee, le capita mai di pensare a dove sarebbe potuta arrivare senza tutti questi problemi?
"Più che rimpianti, per anni ho provato rabbia. Tra il 2020 e il 2022 ho avuto una serie continua di problemi fisici. Poi l’anno scorso sono anche caduta dalle scale e mi sono fermata tre mesi. Per tanto tempo mi sono chiesta perché proprio a me. Ma alla fine ho capito che vivere nel passato non serve a nulla. Ti impedisce di goderti il presente e di costruire il futuro".
Deborah Chiesa - Foto Elisa Morabito
Come ha superato quella rabbia?
"Con tanto lavoro mentale. Ho imparato che la frustrazione non porta da nessuna parte. Certo, quando vedi ragazze con cui ti allenavi da ragazzina stabilmente tra le prime cento qualche pensiero ti viene. Però devo anche ricordarmi che ci sono atlete che hanno dovuto smettere completamente di giocare. Io invece sono ancora qui, sto bene, mi diverto e posso ancora inseguire i miei obiettivi".
Uno di questi obiettivi resta il ritorno agli Slam?
"Assolutamente sì. Sento di poterci arrivare. Serve pazienza, serve continuità, ma è un traguardo che considero ancora realistico".
E il doppio potrebbe diventare un giorno una seconda carriera, magari proprio per arrivare ai Major?
"Per adesso no. Mi piace molto giocarlo e mi diverte, ma il singolare resta la mia priorità. Vedo tante ragazze che stanno costruendo ottime carriere nel doppio e non escludo nulla per il futuro. Però oggi sento ancora di avere margini importanti in singolare e voglio concentrarmi su quello".