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Sunday Morning: ascolta Roger e visita Parigi

Viaggio nella testa di Federer quando pensa al Roland Garros e dentro l’impianto alla scoperta delle grandi novità del 2019, dallo stadio Chatrier ristrutturato al nuovo,affascinante campo Simonne-Mathieu

di Enzo Anderloni | 02 giugno 2019

Non so se capita anche voi, ma uno dei pensieri più frequenti della giornata è: che cosa mi sono dimenticato? Che cosa mi sto dimenticando di fare? Qualcosa ci è sfuggito di sicuro. O ci sta sfuggendo. E non lo prenderemo mai più. Come quel passante di Boris Becker agli Us Open 1989 che era lì, in viaggio per la racchetta di Derrick Rostagno che l’aspettava a rete per chiudere il match-point, ma ha toccato il nastro, si è impennato e ciao. Però a rete ci dobbiamo andare lo stesso, tutte le volte che possiamo, decisi a fare punto. I due punti che seguono sono presi al volo dalla settimana appena passata. E’ domenica mattina e la colonna sonora per un momento pacifico di lettura poterebbe essere proprio l’attacco di ‘Sunday morning’, storica hit dei Velvet Underground.

Ascolta, parla il Migliore – E’ ormai raro leggere un’intervista a Roger Federer dove si parli di tennis. Il Migliore di sempre parla praticamente tutti i giorni nelle conferenze stampa post partita ma quando viene intervistato da qualche rivista patinata o grande quotidiano (quasi sempre per interposto sponsor) di tutto gli vanno a chiedere tranne che tornei, racchette, avversari. D’altro canto uno che in tv si vede più spesso con un pacco di spaghetti in mano (in virtù dei mille spot del suo sponsor italiano) e sulle copertine nei panni di uno degli uomini più eleganti del mondo (l’amicizia con Anne Wintour, direttrice di Vogue Usa non è casuale) di che cosa dovrebbe parlare se non di quello che fa fuori dal campo o di altre amenità?

Di grande e rara goduria per un appassionato è stata quindi l’ampia chiacchierata che ha fatto con Sophie Dorgan l’inviato speciale del primo quotidiano sportivo francese, L’Equipe, alla vigilia degli Open di Francia. Nella quale ha parlato del suo rapporto con il Roland Garros e più in generale con il gioco sulla terra battuta.

Roger sembra uno di noi -Di una superstar come lui, un’icona dello sport con 20 titoli del Grande Slam in bacheca e una carriera professionistica ormai ventennale, colpiscono in primo luogo la semplicità e normalità delle scelte di vita anche se sempre condizionate dal rettangolo di gioco.

Senti Federer parlare delle motivazioni per cui ha saltato per tre anni l’appuntamento con Parigi e i ragionamenti sono quelli che potresti fare tu o il tuo compagno di doppio al circolo.

“Nel 2016 mi sono allenato una volta sul Campo n.1 e alla fine mi sono detto: che stai a fare qui al Roland Garros? Hai la schiena bloccata, un ginocchio che ti fa male, bene che vada puoi arrivare al terzo turno…”.

“Nel 2017 ho cominciato ad allenarmi perché avevo intenzione di giocare sul ‘rosso’. Dopo due giorni ha cominciato a nevicare. C’erano 4 gradi. Per l’allenamento, con Pierre Huguees Herbert, abbiamo dovuto trovare un campo coperto, col pallone. E lì mi son detto: ma è questo ciò che voglio fare? Va bene allenarsi duramente tutti i giorni ma dentro un pallone pressostatico mi ispira zero. A me piace il tennis all’aria aperta, quando c’è bel tempo. E giocare delle belle partite. Allenarmi in quel modo, proprio no. E allora, visto che stavo giocando bene, avevo vinto a Indian Wells e Miami, ho deciso di saltare la terra battuta. Di non esagerare, non stressarmi. Ho deciso di non giocare a Roland Garros quella volta per poter giocare l’anno dopo a Roland Garros”.

“Poi però nel 2018, in primavera, ho deciso di prendermi una pausa. C’era il compleanno di mia moglie, un compleanno particolare (compiva 40 anni n.d.r.). Volevo festeggiarla come si deve, passare un po’ di tempo con lei che mi è sempre stata vicino, i nostri figli, i nostri amici”. Capito? Roger è come noi. La racchetta è la nostra grande passione e non ce ne separiamo mai. Ma le cose davvero importanti sono altre.

No, Roger non è come noi… - Poi però, vai avanti a leggere e capisci subito perché noi siamo sulla terra e lui lassù. Te ne rendi conto quando Sophie Dorgan gli chiede se si ricorda la prima volta che ha messo piede su un campo del Roland Garros.

“Il campo non me lo ricordo ma era il 1998 e giocavo nel torneo junior. Ho perso al primo turno. Non ho capito perché non fossi testa di serie: la settimana prima avevo giocato a Milano (al Bonfiglio n.d.r.) che è un torneo ITF under 18 di grado A come Parigi ed ero la n.4. Ero avanti 5-2 al terzo con il ceco Jaroslan Levinsky, poi buon doppista. Ho perso 9-7. Poi in doppio con Oliver Rochus abbiamo preso 6-1 6-3 contro Juan Carlo fFrrero e Feliciano Lopez”. Capito? Roger non è come noi. Ma come fa uno che ha vinto 101 tornei a ricordarsi, a 20 anni di distanza, che da junior a Parigi non lo avevano messo testa di serie e aveva perso al primo turno da Levinsky? E pure il punteggio si ricorda. E’ malato di tennis. Come noi, direte. No, molto molto più grave.

Domenica mattina, tutti al Roland Garros - A proposito di malattia da racchetta, ecco il secondo punto di oggi: non tutti i contagiati dalla passione hanno la possibilità di fare un salto quest’anno al Roland Garros. Per godersi, oltre alle partite, una full immersion in uno dei luoghi sacri tennis mondiale nella sua nuova versione, rinnovata, ristrutturata, proiettata al futuro cercando di conservare tutto il fascino storico e ambientale. Abbiamo pensato allora di approfittare della curiosità, del background culturale, della passione e dell’occhio clinico di un collega dalla penna raffinata come Marco Mazzoni per farci accompagnare in un viaggio alla scoperta del nuovo impianto. Siete seduti comodi? E’ un tranquillo ‘Sunday morning”? Cliccate qui: Marco è pronto ad accompagnarvi.