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Eventi Internazionali

Non sparate sulle...Finals di Madrid!

La prima edizione delle Davis Cup Finals alla Caja Magica è stata tutt'altro che perfetta ma tutto è sempre migliorabile. In compenso ci sono stati tanti match combattuti ed appassionanti

di Piero Valesio (Direttore SuperTennis) | 24 novembre 2019

Sulla nuova Coppa Davis alla fine alcuni osservatori hanno sparato più o meno come è consuetudine fare (sui social soprattutto) contro certi cantanti di Sanremo: ad alzo zero, facendone più o meno dei fenomeni da baraccone. Non perché lo siano: ma perché è molto facile e molto gratificante per il proprio ego scagliare strali e risate ironiche e piene di sufficienza su qualcuno o qualcosa che è lì davanti a noi, su un palco, senza difese, facilmente raggiungibile da un gatto defunto (come si era soliti fare in certi teatri della Roma di inizio novecento: la celebre gattata romana) scagliato sul palco dal loggione.

Ora: certo la prima edizione delle Davis Finals è stata lontana anni luce dalla perfezione, ammesso che la perfezione esista e possa essere raggiunta. Gli incontri conclusi alle 4 di mattina non hanno senso; la Caja Magica si è rivelata insufficiente ad ospitare un simile volume di incontri e fin troppo disponibile ad ospitare pubblico che non c’era; certi stadi pieni di tifo e passione della vecchia Davis sono un lontano ricordo. Le squadre (Canada e Australia) che rinunciano a giocare il doppio pur sapendo che tale scelta avrebbe avuto ripercussioni anche su altre formazioni è un assurdo sportivo. I big? C’erano Nadal e Djokovic, non c’era l’imbufalitissimo Federer, Kirgios ha fatto una fugace apparizione. Tsitsipas avrebbe magari anche voluto esserci ma è senza una squadra di cui fare parte.

Eppure: chi può dire che non si siano visti match ad altissimo tasso emotivo anche se non si giocava tre set su cinque come fino al febbraio scorso? Citiamone alcuni: Shapovalov che batte Berrettini (ahinoi), Murray che impazzisce per battere lo sconosciuto olandese Griekspoor; il doppio Russia-Serbia con Djokovic che mette fuori campo un rovescio che durante la finale di Wimbledon non avrebbe sbagliato manco bendato. Ma in Davis si sa, certi errori arrivano, quando il peso della propria appartenenza territoriale si fa subdolamente sentire: Nadal che sostanzialmente da solo trascina la Spagna in finale.

Ordunque: detto che è difficile scrollarsi di dosso la sensazione che qualche critico a priori di questa nuova formula in passato non è che abbia seguito bene quella vecchia e che magari le sue sensazioni siano legate a ricordi passati, (di un o passato lontano lontano, però) a questa nuova Davis bisogna per lo meno dare un’altra possibilità. E poi magari un’altra ancora visto che indietro non si torna. Partendo proprio da quel tennis pieno di tensione e pure di entusiasmo e sofferenza da parte dei giocatori (crediamo all’esultanza e al senso di corpo che i players mostrano durante la Laver cup perché non dovremmo credere che siano sinceri anche in questa occasione?) che si è visto a Madrid.

La formula può essere rivista (non nel 2020) ma comunque quest’anno si è dimostrato che l’evento sul piano spettacolare non solo regge ma è pure di alto valore. Con adeguate politiche di marketing si può arrivare a far sì che quegli spalti oscuri siano più frequentati e dunque luminosi. Ma è forse sbagliato dire che il tennis al gusto di Davis non solo ha resistito al mutamento, ma forse se n’è pure giovato? Intanto una Coppa Davis l’abbiamo ancora: se è per questo ne abbiamo anche altre due aspiranti tali, ma è un altro discorso. La Davis, quella vera, col suo peso di tradizione, c’è. Un giorno forse a qualcuno verrà in mente di tornare a giocare tre set su cinque e magari pure senza tiebreak al quinto e con le racchette di legno; ma per il momento accontentiamoci del fatto che il nome stesso “Davis” pesa sulle spalle dei giocatori come prima. Tanto da far sbagliare a Djokovic un facile rovescio. Non mi par poco.

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