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Eventi Internazionali

Coppa Davis 2019: dieci storie da ricordare

La commozione di Bautista Agut, il pianto di rabbia dei serbi e il sorriso di Pospisil. Ma anche la notte bianca per Italia-Usa e i colorati, pittoreschi tifosi kazaki. Dieci fotogrammi da conservare della prima edizione della nuova Davis.

di Alessandro Mastroluca | 30 novembre 2019

La Caja Magica, la scatola magica. È un cubo razionalista di ferro e vetro, freddo, impersonale, in un quartiere periferico di Madrid che potrebbe far da sfondo a una soap opera sudamericana. Per arrivarci dalla più vicina fermata della metropolitana passi davanti a una pizzeria che consegna a domicilio, a due polverosi bar dalle ingrigite insegne, a un bazar cinese. Eppure, nella settimana della prima, nuova, controversa Coppa Davis diventa magica per davvero. E sono le storie che creano l'incantesimo, sempre diverso eppure sempre uguale, in grado di trasformare lo sport in racconto d'emozione, frammento d'elezione, memoria condivisa. Ne abbiamo scelte dieci. Dieci emozioni del "Campionato mondiale del tennis", slogan onnipresente all'interno dell'impianto. Dieci momenti come gli scatti di un fotoromanzo che non può iniziare se non dalla fine.

 

1-Bautista Agut: il trionfo più forte del dolore

La Coppa Davis è la coppa di Roberto Bautista Agut, che torna dopo la morte del padre con l'ultimo treno da Castellon, assiste alla semifinale, gioca e vince il primo singolare della finale. E lo capisci subito che non può perdere: uno così, con una forza così, ha una motivazione che noi umani possiamo solo immaginare. Felix Auger Aliassime, che lo affronta nella sua unica partita di tutto il torneo, gioca contro oltre diecimila persone, che vorrebbero abbracciare Bautista, sospingerlo verso un riscatto dal destino, infondergli conforto e partecipare al dolore. A fine partita l'intervistatore lo ringrazia, e il suo pianto sfoga la rabbia e la gratitudine. In conferenza stampa, ogni parola è uno sforzo che gli si legge negli occhi rossi. Bruguera gli mette una mano sulla spalla, Nadal gli dice che è un esempio per tutto il resto della sua vita: e a piangere, a quel punto, c'è almeno mezza sala stampa.

2-Nadal condottiero di Spagna

L'altro gesto della finale è l'abbraccio che celebra il trionfo in un tripudio di trombe e bandiere. È Rafa Nadal che solleva l'amico Bautista. Perché questa rimane soprattutto la coppa di Rafa Nadal. Più delle vittorie in singolare, in cui pure ha probabilmente offerto il miglior tennis indoor della sua storia recente, sono i doppi che fanno la differenza. Nel quarto di finale con l'Argentina, c'è un momento all'inizio del terzo set che avvia uno spostamento d'aria, un flusso d'energia: è l'inizio del terzo set, la Spagna sta rischiando e Nadal alza le braccia, vuole volume, spinta, vuole il pubblico terzo uomo in campo. Scatta qualcosa, l'inevitabilità si palesa. In semifinale contro la Gran Bretagna vince quasi da solo. Feliciano Lopez è un comprimario, è l'amico che in conferenza stampa non riesce nemmeno a descriverlo: perché di un amico non è facile parlare, dice. Perché il suo valore per la squadra non si racconta con le parole. Vive di gesti, di abbracci, di presentimenti e gioie da condividere.

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3-Il sorriso di Pospisil

Nel tempo fatto di attimi, la settimana di Vasek Pospisil è un enigma a lieto fine. Certo, il Canada non alza la coppa ma la finale è il miglior risultato della sua storia in 90 anni di partecipazione nella manifestazione. La finale la raggiungono di fatto in due, Denis Shapovalov e Pospisil, che aveva giocato otto partite nel circuito maggiore in stagione e in Davis non perde mai fino alla semifinale in singolare.

E sorride. Fa esultare Auger-Aliassime dopo la vittoria nel girone su Reilly Opelka che apre il primo successo di sempre del Canada sugli Usa. Non smette più di sorprendere e di esultare col sorriso contagioso su quel viso da bravo ragazzo che fa subito simpatia. E l'organizzatissimo gruppo di tifosi canadesi riparte coi cori, sempre gli stessi. Un solo appunto: per l'anno prossimo, il repertorio si potrebbe anche allargare.

4-Il pianto in serbo

La Davis avrà anche un respiro diverso ora che si gioca in sede unica, con i campi in grigio-verde e i seggiolini di lucida plastica rossa. Ma il pianto di Troicki e di tutta la Serbia dopo la sconfitta contro la Russia, è la misura che alla Davis puoi cambiar format ma non lo spirito. La conferenza stampa post-partita resta come un rito di purificazione collettiva, la ricerca di una consolazione non pensabile in un altro contesto.

Era un saluto, un addio, almeno per Janko Tipsarevic che ha lasciato il tennis. "Siamo buoni amici, il tuo sogno era celebrare la fine della carriera della vittoria ma non sempre le cose vanno come vuoi" ha detto il capitano Zimonjic trattenendo a fatica le lacrime. "Ma la cosa più importante è che tutti sappiano quanto ci vogliamo bene, ed è questo che ci ha portato fin qui. Grazie a tutti voi".

5-Le 4.04

Nell'Ottocento gli artisti seguaci di Theophile Gautier sostenevano il valore puramente estetico dell'arte. Non aveva altri fini, dicevano, né morali né educativi, né utilitaristici: l'arte per l'arte. Alla Caja Magica, l'Italia ha offerto una notte degna di quel movimento. Una notte per lo sport, in cui il valore della correttezza, della passione, dell'orgoglio per la nazionale si sono sublimati in un doppio giocato al massimo, e perso al fotofinish, contro gli Usa. Un doppio, Fabio Fognini e Simone Bolelli vs. Sam Querrey e Jack Sock, che dal finale del primo set era diventato perfettamente inutile: le due squadre sarebbero state eliminate in ogni caso, comunque fosse andato a finire. Ma una decina di giornalisti italiani e più di qualche decina di ammirevoli tifosi tricolori rimane fino alla fine della seconda partita conclusa più tardi nella storia del gioco. Perché lo sport è un'attitudine, come l'arte. E va onorata, celebrata, rispettata. Anche dopo una notte in bianco, con i giornalisti a ingannare il tempo in sala stampa tra un bicchiere di coca e molti caffè.

 

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6-Il doppio più lungo

Sullo stesso campo, il 2, lo stesso giorno si era giocato anche il tiebreak più lungo nella storia della Coppa Davis, nel terzo set del doppio che Krawietz e Mies, i tedeschi vincitori del Roland Garros, vincono 20-18 sugli argentini Mayer e Gonzales. Perché le maratone non vengono mai da sole.

7-Tarpischev, capitano fuori dal tempo

Lo scorrere del tempo può trasformarsi in una condizione dello spirito. Chiedere al capitano russo, e presidente della federazione, Shamil Tarpischev. Mentre i suoi giocatori protestano per chiamate dubbie, resta seduto, a gambe incrociate, e guarda da un'altra parte. Ma nessuno vorrebbe essere in Karen Khachanov quando Tarpischev si alza in piedi per affrontarlo al cambio campo dopo un game giocato male. L'ira funesta non ha sempre bisogno di gesti eclatanti per manifestarsi. Tarpischev c'era quando in Unione Sovietica il tennis era considerato troppo borghese, è stato poi maestro di Eltsin al Cremlino e da capitano ha vinto due volte la Davis. Potrebbe raggiungere l'anno prossimo i 100 incontri da capitano ma quando gli hanno chiesto se lascerà mai l'incarico, ha cambiato discorso. Il nuovo format non gli dispiace ma, dice, “preferisco il vecchio perché ha reso possibile sviluppare il patriottismo”.

8-Il peso dell'essere Murray

Fra pochi giorni, su Amazon Prime, si potrà vedere il documentario su Andy Murray. Si chiama “Resurfacing”, che vuol dire tornare in superficie, riaffacciarsi sul mondo. La BBC ha anticipato alcuni temi come l'effetto del massacro nella scuola che frequentava a Dunblane, cui ha assistito da bambino, o il timore di doversi ritirare l'anno scorso. Nel video si vede anche Murray mentre, prima del suo intervento, guarda il video di un'operazione identica alla sua. Murray è questo, e mette in campo tutto questo capitale ogni volta. Anche in Coppa Davis, nell'unica affannosa, sofferta, involuta partita che ha giocato. L'effetto dell'essere Murray si sente ancora. Chiedere per credere a Tallon Griekspoor, l'olandese che l'ha portato al terzo set ma ha raccolto solo una 'quasi vittoria' come momento da raccontare.

9-Dal Kazakistan con amore

Non sono mancati i tifosi colorati, bizzarri, che hanno mantenuto seppur in scala numericamente ridotta, l'atmosfera speciale della Davis. Imbattibili i kazaki. Erano centinaia, maglia azzurra con scritta gialla d'ordinanza. Anche i cameramen della televisione avevano la bandierina o la sciarpa con i colori nazionali sulla telecamera. Avevano viaggiato più di dieci ore per essere lì. Si sono rivelati tra i più attivi, con prevalenza di donne in qualche caso con i costumi e i cappelli tradizionali.

10-Il mestiere della matematica

La Coppa Davis ha portato anche molti giornalisti a riscoprire la matematica, e non tutti l'hanno trovato piacevole. Abbiamo trascorso pomeriggi a studiare i quozienti game, placato le ansie dei giornalisti argentini che ci chiedevano ogni possibile combinazione di risultati che potesse qualificare la nazionale tra le due migliori seconde, rispolverato perfino le proporzioni. La matematica, in una settimana di coppe e di campioni, può tornare a essere un compito. E anche questo evoca ricordi. Magica Davis...

 

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