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Djokovic col cuore in mano: Serbia in finale

Nole riesce a battere Medvedev (e la Russia) al termine di una partita fantastica, da finale Slam: tre set da 2 ore e 47 minuti. Ora aspetta Nadal per giocarsi la prima Atp Cup della storia. Sempre che lo spagnolo espugni… l’Australia

di Enzo Anderloni | 11 gennaio 2020

Quando uno che ha vinto tutto come Novak Djokovic si lascia cadere per terra e rimane sdraiato a a braccia larghe alla fine di un match o è la finale di uno Slam o qualcosa che per lui ha un valore analogo. Il fatto che questa sia l’immagine che sancisce la sua vittoria su Daniil Medvedev nel secondo, decisivo singolare della semifinale di Atp Cup la dice lunga sullo spirito con cui tutti i giocatori stanno vivendo questa inedita manifestazione a squadre. Lo stesso che hanno sempre messo in Coppa Davis.

Risaliva proprio alla fase finale della Davis 2019, alla Caja Magica di Madrid, l’ultimo faccia a faccia tra Serbia e Russia. Erano i quarti di finale. Anche allora Djokovic vinse il suo singolare, contro Karen Khachanov, ma non era bastato.

Il secondo singolarista serbo, Dusan Lajovic, era stato triturato dall’omologo russo, Andrei Rublev. E in doppio con Viktor Troicki lo stesso Djokovic era caduto sulla linea del traguardo: Rublev e Khachanov li avevano battuti 10 punti a 8 nel tie-break del terzo set.

Una delusione cocente per Nole che è legatissimo alla sua terra e alla sua bandiera, porta al collo un piccolo crocifisso ortodosso in legno e sa che i suoi di sicuro lo amano incondizionatamente, a differenza dei tifosi di Federer, Nadal e altri big, sparsi in tutto il mondo.

Oggi però Sydney non era Madrid, la Ken Rosewall Arena brulicava di bandiere bianche rosse e blu. Questa volta non è Nadal che gioca in casa (anzi, se vuole provare a vincere anche qui, deve battere oggi proprio i padroni di casa, le maglie gialle di Kyrgios e De Minaur). Djokovic trascina il suo pubblico e ne è trascinato.

Porta a casa una partita di intensità straordinaria contro un giocatore fortissimo che ormai gioca sempre alla pari con lui e con gli altri big. E lo fa dovendosi assumere tutte le responsabilità, perché Dusan Lajovic questa volta il suo punto l’ha conquistato, contro pronostico, battendo 7-5 7-6(1) Karen Khachanov. Un match comunque durissimo , durato un’ora e 48 minuti, con scambi di potenza devastante.

Sono poi sembrati schermaglie tra educande quando i giganti della racchetta Djokovic e Medvedev hanno ingaggiato la loro battaglia. Nole era perfettamente centrato sin dal primo punto. Lo sguardo spiritato dei momenti importanti. Medvedv, con la solita aria leggermente trasandata, come di uno che si è appena alzato dal letto, il ciuffo di capelli che non sta al suo posto, ne è stato inizialmente travolto. Il primo set è stato un veloce 6-1.

Poi è cominciata un’altra partita, di quelle che ti lasciano a bocca aperta due o tre volte all’interno di un singolo “quindici”. Perché Djokovic tirava forte sulle righe e Medvedev ci arrivava sempre e appena poteva rispondeva anche lui sulle righe ma ancora più forte. In più il suo servizio, più potente di quello del serbo dall’alto dei 198 centimetri di statura, devastava.

Il russo si è preso il secondo set 7-5 e Nole non l’ha presa bene: ha frantumato la racchetta. Aveva capito che non c’erano margini di sicurezza e che i 16 Slam a zero nella differenza di palmares contavano meno dei 9 anni di differenza segnati sul passaporto.

Infatti è stata battaglia su ritmi assurdi tanto quanto le angolazioni sfino all’ultimo punto. Quando Djokovic è andato a servire per il match, sul 5-4, si è trovato a dover salvare ancora due palle-break che potevano riaprire l’incontro e portarlo in una zona pericolosissima. L’incubo di doversi di nuovo giocare tutto nel doppio, come a Madrid, si leggeva nello sguardo del campionissimo di Belgrado. Specie dopo aver ceduto un “quindici” in cui Medvedev aveva centrato per bel tre volte le righe estreme del campo, alla massima velocità. Nole aveva replicato lo scambio nei primi due casi, non nel successivo.

La vicenda si è chiusa con un ultimo diritto inarrivabile del n.2 del mondo su cui il n.5 è arrivato, senza però riuscire a rimandare la palla oltre la rete. Erano passate 2 ore 47 minuti e 48 secondi dall’inizio del match.

Djokovic si lasciava cadere a terra in mezzo al campo e rimaneva là sdraiato alcuni secondo a fissare un cielo tutto suo dove compariva una grande scritta: Idemo.

Quella parola gridata dagli spalti in festa. Andiamo, Nole. Vamos: domani c’è un appuntamento con Rafa (se è in grado di mantenerlo). O comunque con la storia di questa prima, emozionate Atp Cup.

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