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Le storie

Suzanne, per sempre Divina

La Lenglen non è stata soltanto una campionessa di tennis capace di dominare sulla terra battuta di Parigi come sull'erba di Wimbledon. E' diventata, sin dai tempi del suo approdo sui campi, gli Anni Venti, un'icona di stile ed eleganza. Un nome che resterà nei secoli a raccontare di imprese e libertà

di Alessandro Mastroluca | 12 giugno 2019

Una sorta di nuova Giovanna d’Arco. Suzanne Lenglen, ha detto Larry Engelman, che ha dedicato il libro “The Goddess & the American Girl” alla sua rivalità con Helen Wills, “ha rappresentato il ritorno di una Francia gloriosa e capace di resistere alle difficoltà”. La Divina ha trasformato il gioco e l’immagine del tennis femminile, ha vissuto al massimo, è morta giovane. È diventata un’icona della libertà della donna nei ruggenti anni Venti, gli anni delle ragazze Flapper e del post suffragismo. Coco Chanel lancia il taglio alla garçonne, vanno di moda i vestiti corti e le frange, il jazz e il foxtrot.

I ruggenti anni Venti

Va di moda la prima diva del tennis, look androgino, personalità forte, che scopre le braccia e le caviglie e sorseggia brandy ai cambi campo. In sette anni di carriera, prima di passare nei circuiti per professionisti, ha vinto 241 tornei e due medaglie d'oro alle Olimpiadi. “Se oggi giochiamo sul Centrale di Wimbledon lo dobbiamo a lei”, ricordava Billie Jean King nel 2015. La prima sede del torneo, a Worple Road, non bastava a ospitare tutti i tifosi che volevano vederla. È per lei che i Championships si sono trasferiti a Church Road nel 1922. È per lei che hanno cominciato a costruire la cattedrale del tennis moderno. È anche per arginare il suo dominio senza precedenti che da quell'anno Wimbledon abolisce il Challenge Round: da quel momento il campione in carica inizia dal primo turno, come tutti gli altri. Una decisione approvata dai giocatori con 91 voti favorevoli e 27 contrari.
In campo si muove come una ballerina, è forza e grazia insieme: qualcosa rimane delle lezioni di danza classica e ginnastica che ha preso da bambina. Ma dietro la grazia e la leggerezza si nasconde una volontà di ferro. Una fame di successi che Charles, primo padre-padrone nella storia del gioco, alimenta da subito. L'avvicina al tennis a 11 anni a Maretz-sur-Matz, piccola cittadina della Piccardia, e la fa allenare con i ragazzi. Finalista ai Campionati di Francia a 14 anni, pochi mesi dopo vince a Saint-Cloud quelli che pomposamente vengono chiamati i Campionati del mondo su terra battuta. Ma sulla Francia, e l'Europa, già soffiano i venti della Prima guerra mondiale. Dagli anni Venti, Lenglen detta la moda, spinge in avanti l'immagine della modernità. Ha un alleato, Jean Patou, stilista parigino che negli anni della grande crisi post 1929 avrebbe lanciato Joy, “il profumo più costoso del mondo” (10 mila gelsomini e ventotto dozzine di rose per 30 ml di essenza). Suzanne gli chiede una gonna più corta, appena sotto il ginocchio, un cardigan smanicato e una fascia di tulle per tenere i capelli. Nessuna aveva mai scoperto le braccia o le gambe, prima, su un campo da tennis. L'abbronzatura diventa di moda. È un'affermazione di indipendenza, di emancipazione. Non l'unica, perché negli anni Suzanne abbandonerà il codice non scritto che prevede vestiti bianchi e trasferirà i colori dell'Art Deco nello sport.

Prima campionessa non anglofona

Lenglen vince per sei volte i Campionati di Francia. Per questo le hanno dedicato il secondo campo per importanza del Roland Garros, anche se qui non ha effettivamente mai giocato. È a Wimbledon che ha fatto la storia. Si rivela nel 1919 contro Dorothea Douglass Chambers, look da severa governante vittoriana, che non perde da undici anni a Worple Road. Lenglen salva due match-point e vince 10-8 4-6 9-7: è “il più grande challenge round nel singolare femminile che si sia mai visto”, scrive il corrispondente del Telegraph. Davanti alla famiglia reale, Lenglen diventa la prima campionessa non anglofona ai Championships. A Wimbledon perderà due set in totale fino al 1926.
Mi sono divertita moltissimo col tennis dopo la guerra, ho fatto il mio per ricostruire il tennis, di Francia e non solo. È arrivato il momento che il tennis faccia qualcosa per me

Il match del secolo

Il 1926 preannuncia cambiamenti. Nasce Marilyn Monroe. Al Jolson registra canzoni per un cortometraggio che poi evolverà nel “Cantante di Jazz”, primo lungometraggio sonoro nella storia del cinema. Agatha Christie scrive “L'assassinio di Roger Ackroyd”, il romanzo che stravolge le regole del giallo: per la prima volta l'assassino è il narratore della storia. La Francia è un trionfo di suggestioni culturali e innovazioni d'arte, al teatro degli Champs-Elysées di Parigi Joséphine Baker e Sydney Bechet portano in scena La Revue Negre, lo spettacolo che di fatto importa in Europa il jazz. A febbraio di quell'anno, a Cannes, il teatro si trasferisce sul campo del Carlton Club. Suzanne Lenglen, che asseconda l'adulazione dei tifosi con l'ostentazione della potenza fisica e con i lanci di racchetta dopo le decisioni contestate, affronta Helen Wills in quello che passerà alla storia come “il match del secolo”. Sono due opposti perfetti, leggera l'una, solida e concreta l'altra. Suzanne appare segnata, stanca; Helen, la nuova stella americana, posata figlia di California, è un'icona di bellezza e gioventù. Per il duello tra la regina e la giovane principessa si raccolgono quattromila spettatori. I biglietti si esauriscono in poche ore. Al mercato nero, gli ultimi si vendono a 1200 franchi, 22 volte il prezzo per la finale di Wimbledon. Il parterre comprende Georges, principe di Grecia; Manuel II, ultimo re del Portogallo; Kirill I, erede al trono di Russia; Gustavo V, re di Svezia che ha fondato il primo tennis club della nazione dove poi avrebbe giocato Bjorn Borg; duchi e baroni. Suzanne vince 6-3 8-6 in un'ora. “Perdio, come hai giocato male”, le dice sua madre. Lenglen e Wills non si affronteranno mai più.

Nulla è come prima

La partita del secolo si trasforma nel canto del cigno della Divina. Pochi mesi dopo, a Wimbledon, Lenglen scontenta tutti. Il 23 giugno deve giocare il primo turno di doppio alle 16. Gli organizzatori però aggiungono all'ultimo il secondo turno di singolare alle 14. Avvisano la regina, presente nel Royal Box, ma lo comunicano in ritardo alla Divina. Così, Lenglen lascia la regina mezz'ora a guardare un campo vuoto. Alla fine slitta tutto di un giorno. Perde il doppio, viene a piovere e il singolare viene rinviato al lunedì successivo. Ma nel weekend, Lenglen decide di abbandonare il torneo. Non smette però di aprire nuove strade nello sport femminile. Accetta l'offerta dell'imprenditore e promoter americano Charles Pyle: 50 mila dollari per un tour con la tre volte campionessa degli US Nationals Mary K. Browne. “Nessuno mi potrà più ordinare di giocare tornei per il solo beneficio dei proprietari dei club” disse in un'intervista dell'epoca all'Associated Press. “Mi sono divertita moltissimo col tennis dopo la guerra, ho fatto il mio per ricostruire il tennis di Francia e non solo. È arrivato il momento che il tennis faccia qualcosa per me”. Per la prima volta, l'incontro femminile è l'evento principale del tour professionistico. Lenglen chiude il primo ciclo di sfide con 38 vittorie in 38 partite. Perderà l'ultima sua sfida, a 39 anni, contro una leucemia fulminante. Rimane la prima leggenda dello sport capace di usare la sua fama per migliorare il gioco. “In base alle regole assurde e antiquate del dilettantismo” diceva, “solo i ricchi possono competere, e infatti solo i ricchi competono. È forse un progresso per lo sport? Rende davvero il tennis più popolare? O tende solo a sopprimere, a nascondere, un'enorme quantità di talento nascosto in giovani uomini e donne che non fanno parte dell’élite?”. Grazie alla nuova Giovanna d'Arco, il tennis non è più stato lo stesso.