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#RIGADIFONDO - Dalla nuvola al fagiolo, ecco gli stadi del futuro

Il nuovo modo di vivere il tennis dal vivo, dall’Allianz Cloud di Milano all’O2 Arena di Londra, fino agli impianti futuristici dell’Estremo Oriente. Come quello giapponese di Kobe, dove si simulano i terremoti e dove si gioca un Challenger da 54 mila dollari

di Gabriele Riva | 14 novembre 2019

In questi giorni si è giocato un challenger su un’astronave. È successo a Kobe, in una struttura così avveniristica che sembra uscita da un film di hollywood. La cittadina giapponese poco a ovest di Osaka è famosa nel mondo per la sua prelibata (e costosissima) carne di manzo, adesso entra nelle mappe del tennis anche per un gioiello architettonico che sembra un… fagiolone.

Perché vista dall’alto la Bourbon Beans Dome assomiglia sì a una stazione spaziale, ma dalle forme fagiolose, un legume d’acciaio e vetro adagiato sui prati verdi di Kobe. Fa impressione a vedersi, con i suoi tre immensi finestroni ovaloidi sul tetto. Colpisce vederci un campo da tennis all’interno, o meglio, 10 campi da tennis.

Un’esperienza di tennis proiettata nel futuro che coinvolge tutto il mondo. I milanesi, per esempio, hanno appena sperimentato la ‘Nuvola’ delle Next Gen Gen Atp: il vecchio Palalido, ora ristrutturato e riaperto col nome di Allianz Cloud, si è illuminato di lampi di led, colori, flash, variazioni luminose accompagnate da effetti sonori in concomitanza con i punti importanti.


Per non parlare degli enormi video-wall a bordo campo e del maxi-schermo stile partita NBA a calare del centro del tetto. Qualcosa di molto simile all’atmosfera illuminata solo in centro, come per un palcoscenico, della 02 Arena di Londra che in questi giorni accoglie gli otto migliori giocatori del 2019, tra cui il nostro Matteo Berrettini, per le ATP Finals.

Proprio la O2, la più ‘americana’ delle arene piantata nel cuore della Vecchia Europa e della Vecchissima Inghilterra, segnò un punto di svolta nell’esperienza-show del tennis live quando ereditò da Shanghai l’allora Tennis Masters Cup. Era il 2009, dieci anni fa. Una chicca mai vista, però, anche per i nuovi standard degli stadi del tennis, arriva dall’estremo Oriente.

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Come quando alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino 2008 la Cina si rifece il look, entrò pesantemente nel calendario tennistico internazionale e stupì il mondo con le architetture sportive di Shanghai e di Pechino. Ma quello era un evento mondiale, globale, universale. Il fagiolo di Kobe invece fa impressione perché non sta in una metropoli, perché ospita uno solo dei 160 Challenger stagionali e perché è nato con uno scopo molto particolare. Di quelli che - come stiamo per vedere - di tecnologia hanno davvero un gran bisogno.

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Come fa notare Josh Meiseles, profondo conoscitore delle dinamiche Challenger che racconta giornalmente con i suoi articoli su ATPTour.com, “quando ci entri la prima impressione è che non si tratti nemmeno di un torneo indoor tanta è la luce naturale che inonda i campi dai vetri posti sul tetto e sulle pareti. Sembra di essere in una navicella spaziale, non nella sede di un Challenger”.

Campi d’allenamento e campi secondari sono lì, a un passo l’uno dall’altro, tutti coperti dallo stesso ‘fagiolo’, pardon tetto, con le sole tribune a fare da quinte al ‘Centrale’. La gente si muove liberamente ed educatamente tra l’uno e l’altro, con l’azione sempre sott’occhio. Un’atmosfera che piace anche ai giocatori: “Adoro giocare in questa struttura - ha spiegato Go Soeda - è sempre stra-piena e l’atmosfera è ottima”.

Qui Soeda, 35enne giapponese con un passato tra i Top 50 Atp, vinse un match di Coppa Davis rimontando da due set a zero sul croato Ivan Dodig. ‘Qui' è in realtà a 40 minuti di macchina da Kobe, la sesta città più grande del Giappone. Per essere più precisi, ‘qui’ è nel cuore del Miki Disaster Prevention Park.

Il nome può far paura, ma spiega bene le origini del luogo. Nasce nel 1995, in risposta all’emergenza venutasi a creare dopo un terremoto di magnitudo 6.9 che scosse il Giappone e uccise circa 6 mila persone. Serviva una grande area per accogliere gli sfollati. Non solo. Serviva anche costruire un centro studi e sperimentazione sull’effetto dei terremoti, con al suo interno il più grande simulatore di terremoti indoor al mondo.

Subito affianco nel Parco di Prevenzione Disastri, apparentati dalla medesima tecnologia, due stadi per il football, un percorso per il running e l’arena del tennis. Il progetto è stato firmato dall’architetto Shuhei Endo, che ha plasmato l’acciaio curvandolo alle necessità antisismiche e poi lo ha ricoperto per la gran parte con dell’erba. “Le forme tondeggianti si fondono meglio con le esigenze della natura”, spiegava.

Sono due i campi da tennis principali, su ogni lato di ognuno di essi ne sorge un altro. Il totale, come accennato, fa 10. In quattro aree sul perimetro della struttura ci sono delle enormi aperture a vetri: servono per trasportare con dei camion le persone in un’altra area sicura da 53 mila metri quadri in caso di terremoti improvvisi o tifoni.

Il Bourbon Beans Dome un giorno potrebbe accogliere migliaia di persone in difficoltà, magari salvar loro la vita. Chi c’è stato, a giocarci o a bordo campo, dice di aver vissuto un’esperienza unica in un’astronave a forma di fagiolo che sembra tanto una base spaziale. E che invece, con la sua architettura, sposa il tennis.

Abituiamoci: anche questi, tra spettacolarizzazione e funzionalità, sono i criteri di costruzione degli stadi del futuro.

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