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Le storie

Roger Federer punta sul rosso

A Miami ha vinto il titolo numero 101. Dopo tre anni torna sulla terra battuta per avvicinare i 109 del record di Jimmy Connors

02 aprile 2019

Se per un giorno potesse essere qualcun altro, ha detto, gli piacerebbe essere un musicista. È curioso, Roger Federer, di capire cosa si prova a salire su un palco. La sua è un'arte diversa, anche se un dj ha pure trasformato il suono dei suoi colpi in musica per una pubblicità. L'Hard Rock Stadium di Miami, un nome un destino, accompagna il suo titolo numero 101 alla 50ma finale in un Masters 1000. Federer, che non ha perso un set dopo la rimonta su Albot all'esordio, ha raggiunto i 54 successi nei grandi tornei, fra Slam, 1000 e Masters: uno ogni 4.2 giocati. Trasmette passione per il gioco e desiderio di competizione. È un rock classico, il suo, tutto allenamento e ispirazione. Senza più freni o condizionamenti, libero di essere e di fluire.

Durante il primo punto del quinto game contro Kevin Anderson, l'esercizio di riflessi a rete diventato in un attimo virale, Federer ha un accenno di sorriso prima ancora che lo scambio finisca. Punti così, ha detto, “fanno bene ai tifosi. In certi posti ne servono tanti di scambi così per attirare la loro attenzione, in altri no. Ma questi punti attirano tutti. Era da un po' che non ne giocavo uno simile. È stato divertente”. Si è divertito contro Medvedev e Shapovalov. Ha giocato con la scioltezza di chi si è liberato dalla responsabilità, senza l'ambizione di doversi dimostrare all'altezza del ruolo.

 

Con sei vincenti di rovescio, 17 totali, ha pavimentato la strada del 28° Masters 1000, il primo da Shanghai 2017, in una finale mai davvero iniziata. “Era chiaro dall'inizio come volessi giocare, ma il piano non basta, devi anche riuscire ad applicarlo” ha detto. Difficile farlo meglio.  Non ha perso un punto con la prima, ha chiuso in poco più di un'ora la lezione e la serie di 19 tornei con 19 vincitori diversi.

Federer a Miami si osserva, si misura, si rivela. Qui ha giocato la sua prima finale in un Masters 1000, persa contro Agassi nel 2002, e vinto il primo titolo nel 2005: nella storia la rimonta in finale su Nadal, l'unica che gli sia riuscita nel circuito ATP dopo aver perso i primi due set. “E' stato un grande momento per la mia carriera e la mia vita” ha detto.

Nel 2006 ha vinto ancora, su Ljubicic. “In quella fase dominavo, stava succedendo tutto, volevo che quel periodo durasse il più a lungo possibile. Nel 2017 per me è stata una sorpresa conquistare il titolo. Fu una settimana dura, dopo le partite contro Kyrgios e Berdych pensavo di non avere abbastanza energie. Quest'anno, poi, dopo la finale persa a Indian Wells, in una sede nuova, non sapevo proprio cosa aspettarmi”.

Vuole suonarla ancora, la musica che l'avvicina ai 109 titoli ATP di Connors, un traguardo che stuzzica l'orgoglio ma non toglie il sonno e non cambia la programmazione. Certo, ha scherzato in queste settimane, “non arriverò a 200”. Ha confessato che in offseason si diverte a fare le imitazioni degli altri giocatori, anche se dice di non essere il migliore. Diverte e si diverte, sorrideva anche nella cerimonia di premiazione, da sconfitto, a Indian Wells mentre parlava Thiem. Nel mondo del tennis vorrebbe restare, spiega, ma non da coach. “Ho quattro figli e dopo 20 anni e più non mi va di girare per il mondo ancora 30 settimane l'anno, onestamente” ha detto. Si vede più come mentore, ma anche per quello ci sarà tempo. C'è ancora musica da eseguire in campo. Play it again, Roger.