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Eventi Internazionali

Diario dall'Australia che brucia

L’edizione 2020 degli Australian Open verrà ricordata come quella preceduta dalla più grave catastrofe naturale della storia dell’Oceania. E quel che è peggio la straordinaria ondata di calore degli ultimi mesi che ha provocato gli incendi era stata ampiamente prevista dai climatologi

di | 10 gennaio 2020

Altro che cambio di superficie o montepremi record, l’edizione 2020 degli Australian Open verrà ricordata come quella preceduta dalla più grave catastrofe naturale della storia dell’Oceania. Gli incendi scoppiati due mesi fa e che in alcune zone d’Australia non accennano a placarsi hanno acceso i riflettori del mondo su un Paese che di solito fa fatica a farsi notare. Invece la morte di 25 persone, la devastazione di un territorio esteso come tutta la pianura padana e il sacrificio di un numero incalcolabile di animali - le stime parlano di mezzo miliardo di perdite - hanno trasformato l’ultima estate down under in un inferno.

Quel che peggio è che era tutto scritto. Se infatti in questa stagione l’Australia è da sempre soggetta ad incendi boschivi – dal 1850 ad oggi sono morte più di 800 persone e sono andati letteralmente in fumo 2 miliardi di dollari - la straordinaria ondata di calore degli ultimi mesi era stata ampiamente prevista dai climatologi. Così com’era stato previsto che la combinazione della siccità e delle temperature medie sopra i 40 gradi - il 2019 è stato l’anno più caldo e secco nella storia del Paese - più il contributo di qualche piromane, avrebbero creato le condizioni per il disastro ambientale che adesso è sotto gli occhi di tutti. Per questo, sin da settembre, esperti e rappresentanti della comunità aborigena avevano chiesto a gran voce di ripristinare la vecchia pratica del "backburning", di appiccare cioè incendi controllati per proteggere dalla furia del fuoco abitazioni, fattorie e intere cittadine.

Nonostante gli avvertimenti, però, il governo è stato carente nell’opera di prevenzione e si è fatto trovare impreparato nella gestione dell’emergenza. Per macabra ironia della sorte, nel giro di 3 mesi l’esecutivo di Canberra aveva prima fatto fallire il summit delle isole del Pacifico - le nazioni che stanno pagando più di tutte le conseguenze dell’aumento delle temperature e dell’innalzamento dei mari - e poi ha contribuito a svuotare di senso la COP25 di Madrid.

Come se non bastasse, infine, il Primo Ministro Scott Morrison è stato paparazzato alle Hawaii durante la fase più critica degli incendi, mentre i primi due volontari dei vigili del fuoco perdevano la vita travolti dalle fiamme. Una serie di concause che hanno contribuito ad alimentare le polemiche per la reticenza di Canberra in tema di energie rinnovabili (del resto l’Australia deve buona parte del suo benessere all’estrazione e all’esportazione di combustibili fossili) e per l’atteggiamento scettico - per non dire negazionista - del governo sul tema di cambiamenti climatici.

Purtroppo le polemiche non hanno impedito che Il mix di temperature sopra i 40 gradi, terreno arido e mancata prevenzione si sia rivelato letale: 60mila chilometri quadrati di territorio inceneriti, una ventina di località evacuate, un migliaio di proprietà distrutte, decine di migliaia di sfollati, centinaia di migliaia di intossicati, Canberra che si assicura lo status di città con l’aria più tossica del pianeta e l’area tra Sydney e Melbourne dichiarata in stato di calamità naturale alla vigilia di Capodanno. E proprio mentre il dramma australiano toccava il suo apice, i tennisti si accodavano all’iniziativa di Nick Kyrgios e facevano partire una gara di solidarietà che nel giro di 24 ore si estendeva a macchia d’olio a sportivi e personalità dello showbiz e in una settimana raccoglieva oltre cento milioni di euro a favore della Croce Rossa australiana.

Melbourne, che dall’inizio del 2020 è stata oscurata in un paio di giornate dal fumo proveniente dai boschi dalla regione del Gippsland - distante 200km - finora è stata risparmiata dagli incendi. Ragion per cui l’impressione è che la preoccupazione espressa da Djokovic per la salute dei tennisti sia eccessiva e che la prudenza di Tennis Australia sia soprattutto un atto formale. Ciò non toglie che il Paese che si appresta ad ospitare il primo Slam stagionale sia una nazione scossa e che il torneo si svolgerà sì probabilmente senza contraccolpi, ma certamente con una profonda ferita nel cuore.

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