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Ferrer saluta: Il vostro affetto è la mia vittoria

Lo spagnolo ha giocato a Madrid la sua ultima partita. Battuto da Alexander Zverev, ha commosso tutti in un discorso di commiato semplice e profondo

di Alessandro Mastroluca | 09 maggio 2019

“Non ho vinto Madrid, non ho vinto il Roland Garros, ma i trofei in fondo sono solo coppe che tengo a casa. L'affetto che mi avete dimostrato in tutti questi anni lo porterò nel mio cuore per sempre”.
David Ferrer saluta il tennis alla Caja Magica in una sera che diventa notte, dopo un match iniziato appena prima delle 22. Perde la sua ultima partita contro Alexander Zverev, che a lui ha guardato come a un modello e che sul match point ha incoraggiato il pubblico a regalare la standing ovation all'avversario. “Non mi aspettavo un addio così, non ho mai provato qualcosa di simile. Ogni volta che ho perso sono uscito dal campo triste. Oggi no, voglio godermi questo giorno” ha detto. “Vedere tutte quelle persone, che domani mattina devono andare a lavorare, e che sono rimaste qui per me è incredibile: non lo dimenticherò. La mia vita tennistica finisce qui. Sono stato molto fortunato, ho potuto scegliere il posto e il momento per chiudere, e condividerlo con tutti quelli a cui voglio bene”.

“Ci mancherà” ha detto Zverev. E non c'è un giocatore che non abbia espresso ammirazione per lui, per la sua etica del lavoro, per la determinazione, il carattere.
“Sei un esempio” ha detto Nadal, scrive il sito dell'ATP, “ti sei sempre comportato nel modo giusto, con i valori che possono ispirare i giovani”. Un esempio di dedizione e di serietà. “Un giocatore incredibile e una persona ancora migliore” scrive Marin Cilic su Twitter. E non è certo il solo a pensarla così.

 

“Sono solo David Ferrer di Jávea e niente di più”. Iniziava così, con questo incipit da romanzo, un'intervista di qualche anno fa al sito spagnolo Tennis Topic. In quella parola, “solo”, c'è dentro tutto. È un universo che si svela. Racconta un approccio all'essere atleta, all'essere e basta, che va molto oltre i 27 trofei che lo rendono il terzo spagnolo più titolato dell'era Open dopo Rafa Nadal e Manolo Orantes, il best ranking di numero 3 del mondo toccato nel luglio del 2013, le 734 vittorie ATP (12mo nella classifica all-time).
Racconta di un campione che, per dirla con Fabrizio de André, non ha tradito il bambino per l'uomo. Qualcosa del sognatore che si immaginava come Andre Agassi sul campo di fronton, la pelota basca, è rimasta. “Mio padre mi diceva sempre che non conta vincere o perdere, ma dare tutto e intanto divertirsi in campo”. Non è altro che il senso più profondo dello slogan decoubertiniano, tante volte distorto, “l'importante non è vincere, ma battersi bene”.

È diventato davvero professionista quando ha iniziato a lavorare con Javier Piles, che non si è messo in prima fila alla Caja Magica durante la sua ultima partita. Ferrer l'ha cercato con gli occhi, l'ha ringraziato con la gratitudine di chi gli deve molto, e non ha potuto più evitare di commuoversi fino alle lacrime. Come del resto chiunque dentro lo stadio.
Da giovane, ricordava in una vecchia intervista, era un ribelle, spaccava tante racchette. Piles, come noto una volta lo chiuse due ore nello stanzino delle palle usate, ne tiene sempre una nascosta nella borsa. “Rompere una racchetta” diceva un più maturo Ferrer, “è segno di maleducazione, vuol dire non accettare che in campo ci sia anche l'avversario, che puoi sbagliare. È un complesso di inferiorità. Dai la colpa della sconfitta a qualcun altro, a qualcos'altro invece di guardare a te stesso”. Un trattato sull'importanza di non cercare alibi: per ulteriori informazioni, ascoltare Julio Velasco, il ct dell'Italia di volley della generazione dei fenomeni.

 

Non ho vinto Madrid, non ho vinto il Roland Garros, ma i trofei sono solo oggetti. L'affetto che mi avete dimostrato in tutti questi anni lo porterò nel mio cuore per sempre

Al David giovane oggi direbbe di calmarsi, di perseguire anche interessi diversi dal tennis, di ascoltare anche chi non fa parte della sua cerchia. Di trovare il punto di equilibrio tra l'esigenza di severità con se stesso e la possibilità di godersi ogni momento. Perché i momenti non tornano mai uguali. Feliciano Lopez, direttore del torneo di Madrid, in lacrime pure lui durante il discorso alla fine della partita, diceva che in campo era “un pitbull”. Gli amici lo chiamavano Squalo. Ha lottato fino all'esaurimento, ha portato in campo tutto, compresa la sua curiosità per la filosofia e per la storia della Guerra civile spagnola.

 

È arrivata la sua alba di un nuovo giorno, l'inizio della nuova vita. “Grazie alla carriera che ho avuto, posso guardarmi indietro e sentirmi fiero di tutto quello che ho ottenuto” ha detto al sito dell'ATP durante il torneo di Barcellona. Fiero e sorpreso di un affetto che arriva fino all'altra parte del mondo: a Auckland, dove ha vinto il titolo quattro volte, lo adorano.

 

Riuscire a vincere un Masters 1000 (Bercy 2012) e tre volte la Coppa Davis, arrivare in finale al Roland Garros (nel 2013), col rimpianto di una tensione che l'ha bloccato contro Nadal, e alle ATP Finals (2007) nella stagione dei quattro assi pigliatutto (Djokovic, Nadal, Federer e Andy Murray) è tutt'altro che banale. Qualcuno, magari, nel sentirsi “il primo degli altri”, nutrirebbe il rimpianto di un ambizione frustrata, di una realizzazione incompleta. Non Ferrer, che a quei compagni di viaggio dice di dovere molto. “Nadal mi ha insegnato che vincere un torneo non basta, che devi continuare a migliorarti. Se non avessi visto giocare tutti loro, non sarei diventato il tennista che sono”.

Una carriera è il prodotto degli incontri, della disponibilità a cercare nell'altro quel che ci manca, perché milioni di rose non profumano se non sono i tuoi fiori a fiorire. Sulla sua strada, Ferrer ha incontrato grandi guide, come Manolo Santana e Juan Carlos Ferrero, amici che hanno riempito il percorso di possibilità anche inattese come Roberto Bautista-Agut che resterà l'ultimo avversario battuto da “Ferru” in carriera. “E' un amico vero, anche se è più giovane” ha detto, “una persona speciale, gli sono molto grato”.

Ferrer, figlio di un contabile e di una professoressa, ha conservato una componente di autocritica sempre molto presente: è stato il più severo dei suoi giudici. Ha conosciuto i suoi limiti, ha imparato ad accettarli, li ha resi la sua forza. Ora che è diventato padre, vuole esserci per il piccolo Leo. “Voglio giocare con lui, fare i compiti con lui, passare tempo insieme. Non sarò un suo amico, ma deve sapere che può chiedermi tutto” ha detto al sito dell'ATP. In fondo, vuole essere solo David Ferrer di Jávea e niente di più.