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Australia estrema: quando sul campo si cuocevano le uova

Quest’anno ci si sono messi anche gli incendi, il fumo e la qualità dell’aria ma gli Australian si giocano in condizioni estreme, per calore e umidità, in ogni caso. 6 anni fa l’edizione più calda: temperatura oltre i 45 gradi, svenimenti, ustioni...

di | 15 gennaio 2020

Gennaio 2014: mentre in America almeno 20 persone muoiono per le tempeste di neve, un'immagine fa il giro del mondo, in direzione ostinata e contraria, da Melbourne. Un uovo fatto cadere sul Plexicushion dell'Australian Open si cuoce in dieci minuti. La temperatura arriva a 46 gradi. Rimane una delle edizioni più estreme di sempre.

Quest’anno ci si sono messi anche gli incendi, il fumo e la qualità dell’aria ma non è un caso se il primo Slam della stagione, anche senza quest’emergenza, ha già da tempo in vigore una procedura che consente di interrompere le partite se si supera una certa soglia, fissata inizialmente a 40 gradi celsius, poi abbassata a 38.

Se ne comincia a parlare nel 1997. Si lamentano Mary Joe Fernandez, che batte agli ottavi Patty Schnyder, e Pete Sampras che batte in cinque set Dominik Hrbaty e sente i piedi in fiamme. Non viene comunicata una temperatura ufficiale, ma per i giocatori si sfiorano i 50 gradi. Si gioca sul Rebound Ace, una superficie dura ma collosa che assorbe tutto il calore, e rende le condizioni ancora più estreme. In due giorni, fra la prima domenica e il lunedì della seconda settimana, oltre 200 spettatori devono essere curati per colpi di calore.

L'edizione più estrema resta quella del 2014. Gli organizzatori sono già passati al Plexicushion ma per quattro giorni la temperatura resta fra i 42 e i 44 gradi. Nella sola seconda giornata del torneo, gli episodi allarmanti si moltiplicano. Sul campo 6 Frank Dancevic sviene quattro volte e inizia ad avere le allucinazioni contro Benoit Paire, che vince in tre set. “Ho giocato match lunghi tutta la vita, non è normale che collassi dopo un set e mezzo, è disumano”, protestò.

Quel giorno Caroline Wozniacki poggia una bottiglia sul terreno e la plastica alla base comincia a fondersi.

Si squagliano le suole delle scarpe di Jo-Wilfried Tsonga, Jelena Jankovic si siede su una sedia incustodita e si ustiona. L'immagine più chiara delle condizioni la dà Viktoria Azarenka, campionessa in carica. “È come danzare in una friggitrice”.

Il gioco non si ferma, nonostante i nove ritiri al primo turno. Abbandona fra gli altri Ivan Dodig che dice: “Ho temuto di morire”. Non svengono solo i giocatori. Lo spagnolo Daniel Gimeno-Traver deve soccorrere un ball boy che, nonostante i turni appositamente ridotti, ha avuto un mancamento per il troppo caldo.

Si rimane vicini ai 44-45 gradi fino al venerdì ma gli organizzatori scelgono di interrompere il gioco solo il giovedì, per quattro ore.

Secondo la regola di allora prima di fermarsi i giocatrici e le giocatrici devono comunque completare il set in corso.

Un bel problema per Maria Sharapova e Karin Knapp che sulla Rod Laver Arena stanno giocando un terzo parziale che dura da ‘solo’ 18 giochi e quasi due ore.

A molti, anche a chi ne ha solo sentito parlare fra i quasi 1.000 tifosi che devono ricorrere alle cure mediche il primo mercoledì del torneo, le condizioni ricordano quelle del 13 gennaio 1939, il venerdì nero in cui gli incendi boschivi devastarono, direttamente o indirettamente, lo Stato di Victoria di cui Melbourne è capitale.

Era ricordata, quella del ’39, come la più grande catastrofe naturale della storia. Fino al 2020.

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