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Eventi Internazionali

La grande bellezza del Nole più brutto

Nadal e Thiem hanno battuto Federer e Djokovic. O è stato il vento, che non è mai uguale per tutti? Di certo il serbo, che puntava al Grande Slam, ha giocato malissimo e finito ‘fuori palla’ ma ha combattuto con un cuore infinito

di Enzo Anderloni | 10 giugno 2019

Non so se capita anche voi, ma uno dei pensieri più frequenti della giornata è: che cosa mi sono dimenticato? Che cosa mi sto dimenticando di fare? Qualcosa ce lo siamo persi di sicuro. O ci sta sfuggendo. E non lo prenderemo mai più. Come quel passante di Boris Becker agli Us Open 1989 che era lì, in viaggio per la racchetta di Derrick Rostagno che l’aspettava a rete per chiudere il match-point, ma ha toccato il nastro, si è impennato e ciao.

Però a rete ci dobbiamo andare lo stesso, tutte le volte che possiamo, decisi a fare punto. I punti che seguono sono presi al volo dalla settimana appena passata. E’ domenica mattina e la colonna sonora per un momento pacifico di lettura poterebbe essere proprio l’attacco di ‘Sunday morning’, storica hit dei Velvet Underground.

 

La grande bellezza del Djokovic peggiore – Ci vuole pioggia, vento e sangue nelle vene, sangue nelle vene. E una ragione per vivere. E sollevare le palpebre. Novak Djokovic l’altroieri e ieri ha avuto tutto questo e non gli è bastato. La sua tensione evolutiva, il suo sogno di fare quello che nessuno degli altri due immortali del tennis di oggi, Federer e Nadal, è riuscito a fare, cioè completare il Grande Slam, è svanito. Spazzato via dalla pioggia e dal vento di Parigi. Ma mai come nella giornata della sconfitta più cocente si è vista, secondo me, la grandezza di questo campione. Si è percepito quel cuore immaginario che lui disegna con le mani dopo ogni vittoria e slancia verso il pubblico cercando di conquistarlo.

Non è simpatico evidentemente Novak Djokovic. O meglio non riesce a esserlo come Roger e Rafa. Gli stadi non hanno mai echeggiato per lui come per i suoi grandi avversari. E questo gli è sempre pesato, perché pensava di meritarselo. E aveva pure ragione. Ma il cuore è cuore e non segue la ragione. Così non gli era rimasta che un’idea. Conquistare tutti con l’estrema prova di grandezza, l’impresa che nessuno è più riuscito a fare dal 1969, il Grande Slam del leggendario Rod Laver.

Il bello è che Djokovic, dopo la vittoria agli Open d’Australia era pronto per il secondo pezzettino di leggenda, quello più difficile: la coppa dei Moschettieri di Parigi. La terra battuta non è la sua superficie preferita eppure ha vinto a Madrid. Avrebbe fatto centro anche a Roma se gli scherzi del clima non lo avessero costretto a una trafila forzata di partite che lo hanno sfiancato in modo anomalo e probabilmente irripetibile: due match in un giorno al giovedì, tre ore di battaglia notturna il venerdì dei quarti di finale contro Juan Martin del Potro, un'altra durissima lotta notturna il sabato in semifinale contro l’argentino Schwartzman. Alla domenica, per la sfida contro Rafa Nadal (che aveva il venerdì aveva passeggiato con Verdasco e sabato giocato due set al sole con Tsitsipas) era una larva. E si vedeva lontano un miglio. Aveva combattuto lo stesso, vinto persino un set. E aveva fatto le valigie per il Roland Garros, sicuro che una cosa del genere non avrebbe potuto succedere in uno Slam dove, tra un tre su cinque e l’altro, c’è sempre una giornata di riposo.

In effetti a Parigi ha tritato tutti, anche l’Alexander Zverev migliore di sempre negli Slam. Si è fatto trovare pronto per le semifinali: lui contro il nuovo grande pretendente al dominio sul ‘rosso’, l’austriaco Dominic Thiem e Nadal contro Federer, l’ennesima riedizione del “Fedal’, il ‘clasico’ del tennis nel nuovo Millennio.

Quando il risultato conta ma non dice

Sappiamo come sono andate a finire queste due partite e quello che conta è ciò che rimarrà scritto negli annali: il risultato. Chi non ha vissuto queste giornate penserà che è stato tutto normale. Nadal è più forte di Federer sulla terra battuta e Djokovic è stato superato in un match epico da un grande specialista emergente che vuole provare a scalzare finalmente dal trono il grande Rafa. Questa sarà la lettura dei fatti che si leggerà sui libri di storia. Perché alla fine, come ci hanno insegnato sin da bambini, lascia il segno chi vince.

Però per chi vuol capire il senso delle cose, guardarle più da vicino, sapere che i due sconfitti non sono stati battuti solo dai loro avversari ma soprattutto dalle condizioni del tutto anomale del clima parigino, in questo giugno autunnale del 2019 non è un dettaglio. Darà a Nadal o a Thiem la Coppa dei Moschettieri oggi con tutto il diritto di godersela ma restituirà a Federer e Djokovic il merito di essersi fatti trovare pronti a conquistarla come (e forse più degli) altri per essere poi spazzati via dalla pioggia e dal vento.

Perché loro due il sangue nelle vene ce l’hanno messo, Nole in particolare. Ma quando l’aria diventa ‘ rossa’ di terra rossa, gli ombrelli volano in campo strappati dalle mani di chi cerca di ripararsi in tribuna, il tennis non è uguale per tutti.

Giocare con le raffiche di vento che si sono alternate alla pioggia di Parigi, tra l’altro ieri e ieri, non condiziona nello stesso modo il gioco di chi serve con precisione millimetrica o mira alle righe colpendo di piatto, di anticipo, rispetto a chi carica pallettoni in top spin, aspettando tre metri dietro la riga di fondo e disegnando parabole che superano sempre la rete con un margine di un metro e mezzo.

Il vento non è uguale per tutti

Quando la giornata è un po’ ventosa, un Federer o un Djokovic sono un po’ svantaggiati rispetto a un Nadal e un Thiem. E questo nell’arco di un anno può accadere una o due volte. Quando il vento crea turbini sul campo e sposta la palla di metri, a destra o sinistra. Accorcia le traiettorie o le allunga di metri (come si è visto al Roland Garros l’altroieri e ieri) chi si è allenato per colpire una lattina nell’angolino del campo opposto (e la prende 9 volte su 10) è un uomo morto. Chi si allena ad avere un metro di margine di sicurezza dentro al campo e sopra la rete, perché sul rosso questo paga, può campare. Magari male ma campa.

Federer l’ha presa con filosofia. A lui bastava far vedere che è ancora in grado di giocarsela alla pari con Nadal anche sulla terra battuta. E c’è riuscito: fino al 4-4 nel secondo set, quando il vento si è fatto ancora più forte, il match era aperto e spettacolare, con Rafa in vantaggio ma tutt’altro che sicuro di portarla a casa. Poi Roger si è perso nelle raffiche (“mai avuta tanta terra negli occhi” ha sorriso divertito nella conferenza dopo match). Già pensava a ritrovare la sua erba dove, con la condizione attuale, può ancora nascondere la palla a tutti.

Nole non si è mai arreso

Djokovic non poteva prenderla con la stessa filosofia. Lui voleva e doveva vincere. E così ha offerto uno spettacolo tennisticamente penoso ma umanamente grandioso. Non gli riusciva niente. Ma niente. Non trovava la palla. Si incartava sul diritto, si torceva persino sul rovescio, di solito infallibile. Affossava volée banali. Abituato a disegnare il campo con traiettorie lineari, lungolinea o diagonali, ottenute impattando la palla con perfetti controbalzi, si arrangiava come poteva perché la palla non era mai lì dovrebbe avrebbe dovuto trovarsi. Eppure lottava come un pazzo. Altrimenti come avrebbe potuto arrivare fino al quinto set contro un campione come Thiem che, su quelle traiettorie impazzite, caricava i suoi top spin facendole impazzire ancora di più?

Sì, perché questo succede in partite come le due semifinali di questo pazzo e assurdo Roland Garros giocato in Patagonia: chi spinge forte dritto per dritto (e di piatto) in un certo senso aggiusta la palla per l’altro che, arrotandola, la rimanda impazzita di rotazione nelle raffiche di vento.

Al quinto set ieri Djokovic era completamente ‘fuori palla’. Un concetto che conosciamo bene noi che agitiamo la racchetta nei tornei di quarta categoria. Ci capita spesso contro avversari ancora più modesti di noi, che ributtano la palla senza peso, con traiettorie ‘mezzo-alte’. Non la troviamo più, perché non ha ritmo, né peso, nè spinta. Proviamo ad attaccare e andiamo lunghi. Proviamo a rallentare e la buttiamo in rete. Alla fine ci riduciamo a tentare goffamente di rimandarla ‘dall’altra parte’, allo stesso ritmo mesto dell’avversario, corta e mai incisiva. E la partita diventa una battaglia di nervi, tennisticamente inguardabile. Persino un colpo steccato a quel punto può fare la differenza, diventando involontariamente vincente.

Gigante nella sconfitta. Però che sfiga…

Ecco, vedendo Djokovic ieri, al quinto set, conciato così ma disposto a colpire la palla anche con il manico pur di non arrendersi, per la prima volta l’ho amato davvero. Quando ha salvato i due match-point consecutivi, con la forza davvero della disperazione, mi sono sentito empaticamente nella sua metà campo, a cercare di tenere in piedi quel disperato sogno di un Grande Slam che gli valesse una ‘standing ovation’ mondiale. Ma insieme abbiamo spedito un orribile rovescio in rete e affossato un diritto che non sbagliavamo da anni.

Però, che sfiga: dall’anno prossimo a Roland Garros ci sarà il tetto come a Melbourne, Wimbledon e Flushing Meadows. Situazioni così non si verificheranno mai più. Federer e Djokovic torneranno a colpire lattine, col servizio o col rovescio, anche sulla terra battuta. E i Nadal o i Thiem della situazione avranno ben altre problematiche. Ma con i “se” e i “ma” non si fa la storia. Dunque, lunga vita e gloria ai vincitori.