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Africa, Davis e non solo: una storia ancora tutta da scrivere

Proprio in questi giorni ci troviamo a metà strada fra due appuntamenti importanti per il tennis africano: i match del Gruppo 5 (quello di partenza) e quelli del Gruppo 3 della Davis 2026. I primi terminati, i secondi in attesa di prendere vita la prossima settimana

08 agosto 2026

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Tra le qualità del tennis, ce n'è una che emerge meno a livello mainstream ma che contribuisce in modo determinante a crearne la forza: parliamo di uno sport diffuso a livello planetario, con tornei internazionali che arrivano praticamente ovunque e con una competizione, la Coppa Davis, che ogni volta segna nuovi record in merito alle squadre partecipanti. Ma se qualcuno sta pensando che, in tutto questo bel discorso, l'Africa sia in qualche modo tagliata fuori, si sbaglia. ITF e ATP hanno spinto molto, negli ultimi anni, sulla diffusione della racchetta nel continente, e piano piano qualcosa si è mosso. Una popolarità che da quelle parti non ha ancora raggiunto quella del calcio, ma che al contempo sta superando (o ha già superato) quella di molte altre discipline.

Proprio in questi giorni ci troviamo a metà strada fra due appuntamenti importanti per il tennis africano: i match del Gruppo 5 (quello di partenza) e quelli del Gruppo 3 della Davis 2026. I primi terminati, i secondi in attesa di prendere vita la prossima settimana. E quale occasione migliore, dunque, per dare un'occhiata all'evoluzione dei giocatori che stanno inseguendo il sogno di farsi portavoce di un intero continente? Attenzione, non parliamo di Africa del Nord (Marocco, Tunisia), già ampiamente presente nella geografia della racchetta e con una tradizione importante che affonda negli anni passati. E non parliamo nemmeno del Sudafrica o dello Zimbabwe, Paesi con possibilità fuori portata per tanti altri. Parliamo dell'Africa profonda, quella dove un campo da tennis è (o era) persino difficile trovarlo. Quella dove il reddito medio pro capite spesso non permette di pensare troppo allo sport.

Entriamo nel dettaglio. Nel Gruppo 5, sui campi di Brazzaville, in Congo (dove dal 2024 va in scena pure un Challenger), erano in scena Madagascar, Etiopia, Mauritania, Camerun, Uganda, Zambia, Libia, Ruanda, Seychelles, Gabon, Tanzania e Congo. Con Camerun e Madagascar che hanno strappato la promozione al Gruppo 4. Nel Gruppo 3 giocheranno invece Benin, Burundi, Costa d'Avorio, Namibia, Senegal e Togo. La maggior parte di questi Paesi non ha giocatori nel ranking ATP, ma ci sono delle eccezioni. Il più forte di tutti, nella tornata in arrivo, viene dalla Costa d'Avorio, si chiama Eliakim Coulibaly, è numero 325 al mondo e a 24 anni sogna ancora gli Slam e il grande tennis. Un altro, un po' più indietro, è il senegalese Seydina Andre (737), mentre il trentenne del Burundi Guy Orly Iradukunda è stato numero 610 prima di scendere (oggi è 1501). Tre storie che meritano attenzione, perché fare il tennista di professione partendo dall'Africa è ancora una vicenda rara.

Africa, Davis e non solo: una storia ancora tutta da scrivere

Coulibaly, per esempio, viene da una famiglia nella quale il tennis non rappresentava uno svago, bensì una possibile fonte di sostentamento. Suo padre Dieudonné aveva imparato a giocare da solo, colpendo la palla contro un muro nelle strade di Abidjan. Non aveva avuto maestri, ma aveva capito che dando lezioni avrebbe potuto guadagnarsi da vivere. Quando è nato Eliakim, quella racchetta si è trasformata in un progetto: provare a fare del figlio il giocatore che lui non aveva avuto la possibilità di diventare. Gli inizi, naturalmente, non hanno avuto molto a che vedere con quelli dei ragazzi cresciuti nelle grandi accademie europee o statunitensi. Campi tutt'altro che perfetti, poche racchette, corde che per essere sostituite richiedevano giorni. Nell'attesa, niente allenamento con la palla: lavoro sui piedi e lunghe corse sulla spiaggia. Un limite diventava un esercizio, un problema si trasformava in una parte della preparazione. Il punto, però, è che per provare davvero a costruire un giocatore internazionale, a un certo momento l'Africa subsahariana non bastava più.

A 13 anni Coulibaly si è trasferito a Casablanca, in uno dei centri di alto rendimento dell'ITF. Ci è rimasto cinque anni, arrivando al numero 16 della classifica mondiale junior, prima di spostarsi in Francia e allenarsi all'accademia di Patrick Mouratoglou. È il percorso che racconta meglio la situazione attuale: il talento può nascere ad Abidjan, Bujumbura o Dakar, ma per essere coltivato ha ancora spesso bisogno di partire per altri lidi. L'obiettivo dei programmi internazionali, dei contributi ITF e dei nuovi tornei africani è proprio ridurre, almeno in parte, questa distanza.

Africa, Davis e non solo: una storia ancora tutta da scrivere

Nel 2025 Coulibaly ha ricevuto una sovvenzione da 12.500 dollari attraverso il Grand Slam Player Development Programme, pensato per aiutare i migliori prospetti provenienti dalle nazioni con meno possibilità. Ma soprattutto ha potuto giocare in casa. Nell'aprile dello stesso anno Abidjan ha ospitato due Challenger consecutivi, facendo della Costa d'Avorio il 95° Paese della storia ad accogliere un torneo del circuito. La prima settimana Eliakim ha sentito troppo la pressione ed è uscito immediatamente. Nella seconda ha cambiato marcia, si è spinto fino alla finale e ha battuto il tunisino Aziz Dougaz, diventando il primo ivoriano a conquistare un titolo Challenger.

Un successo importante non soltanto per i punti e per il salto in classifica. In quelle due settimane Coulibaly non ha dovuto acquistare un volo intercontinentale, cercare un visto, pagare un albergo in Europa o affrontare un torneo nel quale tutto gli fosse estraneo. Ha giocato davanti alla propria gente, mostrando a tanti ragazzini che un atleta del loro Paese poteva vincere una competizione professionistica. Durante l'evento ha anche invitato un raccattapalle di 14 anni a seguirlo da vicino: lo aiutava in allenamento, gli passava le palline, partecipava alla preparazione. Un gesto piccolo, ma in territori nei quali mancano riferimenti visibili anche un gesto del genere può avere un peso.

Il senegalese Andre ha seguito una strada diversa. Nato a Digione, in Francia, alto 196 centimetri, ha scelto di rappresentare il Senegal e a 22 anni ha raggiunto nel 2026 il proprio miglior ranking, il numero 707. È ancora lontano dai Challenger, ma possiede servizio, struttura fisica e tempo per tentare la salita. Iradukunda, invece, è passato dal tennis universitario americano, frequentando Florida State. Nel 2019 è arrivato al numero 610 ATP e ha poi conquistato un titolo ITF in singolare e cinque in doppio. Non è riuscito a spingersi oltre, ma per il Burundi (che tra le donne conta su Sada Nahimana, 276 Wta) la sua carriera resta un punto di riferimento senza precedenti.

Il problema, del resto, non è soltanto produrre un campione. Prima ancora bisogna creare una base, formare tecnici, costruire campi, organizzare tornei e permettere ai ragazzi di competere senza dover attraversare mezzo mondo ogni settimana. Un giovane europeo può trovare decine di eventi internazionali a poche ore da casa, per un coetaneo dell'Africa subsahariana la prima trasferta può già rappresentare un investimento insostenibile. E senza partite non arrivano punti, senza punti non si entra nei tornei migliori e senza tornei migliori diventa quasi impossibile trasformare il talento in una professione.

Per questo contano eccome Brazzaville, Abidjan e le divisioni inferiori della Coppa Davis, in corso in questi giorni. Non perché il livello espresso sia già vicino a quello delle grandi nazioni che dominano il tennis, ma perché costruiscono una geografia nuova. Portano la tracchetta dove prima compariva soltanto in maniera occasionale e permettono alle federazioni locali di avere obiettivi, appuntamenti e giocatori nei quali riconoscersi.

Coulibaly, tornando al migliore del gruppo, vuole entrare nella top 100 e giocare gli Slam. È ancora distante e non è detto che ci riesca. Ma il suo percorso dimostra che fra il muro contro il quale si allenava suo padre e il circuito maggiore può esistere una strada.

Africa, Davis e non solo: una storia ancora tutta da scrivere

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