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Eventi Internazionali

WTA Finals: regna l’incertezza, come in tutta la stagione

Il Masters giunto alle semifinali a Shenzhen è lo specchio di un 2019 in cui il circuito femminile ha avuto ben 36 diverse vincitrici di torneo. Chi fra Barty, sicura di chiudere il 2019 da n.1, Pliskova, Svitolina e Bencic piazzerà il guizzo vincente?

di Vincenzo Martucci | 02 novembre 2019

Osaka (spalla), Andreescu (ginocchio sinistro), Bertens (problemi intestinali): i tre ritiri dopo il via delle Wta Finals - il Masters in rosa - sono l’emblema della stagione del circuito femminile, che ha avuto ben 36 diverse vincitrici di torneo. Perché le tre ragazze sono state protagoniste per dieci mesi e, come tali, puntano molto sul fisico, sulla falsariga dei colleghi uomini, così da arrivare cotte e incerottate sotto l’ultimo traguardo di Shenzhen. Al quale non potevano mancare, per soldi  - montepremi-record di 14 milioni a edizione per dieci edizioni - e per orgoglio. E dove negli ultimi tre anni hanno vinto sempre outsiders, da Cibulkova a Wozniacki a Svitolina. Di più: senza Serena Williams, il movimento non ha una dominatrice assoluta, come si vede dal passaggio di consegne al numero 1 della classifica fra protagoniste vecchie e nuove e dai risultati altalenanti nei tornei principali.

Gli alti e bassi di Osaka, Andreescu e Bertens

La 22enne nippo-statunitense Naomi Osaka, dopo il trionfo agli Australian Open, è tornata competitiva al vertice solo nella recente campagna asiatica di fine stagione.
La rivale diretta, la 19enne canadese-romena Bianca Andreescu, s’è ripresa sul cemento americano, conquistando gli Us Open, ma poi ha avuto un calo.
La 27enne olandese Kiki Bertens s’è stabilizzata a livello di top ten, ma non riesce ancora ad effettuare il successivo salto di qualità. Così, nei tornei più importanti non va oltre quarti e semifinali. Che sono molto per tanti, ma forse non abbastanza per le sue aspirazioni.

Alla Halep non basta il ritorno di Cahill

Le altre protagoniste di vertice di scena fra le Super 8 in Cina? La più esperta, la 28enne romena Simona Halep, bocciata sul cemento sia in Australia che in Nord America e pure sulla terra, dove partiva favorita, dopo la finale 2017 e il titolo 2018 al Roland Garros (e la doppia finale degli ultimi due anni a Roma), si era riscattata sorprendendo Serena Williams sull’erba di Wimbledon, ascrivendo il suo nome nell’albo d’oro dei Championhips. Ma, pur convincendo coach Darren Cahill a tornare con lei in pianta stabile l’anno prossimo, s’è fermata lì. Così, a Shenzhen, nel match decisivo, è scivolata contro Karolina Pliskova. Vero, sul veloce indoor la potente ceca recupera quello che perde in mobilità sulla terra e sul cemento all’aperto, maSimona ha fatto proprio arrabbiare la sua guida australiana. Che, chiamato in campo per il discorsetto nel terzo set, ha sgridato l’allieva, chiamandola addirittura “una disgrazia”. Per colpa delle solite, eclatanti, pause di intensità, e relative fughe passive a fondocampo.

I cali fisici della Kvitova

Nessuna sorpresa dalla 29enne ceca Petra Kvitova, sulla carta fortissima ma forse ormai paga di quanto ha fatto in carriera e del recupero dopo la tragica aggressione subita in casa con il taglio del tendine della mano sinistra che ne aveva messo in forte dubbio il futuro agonistico. Ma ha perso tutti e tre i match, con due 6-4 al terzo set, contro Osaka e Bencic, dopo aver vinto il secondo, sempre con evidenti cali fisici suoi. Risultati che l’indeboliscono ulteriormente agli occhi delle giovani leonesse.

Svitolina da “guerriera”

Almeno, coi suoi limiti, la 25enne ucraina Elina Svitolina - in parallelo col fidanzato Gael Monfils a Parigi-Bercy - ha superato, lottando, Pliskova, Halep e la ripescata Sofia Kenin, ennesima trottolina piccola e veloce sfornata dal tennis Usa, senza però abbastanza armi per l’alta società, contro cui aveva perso due volte di fila in estate sul cemento. Confermandosi la guerriera che “desiderano da sempre i genitori”, come ha rivelato al microfono in campo. Ma anche una giocatrice forte ma non fortissima, come dice la sua stagione senza acuti clamorosi.

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Una Bencic sempre più ritrovata

La più felice di come stanno andando le cose al Masters è forse la 22enne svizzera Belinda Bencic, dopo i tanti problemi fisici che l’hanno accompagnata all’indomani della promettente carriera juniores. L’allieva di Martina Hingis e di sua madre Melanie Molitor, che tanto somiglia a Monica Seles, sta riprendendo fiducia, ha impegnato duramente la Andreescu nelle semifinali di New York e, dopo il rientro fra le top ten, cerca il rilancio della carriera al massimo livello. La semifinale contro Svitolina (precedenti 2-1, ma sempre lottati) è il trampolino per prendere ulteriormente fiducia e puntare grosso, l’anno prossimo, negli Slam.

Barty, un Masters per legittimare la corona?

Anche se la pressione più pesante sarà sulle spalle della 23enne australiana Ash Barty che, però, quest’anno dopo essersi presa Miami e poi, a sorpresa, il primo Slam sulla terra del Roland Garros, ha fallito da favorita sull’erba di Wimbledon e ancor più clamorosamente (contro Wang) a New York, e poi haproprio dimenticato come si vince. E’ già sicura di chiudere la stagione al numero 1 del mondo, prima non europea e non statunitense, da quando dal 1975 esiste la graduatoria stilata dal computer, ma è anche all’esordio sul cemento indoor. Che è una superficie insolita per le donne, circostanza davvero curiosa a paragone con gli uomini. Contro la ceca Karolina Pliskova è 3-2 nei testa a testa, ma sempre dopo battaglie e tie-break. Imporsi al Masters sarebbe un bel modo per avvalorare la sua corona di regina.

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