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Campioni nazionali

“Noi italiani, maestri… in erba”

Massimo Sartori, da sempre coach di Andreas Seppi e oggi allenatore anche di Thomas Fabbiano, spiega l’evoluzione che ha portato gli azzurri, storicamente in difficolta nel tennis ‘su prato’ a conquistare più punti di tutti nei primi 6 tornei 'verdi' del 2019

di Enzo Anderloni | 03 luglio 2019

Thomas Fabbiano, n.89 del mondo, che batte Stefanos Tsitsipas, n.6, a Wimbledon è un risultato a sensazione. Ma più impressionante è come l’ha battuto: giocando meglio di lui sull’erba. Dovrebbe sorprendere il fatto che un italiano dal fisico minuto e di statura modesta per il tennis di oggi, un metro e 73, domini nel tennis sui prati il giovane supertalento greco, un metro e 93 e servizio esplosivo.

Invece c’è una nuova realtà: gli italiani sono diventati bravi sul terreno dei maestri inglesi, quel prato (lawn) su cui il tennis moderno ha preso avvio. Non a caso il club si chiama ancora oggi All England Lawn Tennis Club. E lo sport dei pionieri, a fine ‘800, si chiamava Lawn tennis.

Alla vigilia di Wimbledon, dopo 6 degli otto tornei “verdi” previsti in calendario, gli azzurri erano quelli che avevano conquistato più punti di tutti. Più di australiani e statunitensi, erbivori per tradizione. Più di francesi e spagnoli, eclettici e numericamente protagonisti un po’ dappertutto.

La vittoria di Mattero Berrettini a Stoccarda, seguita dalla semifinale ad Halle; il successo di Lorenzo Sonego ad Antalya e la semifinale di Thomas Fabbiano a Eastbourne hanno sancito un primato storico e inedito.

Il segno un cambiamento epocale nel Dna dei nostri tennisti. Gli emergenti azzurri di oggi giocano un tennis offensivo, aggressivo, che va a cercarsi il punto anziché attendere l’errore dell’avversario, come mai prima.

I nostri giocatori emergenti battono forte, attaccano da fondo ma sono anche propensi a scendere a rete. Giocano il tennis del futuro.

Una grande svolta di tecnica e mentalità. Ne abbiamo parlato con Massimo Sartori, storico coach di Andreas Seppi, ancora oggi grande protagonista, primo azzurro a vincere un torneo su erba, nel 2011 a Eastbourne. Ma anche, e questo non è noto ai più, dallo scorso novembre coach di riferimento proprio di Thomas Fabbiano.

Possiamo dunque definirti un “coach da erba”?

“Beh, in effetti (ride n.d.r.), fate pure. La verità è che su questa superficie c’è un modo particolare di giocare, se vuoi avere rendimento. E negli anni con Andreas, che si è sempre trovato bene, ci abbiamo lavorato. Devi avere gli appoggi in un certo modo, usare di più la mano. Se sai come fare, fai la differenza. E penso che nel caso di Fabbiano contro Tsitsipas si sia visto. La sostanza della risposta di Thomas proprio sul match -point può essere il manifesto di quello che sto dicendo”.

Dunque si sta diffondendo tra i nostri giocatori questa cultura del tennis su erba?

“In Italia non abbiamo mai avuto tanti giocatori forti come in questo momento, neppure al tempo della vittoria in Davis degli Anni Settanta. E sono anche collocati in graduale scala di età. La settimana in cui si svolgeva il Torneo Avvenire, che è una tappa di grande prestigio nel circuito internazionale under 16, avevamo due italiani in finale lì a Milano e contemporaneamente c’era un italiano nella finale di un ITF da 25.000, uno nella finale di un Atp Challenger, un altro in finale in un Atp 250. Eravamo molto competitivi a tutti i livelli. Abbiamo tanti giocatori forti e di grande prospettiva perché negli ultimi 10 anni c’è stata trasmissione di sapere tra allenatori e allenatori ma anche tra giocatori e giocatori.

Ormai tutti sanno che il lavoro paga e qual è il tipo di lavoro che, se ben fatto, porta a un certo rendimento. E’ una consapevolezza sempre più diffusa che è arrivata anche a chi opera a livello giovanile. Perché se immagini un futuro importate su un under 14 devi cominciare già a quell’età a farlo lavorare con un tecnico che conosca il percorso”

 

Il caso di Thomas Fabbiano è particolare: non è più un ragazzino, ha compiuto da poco 30 anni, eppure ha svoltato. La semifinale a Eastbourne è il suo miglior risultato in carriera….

“Siamo partiti tutti insieme per i tornei su erba: Seppi, Fabbiano, Sinner. Fabbiano si è trasferito a Bordighera, come sede di allenamento, lo scorso novembre, insieme a Federico Placidilli che lavorava con lui a Foligno, da Fabio Gorietti.
Federico lo segue in giro per il mondo, io sono il suo coach di riferimento, come Riccardo Piatti con Jannik Sinner: il lavoro tecnico e le scelte di programmazione le decidiamo noi, parlandone con gli atleti. Nel caso di Thomas abbiamo lavorato in particolare sul diritto e cambiato alcune cose: ora ha più rendimento, spinge sempre. Ma la decisione più forte, quella che è alla base del cambiamento, è stata la programmazione. Lui è arrivato da noi che era n. 100 e pensava di partire nel 2019 ricominciando ancora dagli Atp Challengers.
Ci abbiamo tirato una riga sopra e abbiamo puntato solo all’alto livello: tornei Atp 250 e 500, Masters 1000, Slam. Partendo dalle ‘quali’ dove necessario. Una scommessa forte, una scelta dura ma oggi la sua classifica (n.89) è costruita su questo livello di tennis. E anche il suo livello di gioco è un altro, perché si sta confrontando con quelli davvero forti. E sta scoprendo che se la gioca alla pari. Un discorso che vale pur tutti gli altri italiani che stanno portando il nostro tennis in una nuova dimensione”.