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Campioni nazionali

A fari spenti contro il Mito

Non gli riusciva niente. Un Matteo Berrettini completamente bloccato, in apnea, sbatte contro un Federer tranquillo e inesorabile. Aveva servito il 70% di prime palle contro Baghdatis al secondo turno, il 70% sabato contro Schwartzman: oggi solo il 45%. Nel terzo set, scivola, va a gambe per aria, ritrova il sorriso e il gioco. Ma è tardi. Per questa volta…

di Enzo Anderloni | 08 luglio 2019

Vedi lui, di là dalla rete. E pensi che per fargli un “quindici” dovrai fare qualcosa di speciale. Dovrei essere te stesso nelle versione migliore, più lucida, più efficace. Un te stesso che serve a 230 all’ora ma più preciso del solito. E che se lui risponde, si sposta più veloce del solito e tira il diritto più basso, più angolato, più velenoso del solito. Il solito tennis cui sei abituato. Perché tu sei Matteo Berrettini, 23 anni, n.20 del mondo, per la prima volta sul Centre Court di Wimbledon, per la prima volta negli ottavi di finale del torneo più prestigioso del mondo. Per la prima volta contro di lui.

E lui è Lui. Con la lettera maiuscola: Roger Federer. Quello che ha vinto 20 Slam, otto dei quali sul quel campo lì. Più di chiunque altro nella storia. Anche Lui batte forte e tira il diritto. Ma meglio di chiunque altro mai. Dunque devi essere perfetto. E non sai se basterà.

Poi, finito il riscaldamento arriva il momento di giocare davvero: lo stadio è pieno, 15.000 persone che sono lì per godersi il match più importante della giornata. GUARDA LA FOTOGALLERY

C’è anche il Duca nel Palco Reale, quello che di solito consegna la Coppa e chiacchiera con i raccattapalle. L’idolo assoluto Federer contro il giovane emergente più interessante del momento, quello che ha dimostrato di essere più efficace e incisivo sull’erba. Quello che ha vinto il torneo di Stoccarda ed è arrivato in semifinale ad Halle. Era la testa di serie n.17 a inizio torneo, promosso poi addirittura al posto della n.13, per la defezione del croato Borna Coric.

Un’attesa che toglie il fiato

Che attesa! Nel tuo box c’è il tuo maestro e allenatore da sempre: Vincenzo Santopadre. Il coach della Federazione che supporta il team con la sua esperienza: Umberto Rianna. Poi c’è tuo papà. E davanti alla tv c’è tutta l’Italia tennistica che sogna.

Batte Federer: rispondi la “seconda” in rete. Poi un’altra, fuori. Lui serve bene. Tiene la battuta in un minuto esatto. Cambi campo. E servi bene anche tu. E tieni anche tu il servizio a “zero”. Poi, improvvisamente e inspiegabilmente, patatrac.

Non ti riesce più niente. Ma davvero più niente. Non ti entra il servizio: le percentuali di prime palle sono lontanissime non dalle tue migliori prestazioni: dalla tua media normale.

Spingi il diritto e va fuori tanto così da una parte, tiri il rovescio e vai a rete. Poi parte uno scambio magnifico, cannonate e controbalzi, tagli di rovescio, incroci stretti: alla fine Lui fa una magia e piazza l’ultimo colpo, impossibile, proprio sulla riga.

Apnea

A quel punto non respiri più. Ogni palla che tocchi provi a tirarla forte ma non sei sciolto. E lei va fuori.  Il primo set si chiude 6-1 in 17 minuti. E non hai capito che sta succedendo, sei in apnea, non ti riesce niente e sai che contro di lui potrebbe non bastare… tutto.

Il secondo set dura un po’ di più: 30 minuti, ma la musica non cambia. Il servizio entra poco e sulla seconda Lui fa quello che vuole. Taglia, piazza, sposta, varia. Per Lui è tutto facile, per te niente. E ogni volta che ti sembra che la palla si presti a un’accelerazione vincente senti l’ansia dentro, la fretta di chiudere. Ti irrigidisci e la palla va fuori: due dita troppo lunga, tre dita troppo larga, la maledetta.

Lui ti brekka subito e scappa via nel punteggio. Non c’è partita e tu lo senti, lo sai. Non ti riesce niente e la cosa ti fa impazzire.

Capitombolo

 Il terzo set comincia al minuto 51, contando dalla prima palla in gioco. Hai provato la terapia d’urto: nella pausa hai tentato il toilet-break. Una bella sciacquata al viso con l’acqua fresca. Il tentativo di scrollarsi di dosso quella sensazione di blocco. Ma non funziona. La prima di servizio non entra (alla fine sarà solo il 45% contro il 61% del primo turno con Bedene, il 70% del secondo con Baghdatis, il 60% del terzo con Schwartzman). Lui breakka di nuovo.

E tu finisci addirittura lungo disteso, col sedere per terra, goffamente. Indietreggi per giocare un diritto dall’angolo del rovescio, come fai spesso, un po’ “alla Federer”, ma sei rigido, o solo sfortunato e scivoli. Un disastro. Ti senti morire dentro: che figura! Con tutta quella attesa.

Ma non devi farti abbattere. Quello non sei tu. E’ solo la versione di te stesso che deve pagare il dazio della prima volta contro Roger Federer. Il fatto che ti sia dovuto succedere sul Centre Court di Wimbledon invece che in un qualunque altro stadio di un qualunque altro torneo del mondo non è una gran fortuna. E’ un aggravante di difficoltà che quello svizzero sornione ha utilizzato al meglio per risparmiare le energia. Non ha mai sofferto granché contro i grandi battitori quello là. E tu, con la battuta, oggi proprio non eri in giornata.

Un sorriso vincente

Comunque dopo la caduta sei un altro. La prendi sul ridere: sai di avere toccato il fondo e sfoderi un bel sorriso autoironico al primo bel colpo vincente che riesci a piazzare. Lo stadio capisce e ti applaude sincero.

E da quel momento, purtroppo è troppo tardi, giochi quasi come sei capace di fare. Finalmente sui più sciolto, e lo impallini un po’ di volte, quel maledetto fenomeno. Non serve a cambiare la partita, che finisce 6-1 6-2 6-2, in 1 ora e 14 minuti. Ma serve a far vedere a tutti che la partita che non c’è stata in realtà avrebbe potuto esserci. E probabilmente la prossima volta ci sarà.

Non oggi purtroppo, sul centre Court di Wimbledon. Quell’uomo di là dalla rete era troppo ingombrante. Ti sembrava che avrebbe intuito prima qualsiasi cosa avessi deciso di fare per sorprenderlo, che avrebbe risposto a qualunque servizio non fosse del tutto imprendibile, che avrebbe chiuso ogni volée raggiungibile. Hai provato a fare di più e non ti riusciva niente. Abbiamo sofferto con te perché sappiamo che sei molto più forte di così. Abbiamo sorriso con te, quando sei uscito dal campo sorridendo perché sappiamo che questo Wimbledon è solo l’inizio, questa giornata storta è solo una giornata storta ma tu sei già tra i primi 20 del mondo e salirai, salirai. E ci porterai a festeggiare con te. Questo stadio ti aspetta. E saranno giorni migliori, giorni di gloria.