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L'angolo dell'insegnante

Come si costruisce l'ambiente giusto

Vediamo nell'esperienza personale di un docente dell'Istituto Superiore di Formazione nonché coach di livello internazionale come si forma un ambiente adatto ad allenare e costruire giocatori veri

di Giampaolo Coppo * | foto Getty Images | 12 novembre 2019

* I.S.F. R. Lombardi

Quando sono venuto a Padova l'obiettivo che avevo in testa era: “in una situazione in cui mi garantiscono le condizioni ottimali dal punto di vista pratico, cosa fare per ottenere un ambiente che permetta a dei ragazzi che giocano bene a tennis di provare a diventare giocatori”.

Ero riuscito nel passato, penso soprattutto con una grande passione ma senza sapere fino in fondo che cosa stessi facendo. Molti giocatori maschi, nati tra il 1970 e il 1977 erano migliorati moltissimo e avevano ottenuto ottimi risultati grazie a quello che si può definire l'“ambiente giusto", alcuni venuti da under 12 come Manuel Gasbarri o Daniele Musa, altri senza punti ATP o con pochissimi punti come Davide Sanguinetti, Davide Scala,Vincenzo Santopadre, Stefano Galvani, Marcello Craca e tantissimi altri.

Con le donne la storia era stata diversa, molto più da “allenatore individuale”. Poi c'era stata la proposta da parte della Federazione di creare un settore tecnico femminile, cosa che per vari motivi non si è concretizzata, e in quell'occasione avevo iniziato a pensare a cosa potessi fare perché si costruisse un ambiente “allenante”.

Condizioni e pre-condizioni

Provo a parlare di queste condizioni, parlando però prima di precondizioni, al di là della validità tecnica della proposta tecnica o atletica. La maggior parte di chi non si sa allenare non sa fare “il proprio lavoro”. Se giocano bene, allora dicono che le condizioni sono buone, si impegnano, sono intelligenti, veloci, insomma - come si dice - ci sono.

Se le cose non vanno come dicono loro, e quindi giocano male, magari si allenano in condizioni non ottimali (palle, campo, partner di lavoro, maestro non gradito, vento o punteggio) e il lavoro scade drasticamente. Vengono fuori i discorsi del tipo, “ma come faccio a impegnarmi se non butto di là un diritto, o se il rimbalzo è sempre di mer...”, e possiamo andare avanti all'infinito.

Regole precise... da applicare

Finché uno non impara a fare il proprio lavoro a prescindere dalle condizioni esterne, non possiamo parlare di allenamento, anche se il tennista in questione sta in campo otto ore al giorno per sei giorni alla settimana. Ci stiamo semplicemente prendendo in giro. Questa situazione nella mia esperienza non cambia con le prediche e con i discorsi.

Sicuramente questa realtà va spiegata una, dieci, cento volte, ma poi occorrono regole assolutamente precise. Deve essere preclusa in maniera assoluta e concreta a chi non fa il proprio lavoro la possibilità di continuare in questa modalità attraverso regole precise e inderogabili. Questa è l'unica condizione di tranquillità nel lavoro. Non si tratta più per l'allenatore di urlare e arrabbiarsi in ogni allenamento, ma semplicemente di applicare regole.

Il ruolo dell'allenatore

Sembra tutto facile tranne che per un particolare. Quanto detto vale esattamente allo stesso modo sia per gli atleti che per gli allenatori e per le persone che lavorano con lui. Cerco di spiegarmi.

Per un giocatore fare il proprio lavoro vuol dire che a prescindere da come vanno le cose e dalla difficoltà delle condizioni esterne, lui deve essere totalmente presente a se stesso e fare il suo meglio. Quindi può anche giocare malissimo ma deve continuare a fare il suo lavoro.

Per un allenatore fare il proprio lavoro significa accorgersi quando il proprio giocatore non fa quello che deve. E quindi non si impegna, “scazza”, gioca male... L'allenatore deve comunque continuare a fare il proprio lavoro al meglio, senza buttarsi giù (e in questo modo buttare giù l'atleta con cui lavora).

Dalle parole ai fatti

Insomma come il giocatore deve, se gioca male, continuare a fare il proprio lavoro, allo stesso modo l'allenatore, se “allena male” perché il suo giocatore sembra non migliorare, deve comunque continuare a fare il proprio lavoro.

Troppe volte ho visto allenatori dire cento volte al suo atleta: “dai tutto e se perdi è assolutamente ok”, e poi diventare matto perché magari il suo atleta ha sbagliato uno smash elementare su una palla decisiva.

Ogni tipo di richiesta che facciamo al nostro “giocatore” deve essere reciproca. E allora: investi su te stesso, gioca tornei dove devi, anche nei posti più difficili, lavora al massimo anche quando le cose vanno male.

E io allenatore investo sul mio giocatore? Vado con lui in Uzbekistan o solo alle “quali” di Wimbledon? Credo in lui e ci lavoro al cento per cento anche quando non vince mai e gioca malissimo?