Lo scorso anno, a fermare Carlos ci pensò Novak Djokovic, che si impose in quattro set: fu l'ultima volta in cui il serbo riuscì ad avere la meglio su uno dei due leader del tennis contemporaneo. In precedenza, furono Sascha Zverev (2024) e Matteo Berrettini (2022) a stoppare l'iberico. Che al massimo a Melbourne ha centrato i quarti di finale...
16 dicembre 2025
Carlos Alcaraz e l'Australia non sono mai andati troppo d'accordo. A fronte dei titoli conquistati in tutti gli altri Slam, a Melbourne il numero 1 del mondo è stato fin qui un giocatore di media grandezza: quattro partecipazioni, due quarti di finale, un'eliminazione al terzo turno e un'altra addirittura al secondo. Lo scorso anno, a fermarlo ci pensò Novak Djokovic, che si impose in quattro set: fu l'ultima volta in cui il serbo riuscì ad avere la meglio su uno dei due leader del tennis contemporaneo. In precedenza, furono Sascha Zverev (2024) e Matteo Berrettini (2022) a stoppare l'iberico. Ma come mai c'è questa enorme diversità di rendimento, per Carlitos, fra il cemento aussie e tutto il resto?
Per capirlo, facciamo un passo indietro e cominciamo col dire che anche il grande predecessore di Alcaraz, Rafael Nadal, subì più o meno lo stesso destino. Rafa vinse il suo primo Major a Parigi nel 2005, ma giunse pure in finale a Wimbledon nel 2006 e poi nei quarti a New York pochi mesi dopo, prima di arrivare nei migliori otto a Melbourne. In totale, Nadal ha poi centrato 'down under' due titoli (2009 e 2022) e altre quattro finali, bottino importante ma inferiore a quello confezionato dall'iberico negli States, dove nel complesso ha raccolto quattro trofei. Se l'accostamento Alcaraz-Nadal funziona su più livelli, è anche per queste similitudini, che affondano le radici nella formazione e nell'attitudine di due dei più grandi sportivi spagnoli della storia.
Fin qui, i numeri. Poi ci sono le sensazioni. La più chiara è che gli Australian Open 2025, vinti da Jannik Sinner per il secondo anno di fila, siano stati l'ultimo torneo con protagonista il 'vecchio' Alcaraz, quello che ogni tanto si perdeva tra i suoi pensieri dimostrando di avere ancora un po' di strada da fare prima della completa maturazione. Cosa più che comprensibile, considerando che parliamo di un ragazzo nato nel maggio del 2003. A proposito: quest'anno a Melbourne Carlos non corre solamente per prendersi un trofeo che fin qui gli è sempre sfuggito, ma anche per completare il Career Grand Slam, diventando il più giovane della storia del tennis a riuscire nell'impresa. Rafael Nadal ci era riuscito a 24, mentre Roger Federer aveva completato il poker a 27, Novak Djokovic ci era riuscito a 29.
“Non vedo l'ora – ha detto Alcaraz a margine di una premiazione come 'migliore sportivo della Regione di Murcia' – di lavorare sodo e prepararmi al meglio, sia fisicamente che mentalmente, per l'inizio dell'anno. Il mio obiettivo chiaro per il 2026 è vincere l'Australian Open. Il bello e il brutto è che è il primo torneo dell'anno, ma voglio essere pronto da subito per giocare ad alto livello”. Il bilancio per lui, sin qui, parla di 11 vittorie e 4 sconfitte. Non così brillante, considerando il personaggio. “Il fatto che questo Slam si giochi all'inizio della stagione – ha continuato – rende difficile per me arrivare con un ritmo alto, per essere immediatamente competitivo, ma allo stesso tempo non direi che sono andato così male. È solo che altri giocatori hanno prestazioni migliori in quel contesto. In fondo penso di aver giocato un ottimo tennis anche in Australia, e sono solo dei piccoli dettagli che hanno portato alle mie sconfitte. Ho bisogno di quella spinta finale per avanzare, ma credo e spero che quest'anno sarà diverso”.
C'entra il momento della stagione, dunque. Ma c'entra anche, probabilmente, la superficie, soprattutto in correlazioni con le condizioni ambientali. L'estate australiana è molto diversa dal settembre americano, giusto per restare nell'ambito degli Slam che si giocano sugli hardcourt. L'aria è più secca, la palla penetra meglio nell'aria e – malgrado l'operazione di rallentamento dei campi duri non abbia risparmiato Melbourne Park – in generale sono maggiormente premiati coloro che giocano un tennis aggressivo e senza rotazioni.
Cosa che, intendiamoci, Alcaraz ha ormai imparato a fare sul cemento più rapido, ma senza riuscire a far valere quelle variazioni e quelle idee che su terra e su erba risultano particolarmente efficaci. Juan Carlos Ferrero e Samuel Lopez, appena premiati come coach dell'anno dall'Atp, sanno bene cosa serve al loro allievo per sfatare il tabù Australia. E in fondo sono in pochi a pensare a una finale diversa dal solito Sinner-Alcaraz. All'esibizione in Corea del Sud, il 10 gennaio, una prima risposta (senza dubbio non definitiva) sul livello di preparazione dei due cannibali.