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Campioni nazionali

Berrettini tra i fenomeni: in sei mesi da n.55 ai primi otto

Ripercorriamo insieme lo strepitoso 2019 di Berrettini, che va a completare il cast delle Atp Finals più interessanti dell’ultimo decennio, con i Fab 3 (Nole, Rafa e Roger) che dovranno affrontare il meglio della nuova generazione

di Enzo Anderloni | 04 novembre 2019

Un’annata pazzesca, un’accelerazione mostruosa quella di Matteo Berrettini che tra otto giorni scenderà in campo a giocarsi il titolo delle Atp Finals come uno degli otto giocatori più forti del mondo.

Gli altri nomi fanno paura e hanno spinto il presidente uscente dell’Atp, Chris Kermode, che fortemente volle portare il torneo sulle rive del Tamigi, a definire questa come “la più eccitante” delle edizioni del “masters” allestite alla O2 Arena di Londra.
Eccoli, gli altri nomi: Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer, Daniil Medvedev, Dominic Thiem, Stefanos Tsitsipas, Alexander Zverev. Ci sono i Fab 3 che si sono presi 55 Slam negli ultimi 15 anni e i quattro più forti giovani emergenti, pronti a prendere i posti di comando nelle stagioni a venire.

Sull’ultima poltrona, che era ancora da assegnare, ci sarà lui, l’italiano di 23 anni che ha già riscritto la storia raggiungendo la Top 10 nell’arco di una stagione che aveva affrontato partendo (dal torneo di Doha) come n.54 del mondo. Ironia della sorte, in Qatar fu sconfitto al primo turno proprio dallo spagnolo Roberto Bautista Agut, che gli ha conteso il posto fino all’ultimo.

Berrettini e il suo coach Vincenzo Santopadre, coadiuvato dal tecnico Fit Umberto Rianna, hanno sempre avuto i piedi ben piantati per terra. Il 2019 doveva essere l’occasione per migliorare accumulando esperienza.

Fa un certo effetto ripensare all’incontro avuto con loro e tanti ragazzini emergenti allo Sporting Milano 2 a fine 2018, in dicembre. Era la riunione annuale del team agonistico Head: le star, ma molto a portata di mano, erano Matteo e Filippo Baldi.
Insieme a loro in campo, in aula, al buffet del circolo Lorenzo Musetti, l’altro Berrettini, Jacopo, fratello di Matteo, e tanti under 16, 14 competitivi nelle loro categorie. Un gruppo di ragazzi di belle speranze, con le loro racchette e i loro borsoni pronti a partire per le sfide del 2019. Dire che ci fosse qualcuno diretto a Londra sarebbe suonato come una spacconata senza senso.

E, fino ad aprile, le cose sono andate avanti bene per Matteo, ma come era logico ipotizzarle. Un ottimo esordio in Coppa Davis, contro l’India, sull’erba; una bella semifinale a Sofia con successi su Khachanov e Verdasco. Poi un turno passato a Metz e quattro sconfitte all’esordio: Dubai, Indian Wells, Miami e Monte-Carlo. Inframezzate dalla vittoria di un torneo, quello di Phoenix, ma ancora a livello Challenger per quanto di lusso.

Il 22 aprile, alla vigilia dell'Atp 250 di Budapest, Matteo aveva mostrato progressi ma era ancora al n. 55 del mondo. Otto giorni dopo sarebbe diventato n.37 perché quel torneo l'avrebbe vinto (battendo in finale il serbo Filip Krajinovic).
Il 5 maggio, quando cominciano gli Internazionali BNL d’Italia, è al n. 33 perché nel frattempo ha raggiunto la finale anche al torneo di Monaco di Baviera, dove il cileno Cristian Garin gli ha soffiato la BMW che spetta al vincitore. In semifinale Matteo aveva rifilato un bel 6-4 6-2 al solito Bautista Agut.

A Roma arrivano i successi sul francese Pouille, n.25 , e sul tedesco Zverev, n.5. Si vede che c’è stato un salto di qualità, il livello si è alzato. La sconfitta al secondo turno del Roland Garros, contro il muro del regolarista danese Casper Ruud, non lascia segni. Matteo passa dalla terra battuta all’erba come fosse un’evoluzione naturale del gioco. E il suo potenziale esplode, come i suoi servizi e i suoi diritti fulminanti.

Riparte vincitore dall'Atp 250 di Stoccarda, su una Mercedes fiammante e con gli scalpi di Nick Kyrgios, Karen Khachanov e Felix Auger-Aliassime.

La settimana successiva è in semifinale ad Halle, fermato solo dal belga David Goffin.

Arriva a Wimbledon da n. 20 del mondo. E si arrampica al quarto turno, dove lo aspetta il “Federer moment”. Il faccia a faccia con l’idolo di sempre, sul Centre Court, si rivela una mazzata psicologica: Matteo è bloccato dall’emozione. E alla fine si offre di pagare la lezione, visto che ha raccolto 5 game in tre set. Ma gli serve anche quella, perché “Berrettini non perde mai: o vince o impara”.

Però può succedergli di farsi male: un brutto infortunio alla caviglia gli impedisce di difendere il titolo conquistato a Gstaad nel 2018. In luglio ha le stampelle. E a Cincinnati, quando torna in campo, da n. 26 del mondo, esce al primo turno contro l’argentino Londero.

Disastro? Niente affatto, la tappa successiva è quella di New York, l’ultimo Slam stagionale, dove ci si ferma solo in semifinale, contro il futuro vincitore, un certo Rafael Nadal.
Sul terreno duro di Flushing Meadows restano stesi dai suoi colpi devastanti Richard Gasquet, Jordan Thompson, Alexei Popyrin, Andrey Rublev e Gael Monfils, al termine di una delle partite più emozionati dell’anno.

Questa volta la sconfitta con il mostro sacro, il grande Rafa, è con tutto l’onore delle armi. Il primo set lo comanda Berrettini, anche se alla fine gli sfugge. E’ il segnale di un altro salto di qualità. E di classifica: ora i tornei si affrontano da n.13 del mondo.

Soddisfatto? Senz’altro. Appagato? Mai. La sconfitta al primo turno di Pechino contro il ‘revenant’ Andy Murray, ancora n. 503 del mondo, viene digerita come una caramellina: la settimana successiva arriva la semifinale al Masters 1000 di Shanghai con Struff (n.38), Garin (n.32), Bautista Agut (n.10) e Thiem (n.5) messi tutti in fila, prima di perdere con Alexander Zverev (n.6).

Il berretto girato al contrario, la catenina con il ciondolo a forma di ‘rosa dei venti’ tolta e appoggiata sul tavolino accanto alla panchina prima di andare al servizio, il soffio sul manico della racchetta prima di sparare a 220 orari, sono i gesti iconici di un campione che ormai bussa alla top 10. E’ riconosciuto ed apprezzato in tutto il mondo.

Però non è abituato a questi ritmi, è stanco. E’ alla sua prima vera, intera stagione sul circuito maggiore. Ma i numeri dicono che può provare ad acciuffare un posto per Londra e lui non si tira indietro, visto che è n. 8 della Race to London e sono gli altri a dover rincorrere.
A Vienna lo ferma solo Dominic Thiem in semifinale, con la forza della disperazione: l’austriaco vuol ballare il suo primo valzer casalingo e ci riuscirà il giorno dopo a spese dell’argentino Schwartzman.

I punti conquistati bastano però all’azzurro per volare a Parigi-Bercy sapendo che gli inseguitori devono fare meglio di lui per sorpassarlo. L’unico che ci riesce è il francese Monfils, ma arrivare nei quarti non gli basta.

L’ottavo maestro del tennis mondiale nel 2019 si chiama Matteo Berrettini. Questo va negli annali e ci resterà. E’ un risultato che da solo varrebbe una carriera. Non per Berrettini: lui ha appena cominciato.

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