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Così diverso tra Slam e Masters 1000: il paradosso di Djokovic a 39 anni

Nei Masters 1000 Novak Djokovic arranca e vince gran poco, ma quando arrivano i tornei del Grande Slam si trasforma. Una differenza di rendimento che dimostra una volta di più la grandezza del campione serbo, capace alla bisogna di ritrovare le energie e quella fame interiore che può fare miracoli

22 agosto 2026

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Da sempre, nel tennis, si dice che una delle differenze fra i big e tutti gli altri sia la capacità di giocare meglio quando conta di più. Novak Djokovic l’ha sempre fatto alla grande, arrivando a collezionare il record di 24 titoli nei tornei del Grande Slam, ma in mezzo ha vinto tantissimo anche altrove, con 40 Masters 1000 e svariati altri successi. Dal 2025, tuttavia, il campione serbo sta un po’ estremizzando il concetto di giocare al top solamente negli Slam. Lo scorso anno nei cinque Masters 1000 disputati ha addirittura perso per tre volte al primo turno, riuscendo però a centrare quattro semifinali fra Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e Us Open. E quest’anno la sua differenza di rendimento fra gli Slam e gli altri eventi sembra diventata ancora più drastica.

Basti pensare che, solamente a Melbourne dove è giunto in finale battendo Jannik Sinner prima di arrendersi a Carlos Alcaraz, il campione serbo ha vinto il triplo degli incontri poi portati a casa nei tre Masters 1000 ai quali ha partecipato nei mesi successivi. Di fatto, “Nole” è riuscito ad andare oltre il suo primo match solamente sul cemento di Indian Wells, aggiudicandosi – non senza difficoltà – un paio di incontri. Poi, dopo aver saltato a piè pari Miami, Monte-Carlo e Madrid, è uscito subito prima a Roma e quindi a Cincinnati, con in mezzo un altro forfait a Montreal. Inoltre, spesso è parso in affanno, sia al Foro Italico sia soprattutto di recente nell’Ohio, dove la sua partita (persa) contro l’argentino Thiago Tirante si è trasformata in un incubo a livello fisico.

E pensare che alla vigilia del torneo il serbo aveva detto di sentirsi particolarmente bene, spiegando come il suo corpo avesse reagito molto bene dopo Wimbledon, addirittura meglio rispetto ai tornei del Grande Slam giocati nei due anni precedenti. Il campo, tuttavia, ha raccontato una storia ben diversa, tanto che “Nole” è poi arrivato ad ammettere di essere alle prese da qualche anno con un non meglio precisato problema di salute, che gli crea parecchie difficoltà in condizioni di gioco particolarmente umide e calde.

Così diverso tra Slam e Masters 1000: il paradosso di Djokovic a 39 anni

Eppure, nei Major continua a essere il solito Djokovic: non è più il dominatore assoluto ma arriva in fondo spesso e volentieri, e agli occhi di tutti rimane comunque la principale alternativa alla coppia Sinner-Alcaraz. Soprattutto, riesce a mostrare una condizione ben diversa da quella palesata negli altri eventi. A Melbourne è tornato a giocare una finale, a Parigi è servito un Fonseca in versione fenomeno per batterlo al terzo turno (per il momento la si può considerare l’eccezione: solamente un’altra volta nei nove anni precedenti aveva perso così presto), mentre a Wimbledon è arrivato ancora una volta in semifinale. Un rendimento che stride sempre di più con quello mostrato in tutti gli altri appuntamenti.

A 39 anni è normale non riuscire a esprimere lo stesso livello ogni settimana, ma la capacità di “Nole” di farlo al meglio quando lo ritiene necessario è ammirevole. Di certo, molto è frutto dell’attenzione focalizzata solo sui Major, con allenamenti e ricerca della miglior condizione studiata in funzione dei quattro principali appuntamenti del calendario. Un lusso che solo lui si può permettere, visto che non ha più nulla da dimostrare e non ha più la voglia – e nemmeno la possibilità – di lottare per la testa della classifica. Ma se partecipa anche ad altri tornei (Masters 1000 in primis) lo fa perché ci tiene e perché vuole giocare partite. Un obiettivo che quest’anno sta mettendo a nudo i limiti dovuti alla carta d’identità, che però miracolosamente spariscono quando arriva l’ora degli Slam.

Sarà la fame di quel benedetto 25esimo titolo che Sinner e Alcaraz gli hanno già negato più volte (l’occasione era a Parigi, ma ci si è messo di mezzo Fonseca), sarà la lunga distanza che gli garantisce più tempo per trovare una chiave, oppure è semplicemente l’aura che lo accompagna. In certi tornei l’ha un po’ smarrita o la sta gradualmente smarrendo, ma negli Slam solo Sinner e Alcaraz possono permettersi di non temerlo. Agli occhi di tutti gli altri il cognome Djokovic rimane ancora troppo pesante.

Così diverso tra Slam e Masters 1000: il paradosso di Djokovic a 39 anni

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