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Campioni nazionali

Piccolo grande Fabbiano

A 30 anni, la prima semifinale ATP premia la bella prestazione contro Gilles Simon, e una carriera forgiata con l'orgoglio, la tenacia, lo spirito competitivo. Questo risultato può diventare l'inizio di un nuovo grande capitolo di storia

di Alessandro Mastroluca | 27 giugno 2019

Thomas Fabbiano forse guarderà le linee sull'erba di Eastbourne come Ernest Hemingway ha sempre osservato le parole. Come se le vedesse per la prima volta. Perché giocherà la prima semifinale ATP, e a trent'anni ha un gusto diverso. Ha il sapore della maturità, della consapevolezza, del viaggio passato per troppe deviazione per arrivare qui, anomalo e doveroso insieme.

 

Fabbiano, un metro e settanta di tenacia e ambizione, numero 102 del mondo con un best ranking di 70, ha scritto a Eastbourne un altro capitolo della geografia dalla terra di mezzo del tennis. Nei quarti ha dominato Gilles Simon 64 63. Movimenti compatti, spostamenti rapidi, nessun calo d'intensità. L'ha vinta di sveltezza, di gambe e di testa. Rientrerà comunque tra i primi 90, potrebbe essere in top 80 se arrivasse in finale e ritoccare la miglior classifica di sempre vincendo il primo titolo.

Sulla strada che porta alla finale c'è un avversario più alto di oltre venti centimetri: Taylor Fritz (193) o Hubert Hurkacz (196), il polacco che l'Italia ha per certi versi scoperto quando è stato ripescato per partecipare alle Next Gen ATP Finals di Milano l'anno scorso. Ma competere con i grandi, Fabbiano lo sa, non è solo una questione di centimetri.

 

È partito dalle qualificazioni a Eastbourne. Ha vinto la quindicesima partita al tiebreak decisivo contro Kenny De Schepper, dopo aver perso il primo set, ha superato Juan Ignacio Londero per entrare nel main draw e passato due turni non banali contro il britannico James Ward, ancora in rimonta, e il serbo Laslo Djere, numero 27 del mondo e seconda testa di serie che era avanti 5-2 40-15 nel secondo set. Fabbiano, però, chiude in due tiebreak.

 

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In un torneo in cui l'entry list si chiude con Nicolas Jarry, numero 71, e le teste di serie sono comprese tra il numero 24 (Guido Pella, n.1) e il 41 (Radu Albot, n.8), questo risultato è un riconoscimento, un premio alla carriera per un nuovo inizio. Perché le righe bianche che definiscono la particolare geometria del tennis possono portare ovunque.

 

In un'altra stagione, un giocatore così, che sarà almeno numero 6 d'Italia la prossima settimana scavalcando Stefano Travaglia, avrebbe fatto parte stabilmente della nazionale di Coppa Davis. In questi anni di rigenerazione del tennis azzurro, si è trovato in un tempo sospeso, a metà tra l'esplosione di Andreas Seppi e Fabio Fognini e l'affacciarsi del meglio della nuova generazione, quel Matteo Berrettini decimo azzurro in top 20 nell'era Open. L'Italia che aspetta un prossimo grande campione e già guarda a Jannik Sinner sull'erba ha un jolly in più.

 

Già l'anno scorso aveva dimostrato di poter sovvertire i pronostici sui prati dove nascono speranze e si livellano le differenze. Il 76 36 76 a Stan Wawrinka, che gli è valso il terzo turno a Wimbledon, miglior risultato Slam eguagliato in carriera, ha il senso dell'attraversamento di una frontiera, di un passaggio di confine. Vedere un'opportunità dove molti percepiscono un limite è un marchio di grandezza. Un marchio da confermare, certo, come ogni giorno e ogni settimana in uno sport che come nessun altro mette di fronte alla sconfitta, al bilancio con se stessi. Fabbiano, che dalla fine dell'anno scorso si allena a Bordighera seguito da Federico Placidilli con l'aiuto di Max Sartori, sta costruendo nuove abitudini per nuovi traguardi.

 

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Direttamente in tabellone ai Championships, sull'erba che numeri alla mano è la superfici su cui rende di più, l'unica su cui ha vinto più di metà delle partite giocate nel circuito ATP (cinque su nove), avrà la responsabilità delle scelte e l'opportunità di accelerare la strada per un sogno, l'ingresso tra i primi cinquanta del mondo. Questione di volontà, di tempo, per chi come Fabbiano vive lo sport nella sua dimensione più alta. Come una spinta a tirar fuori il proprio meglio in ogni situazione. Così può abbattere i giganti. E trovare nello sforzo senso di rivincita e profumo di vittoria.