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Campioni nazionali

Il Gaudenzi-pensiero prima della presidenza Atp

Nello scorso febbraio l’ex azzurro è stato intervistato su You Tube da Marco “Monty” Montemagno: 40 minuti di chiacchiere in relax, dal campo da tennis alla esperienza di imprenditore e manager di successo nel mondo digitale in tempi… non sospetti

di Enzo Anderloni | 26 ottobre 2019

Chissà se da nuovo presidente e CEO dell’Atp Andrea Gaudenzi potrà ancora concedersi un’intervista così rilassata, parlando di tennis e business a ruota libera come ha fatto lo scorso 26 febbraio con Marco Montemagno.

“Monty”, imprenditore e broadcaster, guru del marketing e del digitale,con 2 milioni di follower sui social ha intervistato, come dice lui “un sacco di gente interessante” tipo Jeff Bezos (fondatore di Amazon), Al Gore, Oliver Stone, Nicholas Negroponte, Steve Ballmer (CEO di Microsoft), ecce cc.

Posta praticamente un video al giorno (il suo canale You tube ha 507.000 iscritti).

Ha sempre dichiarato una forte passione per la racchetta, in particolare quella da ping pong, perché è stato tra i primi 5 d’Italia e professionista in Germania.

Per lui chiacchierare di sport e mondo digitale con Andrea Gaudenzi, belli comodi sul divano, è stato l’ennesimo momento di divertimento, interessato e interessante.

A noi la loro conversazione molto informale, nel tipico stile di “Monty”, offre l’opportunità di ri-scoprire l’ex campione azzurro, già n.18 del mondo, 33 volte in campo in Coppa Davis (tra singolari e doppi) con ben 19 vittorie, nella sua nuova veste di imprenditore e manager. Una seconda carriera, anch’essa di grande successo, che con il nuovo incarico lo vede lanciato ai vertici delle… classifiche mondiali

L’intera intervista (40 minuti), in cui parla di quello era stato il suo modo di vivere il tennis, degli allenamenti con il team di Thomas Muster, del futuro del tennis e della fruizione dello sport e della musica nell’era digitale, la trovate su You Tube. Alcuni passaggi, tra i più sfiziosi, ve li spoileriamo noi.

Giocare e studiare

“Quando da tennista professionista andavo all’Università per dare gli esami, non mi hanno mai trattato bene. I professori in Italia non hanno la cultura del rispetto dello sportivo. L’atteggiamento era del tipo: perché sei qua a farmi perdere tempo visto che non farai mai l’avvocato nella vita. Un approccio che mi ha sempre dato fastidio. Negli Stati Uniti è totalmente opposto se vai al college e fai sport ad alti livelli vieni apprezzato. Comunque, andavo lì, stavo zitto, cercavo di passare i miei esami. Poi ho fatto un master in Business Administration e mi sono buttato nel mondo del lavoro perché non mi interessava la carriera di allenatore di tennis”.

Il momento chiave della carriera

“Nel 1995 ci sono state partite che se avessi vinto… La semifinale a Monte-Carlo, la finale a Dubai… E’ così: vinci tre/quattro partite in più e sei nei primi 10. Però non le ho vinte. E sono tanti i motivi per cui non ci sono riuscito. Poi, verso i 25/26 anni ho realizzato quali erano i miei limiti e non avevo più la forza, l’energia e la voglia di continuare a provare anche se magari oggi si vedono giocatori che esprimono il meglio verso i 30 anni. Io un po’ ero stanco, un po’ avevo già in testa quello che volevo fare dopo; quindi avevo quasi fretta di finire con la laurea per poi entrare nella mia seconda carriera”.

Il grave infortunio alla spalla nella finale di Coppa Davis Italia -Svezia del 1998 a Milano

“Mi sono rotto la spalla a furia di antiinfiammatori e cortisone. Adesso sono molto più bravi nella prevenzione degli infortuni e questo allunga la vita degli atleti. Ai miei tempi se avevi male prendevi un antiinfiammatorio e andavi avanti. Poi però ti rompi qualcosa. E la carriera diventa più breve. Io ho avuto tre operazioni alla spalla, probabilmente malgestite”.

L’eccezionalità di Federer e Nadal

“Oggi vedo giocare Federer che è dell’81 e penso: io ci ho giocato contro nel 2002, siamo nel 2019 ed è ancora lì, che si muove leggero, rapido, scattante… Non so come faccia. In parte c’è un lavoro importante di prevenzione degli infortuni: la scienza e la medicina hanno fatto progressi. Un po’ è anche il modo in cui uno gioca: lui è estremamente efficiente. Io ero un giocatore un po’ troppo meccanico, faticavo più del dovuto e questo ha abbreviato la mia carriera, mi ha logorato più velocemente. Però arrivare a 38 anni con quella performance fisica è dura. Roger è davvero impressionante. Anche Rafa è incredibile: quando ha cominciato tutti dicevano: con quel tipo di tennis smetterà a 26 anni come Borg. Invece è ancora lì”.

I giocatori che lo hanno ispirato

“Quando ero piccolo guardavo Borg, McEnroe, Connors. Crescendo i miei punti di riferimento sono stati Boris Becker, Michael Chang, Stefan Edberg. E poi sono arrivato a giocarci contro. Mi ricordo la prima volta che ho affrontato Becker, che era il mio idolo: nel palleggio tremavo. Avevo 18/19 anni, l’avevo visto solo in televisione…”.

“Nel lavoro mi piace potermi confrontare con persone dalle quali puoi imparare, dalle quali ricevi delle informazioni che ti aiutano a crescere: la scuola non finisce mai”

Il passaggio al mondo del lavoro

“Se sei uno sportivo, affrontando il mondo del lavoro post-carriera ti porti dietro una serie di pregiudizi. E’ una cosa tipicamente europea: negli Usa apprezzano tantissimo che uno abbia un passato importante nello sport. Anche perché da loro è integrato nel college. Io sono convinto che se hai fatto sport ad alto livello hai dei numeri in più rispetto agli altri. Da noi manca la capacità di dare un’educazione di livello ai giovani mentre fanno sport. A 14 o 15 anni ti fanno scegliere: o la scuola o lo sport. E quello è un errore gravissimo perché c’è il tempo per fare entrambi. Se ci si pensa, ci si può allenare 5/6 ore al giorno al massimo, quindi il tempo per studiare c’è. Il problema è di organizzazione e strutture”.

Ricominciare da zero fuori dal campo

“Passando a una nuova carriera la cosa più difficile è ricominciare da zero. Ho fatto abbastanza fatica. C’è un episodio, che mi è rimasto impresso. Ero proprio all’inizio, cercavo di avere un appuntamento con questa grande azienda, uno dei suoi manager. Me lo fissano. Ero stracontento: giacca e cravatta, parto da Milano, in aereo, vado a Roma. Quando arrivo mi chiama l’assistente del manager: “Sig. Gaudenzi, mi spiace, non può riceverla. Le faremo sapere per un altro appuntamento”. Ti ritrovi lì, all’aeroporto di Fiumicino, che devi prendere un altro aereo per tornare indietro con un “due di picche”. Da tennista eri abituato che quando arrivavi all’aeroporto c’erano le Mercedes che ti venivano a prendere. Ti portavano a un hotel a 5 stelle e poi al Foro Italico a giocare. Invece quel giorno mi sono ritrovato lì, a farmi un “Camogli” al bar, aspettando di rientrare. Devi fare un grande bagno di umiltà, perché parti da zero, non sei nessuno e, anzi, devi lottare con il pregiudizio: “ma tu, che eri un tennista fino a ieri, che cosa ne sai di…”.

I diritti Media dei Grande Slam

“La stima del valore di tutto il tennis, tornei del Grande Slam e Masters 1000 Atp in termini di diritti Media si aggira tra il miliardo e il miliardo e mezzo di euro. Ancora nulla rispetto al calcio ma in grande crescita”.

L’evoluzione de tennis

“Next Gen è una grande opportunità per provare nuove regole. Io non sono tradizionalista, sono aperto all’innovazione. Va ovviamente rispettato il “core”, l’essenza del tennis. Una volta si diceva che il tennis non era televisivo perché non si sapeva quando sarebbe finita una partita. Oggi questo non importa più perché lo si segue su canali e con modalità dedicate: non c’è più il telegiornale che deve andare in onda alla 20.00 e ti fa interrompere la trasmissione della partita. Quello che mi piace molto delle regole Next Gen sono i set ai quattro game. Oggi sul 2 pari, 3 pari, se vedo una partita registrata vado avanti, al 4 pari o al 5 pari, perché mi piace guardare i punti salienti, i momenti salienti. Quindi giocare, invece di un “due su tre” ai sei game, un “tre su cinque” ai quattro game, non fa altro che aumentare i momenti cruciali, rendendo il tennis più divertente. Altre regole mi piacciono meno, come l’abolizione del let quando la palla sul servizio tocca il nastro. Però sono dettagli: secondo me l’Atp è sulla strada giusta. Ho in mente un formato: prima lo testo, cerco di trovare il consenso di tutti, giocatori e organizzatori di tornei, e poi provo a lanciarlo”.

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