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#RIGADIFONDO - I 4 Slam sotto tiro dei ribelli del prize-money

Una lettera firmata da molti giocatori, uomini e donne, chiede agli organizzatori dei major più chiarezza sulla ripartizione dei ricavi dei tornei. Non vogliono più prize-money, ma un posto al tavolo di chi decide come vanno ripartiti i proventi. E non escludono un clamoroso boicottaggio. Che nel tennis manca dal ’73

di Gabriele Riva | 17 ottobre 2019

C’è un gruppo di giocatori che reclama un posto al tavolo che conta. Quello dove si decidono le ripartizioni degli utili dei 4 tornei dello Slam. I componenti reclamano una fetta più cospicua della torta. E, per un futuro nemmeno troppo lontano, non escludono pure la possibilità di un boicottaggio dei major.

È un gruppo omogeneo, che esula dai canali ufficiali dei board Atp e Wta. Eh già, è un gruppo misto, fatto di uomini e donne. La parità dei montepremi qui non c’entra: conta quanto dei ricavi dei quattro major, presi singolarmente, viene rimesso sul piatto per i protagonisti del campo, maschi e femmine.

A parlarne chiaro, durante lo spicchio di calendario asiatico, sono stati Vasek Pospisil, n.193 al mondo (a Shanghai sconfitto da Medvedev dopo essersi qualificato), e Sloane Stephens, n.12 Wta e vincitrice degli Us Open 2017. Lui, canadese con un passato da Top 25, ha anche un ruolo ufficiale in quanto membro del Player Council - l’organo a tutela dei giocatori - in seno all’ATP.

I ribelli del prize-money si sono uniti firmando una lettera comune per porre il problema e chiedere di avere un potere negoziale proprio nei confronti dei quattro tornei principali. Una missiva affidata allo studio legale Norton Rose Fullbright con sedi sparse in tutti i Paesi del mondo (uno anche a Milano) e spalmate su tutti i Continenti.

Il primo obiettivo da centrare è quello di ottenere dati e cifre certi, oggi ignoti anche agli stessi giocatori. Gli eventi dello Slam, per policy interne, non sono particolarmente zelanti nel comunicare le cifre esatte pubblicamente. E così a quanto ammontino i ricavi di Melbourne, di Parigi, di Londra o di New York non è dato sapere con esattezza.

Gli unici numeri su cui si può fare affidamento sono quelli riportati dal New York Times, che citando alcuni report della USTA parla di ricavi, per quanto concerne gli Us Open, pari a 380 milioni di dollari, almeno nel 2018. Lo stesso anno il torneo ha distribuito, in egual misura a uomini e donne, ‘solo’ 53 milioni in montepremi. Calcolatrice alla mano, fa il 13,49% del totale.

Nella lettera che il presidente del Norton Rose Fullbright, Walied Soliman, ha inviato il 20 agosto scorso ai rappresentanti dei tornei del Grand Slam si stima che, in media, la parte destinata ai montepremi si attesta “approssimativamente tra il 12 e il 17% dei ricavi”.

Una cifra bollata come ‘deludente’ (underwhelming, nel testo originale) se paragonato al circa 50% che le leghe professionistiche americane (NBA, NFL, MLB e NHL) destinano ai giocatori.

Certo, ci sarebbero dei distinguo da fare: perché, per esempio, i quattro tornei dello Slam soggiaciono alle varie Federazioni nazionali, che a differenza delle leghe professionistiche del basket o del football devono preoccuparsi anche e soprattutto dello sviluppo e della promozione del proprio sport a tutto tondo, attingendo dai proventi che gli eventi Slam portano nelle loro casse.

Non solo: dal canto loro gli organizzatori dei tornei dello Slam hanno anche negato la possibilità di comparare certe realtà anche per altri motivi, non ultimo il fatto che nelle leghe professionistiche i giocatori, stando ai contratti stipulati, cedono gran parte dei loro diritti d’immagine. Cosa che nel tennis non avviene.

Ma i giocatori - quelli che hanno aderito firmando la lettera almeno - non ci stanno. Non si tratta però in questo caso di una ‘campagna’ per aumentare i prize-money, pratica ormai divenuta consueta dal 2012 in poi. Adesso la richiesta è quella di avere un posto al tavolo delle decisioni, e di lì cominciare una negoziazione più profonda.

“Noi giocatori vogliamo solo essere certi che ci sia una corretta ed equa ridistribuzione dei ricavi”, è la linea di Sloane Stephens. “Anche soltanto condividendo più informazioni e comprendendo maggiormente le ragioni degli uni e degli altri, si possono trovare le soluzioni migliori, serve uno sforzo da parte di entrambe le parti”.

Un traguardo che di per sé non è semplice da raggiungersi. Prova ne sia il fatto che, a oggi, solo Wimbledon e Australian Open hanno risposto alla proposta.

E hanno risposto picche. “Se non ci dovesse essere riconosciuto nemmeno il rispetto di poterci sedere a un tavolo per negoziare, ci sarebbe un bel gruppo di giocatori arrabbiato”, ha detto Pospisil alla tv cinese.

Tradotto: possibile boicottaggio all’orizzonte. “Nessuno vuole arrivare a uno scontro frontale - ha precisato il 29enne canadese - ma si arriverebbe al punto in cui non ci verrebbe lasciata altra scelta”.

Un boicottaggio in salsa Slam non si vede nel tennis dal 1973, quando 81 giocatori - compresi Rod Laver e Arthur Ashe - non giocarono a Wimbledon per mostrare il loro supporto a Niki Pilic, che rifiutando di rappresentare il suo Paese - l'allora Jugoslavia - in Coppa Davis si vide bandito da Church Road.

La grande differenza è che i Laver e gli Ashe di oggi, Federer e Nadal, non fanno parte della fronda; sono, almeno a oggi, fuori dal gruppo dei firmatari. Entrambi componenti del Player Council dell’ATP, come Pospisil, non sembrano avere intenzione di schierarsi. Più ‘vicina’ potrebbe essere invece la posizione di Novak Djokovic, presidente del Council, che però al momento ha preferito non esporsi apertamente.

In compenso stando a quanto ha lasciato intendere Sloane Stephens la larga maggioranza delle Top 100 - e pure delle Top 10 - del circuito Wta ha firmato la missiva e si schiera a favore dell’iniziativa. Che, a differenza di quella del 2012 (ai tempi della battaglia per distribuire più omogeneamente i prize-money anche agli sconfitti nei primi turni), può contare su una testa di ponte bi-partizan. All’epoca le donne non si gettarono così nettamente nella mischia.

“L’obiettivo - secondo Pospisil - non è tanto quello di rendere ancora più ricche le stelle del circuito, ma permettere a un sempre più ampio numero di giocatori di poter guadagnare decentemente grazie ai propri sforzi nel circuito. Oggi quelli che possono dire di farlo sono un centinaio, la speranza è di arrivare ad allargare questa forbice fino ai Top 300”.

Con queste premesse l’Australia non è poi così lontana e il 20 gennaio, giorno d’inizio del primo Slam 2020, rischia di essere caldo come se non più dell’estate down-under.

Craig Tiley, direttore del primo major stagionale, aveva già fatto sapere che l’obiettivo nel lungo termine è quello di portare il montepremi a quota 100 milioni di dollari australiani (più di 61 milioni di euro).

Sono 38 e mezzo in più di quelli in palio nel 2019, ma non è ancora dato sapere in che tempi ci si arriverà. Anche perché la federazione australiana, tra le altre cose, si è impegnata per circa 60 milioni di dollari di investimenti nell’ATP Cup. Mentre gli altri Slam non sembrano inclini ad accettare imposizioni.

Wimbledon, attraverso il proprio Chief Executive Richard Lewis non ha nascosto il fastidio per essere, insieme agli altri Slam, il solo ‘bersaglio’ di questa iniziativa: “Semplicemente non mi pare corretto”, ha fatto notare in una recente intervista.

E Gordon Smith, Chief Executive della USTA, ha aggiunto che “abbiamo già ascoltato i giocatori innalzando considerevolmente i premi per chi perde nei primi turni” (nel 2012 chi usciva subito prendeva 23 mila dollari, oggi 58 mila).

Insomma, le posizioni sono distanti. Per sapere se si scongiurerà l’ipotesi di un vero e proprio boicottaggio o di una sorta di lock-out bisognerà aspettare ancora del tempo. Questa partita potrebbe essere soltanto al primo game.

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