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Eventi Internazionali

1900-2019, Davis stravolta? Non è la prima volta

Il cambio del nome nel 1913, la bipartizione del 1923, l’abolizione del Challenge Round nel 1972. Alla vigilia della “nuova” Davis in sede unica, a Madrid, riavvolgiamo il nastro partendo dall'idea che portò alla sua nascita e ripercorrendo i motivi per cui è diventata così iconica

di Marco Mazzoni | 17 novembre 2019

Il mondo del tennis si sposta a Madrid per l'atto finale della stagione 2019. C'è grande curiosità per scoprire la “nuova” Coppa Davis, trasmessa in esclusiva su SuperTennis. Si è molto discusso sul nuovo format, approvato lo scorso anno per rivitalizzare una competizione che stentava a coinvolgere i migliori giocatori.

Una svolta radicale che ha suscitato forti reazioni, diviso addetti ai lavori e appassionati, perché la Davis è un vero e proprio monumento sportivo e sociale. Può vantarsi del titolo di più antico campionato a squadre “all sport” ancora esistente, ma soprattutto è un passaggio naturale nella formazione di ogni appassionato di tennis.

Italgas è team sponsor della nazionale italiana di Coppa Davis
La Davis ha portato lo sport della racchetta a ogni latitudine, diffondendo e consolidando la passione di una disciplina individuale grazie al pathos di una competizione nazionale a squadre. Ha creato miti e scritto pagine memorabili. Un totem intoccabile? La sua storia ci racconta tutt'altro: nel corso delle 107 edizioni disputate ha cambiato pelle più volte.

La Coppa Davis è nata ufficialmente l'8 agosto 1900 a Boston presso il Longwood Cricket Club, dove andò in scena il primo incontro tra USA e “Isole Britanniche”.

Gli americani vinsero nettamente i tre match, coronando il percorso che li aveva portati a concepire e organizzare questo nuovo evento sportivo, spinti dal desiderio di confrontare il movimento americano con quello dei padri fondatori del gioco, i britannici.

Da alcuni anni i paesi pionieri nella disciplina avevano iniziato a confrontarsi: nel 1892 gli irlandesi sfidarono i cugini inglesi in una gara fatta di incontri di singolare e doppio, proseguendo con cadenza annuale; simile fu un evento del 1895 tra inglesi e francesi.

James Dwight, primo Presidente della US National Lawn Tennis Association, si era speso per organizzare un incontro ufficiale tra i migliori tennisti del suo paese e i britannici, ma ogni suo tentativo era caduto nel vuoto.

Il treno di quella che diventerà la Coppa Davis partì nel 1899 grazie all'intraprendenza e visione di Dwight Filly Davis insieme ad altri tre studenti, membri della squadra di tennis universitaria di Harvard.

I quattro viaggiarono nella west coast degli States sfidando i migliori giocatori delle università locali, riscuotendo un enorme successo di pubblico.

Questo spinse Dwight Davis a ideare il primo format della competizione USA-Gran Bretagna, proporlo al Presidente James Dwight e attivarsi personalmente per trovare un accordo con i tennisti d'Oltreoceano. Gli inglesi accettarono, l'evento fu fissato per l'anno successivo in America.

Una coppa diventata mito

Stipulato l'accordo, era necessario trovare un trofeo adeguato per la prima sfida USA-Gran Bretagna. Davis scovò un pezzo di classe alla “Durgin Co.” di Concord, nel New Hampshire, al n.414 del loro catalogo: un punch-bowl di argento di 216 once (oltre sei chilogrammi), decorato finemente con motivi floreali dal designer inglese Rowland Rhodes, insieme a una base cilindrica in legno e argento altrettanto “importante”.

L'Insalatiera era stata commissionata dagli orafi Shreve, Crump & Low come regalo per la regina d'Italia, ma il pezzo venne scartato e rimase invenduto. Davis lo scelse e divenne il trofeo della nuova manifestazione, pagandolo di tasca propria mille dollari; una cifra notevole per l'epoca, ma spiccioli rispetto ai milioni che aveva ereditato.

Fece incidere su quel punch-bowl “presented by Dwight Davis”, un marchio che dal 1913 sostituì l'iniziale denominazione dell'evento “International Lawn Tennis Challenge Trophy” in “Coppa Davis”.

Nella prima edizione gli inglesi sottovalutarono gli avversari, a Boston non arrivarono i loro migliori giocatori e furono sonoramente sconfitti. La coppa restò in America.

Nel 1901 la sfida saltò per problemi organizzativi; nel 1902 vinsero ancora gli statunitensi, quindi arrivarono tre vittorie in fila per i britannici. Il nuovo evento raccolse immediati consensi, tanto che nel 1905 entrarono in gara Belgio, Austria, Francia e Australasia (Australia e Nuova Zelanda).

Fu scelta la formula del Challenge Round, in uso a Wimbledon e ai Campionati Americani: i team giocavano tra di loro ad eliminazione diretta per eleggere lo sfidante dei campioni in carica, in campo solo per la finale a difesa del titolo. Questo concept fu mantenuto fino al 1971. Nel frattempo la Davis crebbe in modo esponenziale.

Il primo grosso cambiamento

Il tennis esplose in tutto il mondo dopo la prima guerra mondiale, diventando uno degli sport più amati e praticati. Molti paesi aderirono alla Davis, governata dalla giovane Federazione Internazionale (ILTF, poi divenuta ITF).

La prima importante innovazione nella formula è del 1923, quando le nazioni partecipanti furono divise in due aree: “America Zone” e “Europe Zone”.

Le squadre vincitrici delle due zone si incontravano nella “Inter-Zonal Final” per decidere quale team avrebbe sfidato i campioni in carica nella finale.

Furono gli anni dei grandi “Moschettieri” francesi
, ben sei vittorie in fila per Lacoste e compagni.

Nel 1933 gli inglesi guidati da Fred Perry riportarono la coppa in Gran Bretagna battendo i francesi al Roland Garros. Difesero il titolo per tre anni, fino al '37, quando gli statunitensi Budge e Parker si imposero 4-1 sull'erba dell'All England Club.

La competizione era diventata così popolare che l'americano Bill Tilden (sette volte campione in undici finali consecutive) arrivò ad affermare che un match di Davis a livello diplomatico era più importante di una missiva della Casa Bianca…

Iniziò un dominio assoluto di USA e Australia, che durò fino al 1973. L'incredibile generazione di talenti australiani portò ai “canguri” 15 coppe in 18 anni (1950-1967), con il coach Harry Hopman a guidare campioni come Fraser, Hoad, Rosewall, Laver e Emerson, quest'ultimo detentore del record assoluto di otto successi come giocatore.

Addio Challenge Round

Le recenti polemiche che hanno accompagnato la rivoluzione del format della Davis, fondate sulla volontà di preservare tradizione e status quo, vanno contro la storia stessa dell'evento.

La competizione ha sperimentato molti cambiamenti nella sua struttura e regolamento.

Nel 1955 fu aggiunta la “Eastern Zone” per riorganizzare il lotto dei partecipanti dopo l'ingresso di nuovi paesi; con una terza zona in gara, fu necessario assegnare un bye a uno dei team in lizza alle “Inter-Zonal challenge round”.

Questa situazione anomala sparì nel 1966, quando l'area europea fu suddivisa in due parti, “A” e “B”, portando a quattro le squadre della finale inter-zona. Nel '68 si entrò nell'era del tennis Pro, ma la Davis restò ancorata al dilettantismo fino a tutto il 1972. Nel 1969 fu toccata la cifra simbolica di 50 nazioni partecipanti, una crescita che non si arrestò, fino al numero attuale di 133 paesi in gara.

La vera svolta epocale arrivò nel 1972, quando venne abolito il Challenge Round. Gli USA, campioni in carica, scesero in campo già dal primo turno nella zona americana, avanzando sino alla finale di Bucarest, dove Smith e Gorman sconfissero Nastase e Tiriac.

Il ’72 fu un anno storico anche per il nostro tennis: Nicola Pietrangeli giocò il suo ultimo match in Davis, toccando il record assoluto - ancora imbattuto - di 164 incontri disputati con 120 vittorie, tra singolo e doppio.

Nel 1973 la Davis aprì ai professionisti, elevando il livello della competizione. I leggendari australiani Laver, Rosewall e Newcombe sbarcarono in finale negli USA, a demolire le ambizioni dei campioni in carica statunitensi e riportare la insalatiera “down under”.

I '70s furono anni di grande espansione per il torneo, con nuove nazioni vincitrici (Italia, Svezia, Sud Africa).

Nel 1981 fu varata un'altra modifica radicale: si introdusse il format del “World Group” a 16 nazioni, mantenuto fino al 2018.

I sedici migliori team si sfidavano in un tabellone ad eliminazione diretta con in palio la coppa, mentre le altre nazioni erano impegnate in uno dei vari gruppi all'interno delle tre zone regionali, a caccia della promozione nel gruppo mondiale o salvarsi dalla retrocessione in uno inferiore.

Nel 1989 venne finalmente introdotto il tie-break, dal 2016 anche nel quinto decisivo set. Con la vittoria della Croazia in Francia nella finale del novembre 2018 questa formula è andata in archivio.

Novità e fattore campo

Siamo arrivati a poche ore dal debutto del nuovo format: le migliori nazioni in campo in un'unica sede, a giocarsi la coppa in una settimana ricchissima di incontri, per una finale Davis simile a un campionato del mondo.
Sarà una kermesse affascinante, senza pause, capace di concentrare il meglio del tennis mondiale nella stessa settimana; quindi anche un'occasione ghiotta per gustarsi dal vivo i campioni impegnati in una competizione a squadre, con tutto quel che ne consegue a livello di pathos e spirito.

È stata introdotta la formula migliore per dare continuità alla storia dell'evento? Sarà il campo a dirlo. Oggi possiamo solo affermare che la Coppa Davis aveva l'assoluta necessità di darsi una rinfrescata. Molti campioni la snobbavano (magari dopo averla vinta...), c'era una richiesta diffusa di trovare una via nuova. L'ITF ha approvato un progetto totalmente diverso, cercando un rilancio.

La Davis è sempre stata un evento importante, fondamentale a veicolare spirito e cultura tennistici in giro per il mondo, coinvolgendo il pubblico in un vortice di passione e creando incontri epici, capaci di ribaltare i valori tecnici grazie alla valenza della squadra e dell'ambiente domestico.

Questo è il punto di domanda di molti appassionati: l'impatto che avrà l'addio al fattore campo, che rendeva la Davis davvero unica, insieme ai match decisivi al quinto set che hanno creato vere e proprie leggende.

Con incontri due set su tre, non vedremo più eroiche maratone passate alla storia, come quella tra Gaudenzi e Norman nella finale di Milano 1998.

Nel complesso però la nuova Davis ha molte frecce per colpire e continuare ad appassionare.

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