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Le storie

Tra le grandi, senza paura

Hana Mandlikova ha vissuto il periodo di Navratilova, Evert, Graf, restando sempre capace di essere fedele al suo tennis e alle sue ambizioni. Il suo record parla di 4 Slam e del numero 3 al mondo

di Alessandro Mastroluca | 27 maggio 2019

“Due manine deliziose ti sapranno accarezzar, ma due gambe un po' nervose ti faranno innamorar” cantava il trio Lescano. In tanti si sono innamorati di quelle di Hana Mandlikova. “Sono le più belle che abbia mai visto”: parola di Ginger Rogers (lo diceva a Wimbledon nel 1981), che un po' se ne intendeva. Ha conquistato quattro Slam in singolare su otto finali. È una delle sole 13 giocatrici nell'era Open ad aver giocato la finale di tutti e quattro gli Slam, una delle sei ad aver vinto almeno un Major su tre superfici diverse (duro, terra, erba). Come lei, ci sono riuscite solo Chris Evert, Steffi Graf, Martina Navratilova, Maria Sharapova, Serena Williams. Eppure, negli anni Ottanta Mandlikova non è un nome da copertina. Evert, Graf, Navratilova, Gabriela Sabatini, Tracy Austin attirano luci, titoli, conquistano l'affetto, si guadagnano rispetto. Mandlikova ha un tennis di grazia e verticalità, un rovescio in top di rara eleganza, una velocità di spostamento e piazzamento a rete che le valgono i paragoni con Maria Bueno o Evonne Goolagong, icone di stile e fluidità. Ma fuori dal campo, Mandlikova è autentica. Autenticamente ruvida. “Sono una persona semplice”, racconta in un lungo articolo su Sports Illustrated del 1985, “è tutto bianco o nero, vero o falso”. Ci ha messo un po' a imparare tutte le sfumature del grigio.

Le rivalità

Non si è fatta molte amiche tra le rivali. “Se sono in forma, potrei battere Chris Evert 62 62” dopo averci perso al Roland Garros del 1983: Evert aveva allora un record sul rosso di 316 vittorie e 7 sconfitte. Non andava meglio nemmeno con Martina Navratilova. Si dice che le abbia fatto da ballgirl un giorno a Praga e che, tornando a casa, abbia detto: voglio diventare più forte di lei. Papà Vilem Mandlik, sprinter con due Olimpiadi alle spalle, Melbourne 1956 e Roma 1960, disegna un cerchio sul muro nel salone di casa. Hana passa ore a colpire palle contro quel muro e mandarle sempre lì, dentro quel bersaglio. Non la ferma più nessuno. Ma le resta una rivalità inspiegabilmente tesa con Navratilova. “Quando sono al meglio, sono migliore di lei” dice prima della semifinale di Wimbledon del 1984. Non potrà provarlo: contro Evert il ko tecnico arriva in un'oretta, 6-1 6-2. è talmente arrabbiata che uscendo accenna solo l'inchino verso la principessa Diana nel Royal Box. “Horrible Hana” titola un tabloid inglese. Mandlikova si scuserà con Navratilova, qualche tempo dopo, parlandole in ceco in spogliatoio.
Non ha mai avuto paura di dire quello che pensava, nemmeno alle maestre a scuola. È sempre stata diversa, con un tennis vario, imprevedibile, da subito maturo. A 17 anni, nel 1980, vince l'Australian Open in finale su Wendy Turnbull. Può fare praticamente tutto, anche se difendere non rientra proprio nel suo stile. Quell'anno sorprende Navratilova a Wimbledon e centra la finale dello Us Open (perde in tre set contro Chris Evert). È la sua prima grande stagione. Chiuderà in top 10 sette volte tra il 1980 e il 1987, salendo al numero 3 nel 1984 e nel 1985. Nel 1981 inizia a costruirsi la fama della giocatrice che ruba la scena. Per il grande giornalista americano Bud Collins è una “streak breaker”, una che mette fine alle serie di vittorie. Un'etichetta più che azzeccata. Al Roland Garros del 1981 vince il titolo perdendo solo un set. In semifinale interrompe le 72 vittorie consecutive sul rosso di Chris Evert, “un'avversaria che non apprezza mai i meriti di nessun'altra, a meno che non sia sicura di batterla” dirà Mandlikova: un altro giudizio che certo non le vale troppe simpatie. Nel 1984, poi, chiuderà a Oakland una serie di 54 vittorie di fila di Navratilova.
La Evert? Se sono in forma, vinco 6-2 6-2. Navratilova? Quando sono al meglio, sono migliore di lei

Le amicizie e i rimpianti

Si ripeterà nel 1987 all'Australian Open, allora Martina vinceva da 56 partite senza interruzioni. È il suo quarto, e ultimo titolo dello Slam. Ma la vera impresa la compie allo Us Open del 1985. Supera in semifinale Evert 4-6 6-2 6-3 e in finale Navratilova 7-6 1-6 7-6. “E' stata una sensazione indescrivibile” dirà anni dopo in un'intervista al sito ufficiale del torneo, “per capirla devi viverla”. Ha vinto tre volte di fila la Fed Cup (1983-1985), ha alzato 27 trofei di singolare e 19 di doppio. Le è sempre sfuggito Wimbledon. Sul Centrale ha perso due finali, nel 1981 e nel 1986. Ha trionfato solo per interposta persona nel 1998, da coach di Jana Novotna, scomparsa per un cancro nel novembre di due anni fa. Sono diventate grandi amiche dal 1987, dal primo incontro, alla vigilia di un quarto di finale di Fed Cup a Vancouver tra la Cecoslovacchia e il Canada. C'erano anche Helena Sukova e Regina Rajchrtova, futura moglie di Petr Korda. È un'amicizia che nasce con uno scherzo: Novotna si lamenta per qualcosa, Mandlikova la spinge in piscina con tutti i vestiti.

Essere se stessi

“Girls just want to have fun”, verrebbe da dire, le ragazze vogliono solo divertirsi. Motivo per cui Mandlikova non ha mai voluto giocare il doppio misto con Ivan Lendl. “E' troppo serioso” diceva, “nel misto ti devi divertire, altrimenti che gusto c'è?”. Negli ultimi anni di carriera, prima di lasciare il tennis nel 1990 per i tanti infortuni e uno stress eccessivo, ha mantenuto come coach l'olandese Betty Stove, battuta da Virginia Wade nella finale di Wimbledon del 1977. Betty le ha insegnato a essere se stessa, a non dare troppo peso alle opinioni della gente. “Non è facile essere una top player” diceva nel 1985. “Perciò mio padre mi dice sempre: fai solo il tuo meglio. E ricordati che il tennis non è tutto nella vita”. Oltre al gioco, e alle gambe, c'è di più.