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Le storie

Roland Garros, il breve volo di un eroe

L'uomo a cui è dedicato l'impianto che ospita lo Slam parigino è un pioniere dell'aviazione. Completò la prima trasvolata del Mediterraneo e progettò un rivoluzionario tipo di mitragliatrice. Studiò con Emile Lesieur, che deciderà di intitolargli lo stadio

di Alessandro Mastroluca | 24 maggio 2019

Potrebbe non aver mai preso una racchetta in mano. Eppure ogni anno l'unico Slam su terra battuta si gioca in suo nome. Si gioca in memoria di un pilota d'aerei, di un eroe di guerra che ha rivoluzionato il combattimento nei cieli. In nome di un uomo che ha realizzato il sogno di tutti i bambini della sua generazione. Nel nome di Roland Garros.

 

Volare era la sua vocazione. Di notte sognava di aprire le braccia e sorvolare una città scoprendo gli innamorati dietro le finestre. Le sue memorie (pubblicate in italiano insieme al diario di guerra in “L'uomo che baciava le nuvole”, 66thand2nd) coprono cinque anni e scrivono il romanzo pionieristico dell'aviazione. Anni in cui le chimere di Jules Verne, le prime imprese dei fratelli Wright facevano vibrare di entusiasmo. I piloti erano i nuovi profeti di un'umanità che si credeva lanciata verso un progresso inarrestabile, verso magnifiche sorti e progressive. Illusioni che la prima guerra mondiale farà crollare.

 

Garros, cresciuto a Saigon dove il padre avvocato seguiva gli affari di commercianti locali, viene mandato a studiare a Parigi da solo. Si ammala di polmonite, si cura a Cannes, scopre lo sport. Vince i campionati inter-scolastici di ciclismo nel 1906, due anni si diploma all'École des hautes études commerciales di Parigi, una delle Grandes Ecoles che convivono insieme alle università nel sistema di istruzione superiore francese.

Studia in quegli anni con Emile Lesieur che lo convince a entrare nella sezione rugby nel club dello Stade Français. Lesieur è stato campione nazionale nei 100 e nei 400 metri e soprattutto una formidabile ala nella nazionale francese di rugby. È sua la prima meta del XV dei Bleus nel torneo delle Cinque Nazioni (Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia), che diventeranno sei con l'ingresso dell'Italia nel 2000.

 

Si mette a vendere auto a Parigi, non lontano dall'Arco di Trionfo. Diventa buon amico di Ettore Bugatti, che gli intitola un modello distribuito in soli sette esemplari. La folgorazione, però, arriva alla prima edizione dellaGrande Semaine d'Aviation de la Champagne, otto settimane di esibizioni e competizioni di volo a Reims nel settembre 1909. Oltre 50 mila gli spettatori. C'è perfino il presidente della repubblica francese Armand Fallières. C'è anche Roland Garros che vede negli aerei il suo futuro: diventerà pilota.

 

Per comprare un aereo allora servono tra i 30 e i 50 mila franchi, Garros è solo uno studente con la pensione minima. Ma la grande novità del Salone aeronautico del 1909 è la produzione in serie del primo aeroplano leggero, la Demoiselle del brasiliano Alberto Santos-Dumont. Costa 7500 franchi. Passa qualche notte di indecisione, poi ne compra uno. È difficilissimo da guidare, lo rovina per un incidente alla prima uscita a Issy-les Molineaux, il campo di manovra dell'esercito dove impara a pilotare insieme a quello che diventerà il suo più caro amico, Edmond Audemars. È stato un ottimo ciclista, campione del mondo dilettante di mezzo fondo nel 1903. Ha corso in moto e sarà il primo a completare il volo Parigi-Berlino in 10 ore nel 1913. È un lontano cugino di Jules-Louis Audemars, che dal 1881 si è legato a Edward-Auguste Piguet nella manifattura di alta orologeria.

 

Garros si costruisce una fama di eterno secondo alla Parigi-Roma e alla Parigi-Madrid del 1911. Diventa il protagonista di una vita d'avventure spesso finite al bar con un cocktail sfavillante in mano. Attraversa il mondo, si alza in volo da piste improbabili in Francia e in Sudamerica, è un saltimbanco capace di imprese mai pensate prima. Il volo, scrive nelle sue memorie, «più che una passione era diventato un bisogno». La presenza costante della morte non cambia lo scenario. «Il rischio era penetrato nei nervi come una droga di cui non potevamo fare a meno – scrive -. Avevamo preso confidenza col macabro».

 

Il 23 settembre del 1913, alle 5.47 di mattina, parte da Fréjus-Saint Raphaël nel sud della Francia e sposta in avanti il tempo della storia. Otto ore dopo atterra a Bizerte, in Tunisia: ha appena completato la prima trasvolata del Mediterraneo. Un anno dopo entra nell'esercito. Il suo compito principale nell'autunno del 1914 è sviluppare un meccanismo per pilotare e sparare nello stesso tempo. Jean Cocteau, grande poeta francese che gli dedicò l'opera in versi “Capo di Buona Speranza” rivela che l'intuizione arriva da una foto di Verlaine. La continua a intravedere attraverso le pale di un ventilatore. Inizia così a lavorare alla sua invenzione. Mette una mitragliatrice sulla parte anteriore del suo Morane-Saulnier e riesce a sparare attraverso l'elica: dopo i primi esperimenti andati male, inserisce due coni di metallo sulla bocca della mitragliatrice per proteggere le pale. Tre anni dopo l'invenzione gli varrà una medaglia dell'Aero Club of America. Tuttavia viene colpito nel 1915 e fatto prigioniero dai tedeschi. Anthony Fokker, l'olandese volante che aveva progettato il triplano del Barone Rosso, studia quel sistema e lo migliora. Sincronizza il meccanismo di sparo all'albero motore, così i colpi partono solo quando le eliche non si trovano davanti alla canna. L'invenzione sposta per almeno un anno gli equilibri della guerra a vantaggio dei tedeschi. Nasce la leggenda del “Flagello” Fokker.

 

Più che una passione, il volo era diventato un bisogno

Dopo tre anni riesce a scappare dal campo di prigionia a febbraio del 1918. Il 5 ottobre, però, viene abbattuto a Vouziers, nelle Ardenne. Trova la morte ai comandi del suo SPAD numero 30, squadriglia 'Le Cicogne'. Le circostanze non sono mai state chiarite del tutto. Di quel giorno restano il motire e le due mitragliatrici Vickers, distrutte o quasi, esposte al Museo dell'aria e dello spazio di Le Bourget.

Dieci anni dopo, nel 1928, i quattro moschettieri di Francia, Jean Borotra, Jacques Brugnon, Henri Cochet e René Lacoste devono difendere la Coppa Davis vinta l’anno prima nel Challenge Round. All’epoca, i Campionati di Francia si giocano sui campi dei due club storici, il Racing Club e lo Stade de France, che però sono troppo piccoli per la Davis. Serve uno stadio nuovo. Il capitano Pierre Gillou si accorda con Emile Lesieur, presidente dello Stade Français. È su un terreno del suo club che viene costruito il nuovo impianto. La candidatura congiunta, appeovata dal sindaco di Parigi l’8 dicembre 1927, prevede la concessione dello stadio Jean Bouin alla Porte d’Auteuil per vent’anni, in cambio di 20 mila franchi l’anno di affitto e del 6% degli incassi. Lesieur si riserva la scelta del nome da dare allo stadio centrale, che finirà per designare l’impianto intero. E si ricorda del suo compagno all’Ecole des Hautes Etudes Commerciales di Parigi. La Francia vincerà la Davis e il nome di Roland Garros sopravvive ancora oggi.