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Campioni nazionali

Berrettini, la forza tranquilla

Seconda semifinale consecutiva per l'azzurro che batte Karen Khachanov come a Stoccarda. Decimo per rendimento al servizio nelle ultime 52 settimane, ha un tennis buono per tutte le stagioni

di Alessandro Mastroluca | 21 giugno 2019

La forza tranquilla. Uno slogan che è un'intuizione. Il contributo di un pubblicitario, Jacques Séguéla a una rivoluzione: si può vendere un candidato presidente come si vende un dentifricio. Con quello slogan Jacques Mitterrand vinse le elezioni francesi del 1981. Oggi c'è un altro volto che lo incarna. Ha il sorriso aperto di Matteo Berrettini, in semifinale a Halle dopo aver vinto il titolo a Stoccarda. Un tour de force che l'ha convinto a rinunciare a Eastbourne, la prossima settimana, per guardare a Wimbledon.
 

Due settimane da manifesto, fatte di piccoli adattamenti e solide certezze. Due settimane che proiettano Berrettini già verso la top 20. Un traguardo vicino: se la classifica fosse cristallizzata ai punti ottenuti oggi, sarebbe numero 20. La semifinale contro David Goffin, che ha sconfitto Zverev, diventa ancora più importante per la classifica. Possono superarlo, infatti, solo Felix Auger-Aliassime, che è in semifinale al Queen's, facendo meglio di lui; Roberto Bautista-Agut arrivando in finale se Berrettini perdesse in semifinale, altrimenti vincendo il torneo, e proprio il belga se dovesse conquistare il titolo. 

Per raggiungere la seconda semifinale di fila sull'erba ha battuto Karen Khachanov, di nuovo, come a Stoccarda. Le due vittorie, seconda e terza contro un top 10 in carriera, hanno in comune l'efficienza al servizio. Se Berrettini è il decimo miglior battitore del circuito, decimo anche per per punti con la prima nelle ultime 52 settimane, un motivo ci sarà. Ma ridurre gioco e risultati al solo servizio restringerebbe il campo di interpretazione di un tennis moderno innervato su un ragazzo che si direbbe all'antica.

E' proprio una supeiorità di pensiero che gli permette di scartare di lato, di sorprendere Khachanov, di modificare il piano di gioco nella forma ma non di alterarne la sostanza. Il primo set del russo finisce prima ancora di cominciare. I due break nei primi due turni di risposta illuminano sui miglioramenti nella reattività, nella ricerca della palla in avanti. Soffre molto meno anche dal lato del rovescio, verticalizza per evitare ogni minimo rischio. Khachanov non impara la lezione di una settimana fa e continua a cercare la sfida sul suo terreno, il corri (magari poco) e tira (possibilmente forte). Fa il suo gioco, meglio nel secondo set in cui infatti maturano le palle break e le chances di girare il match. Ma non gioca il tennis che serve per vincere, non innesta la strategia sui punti deboli dell'azzurro, che sfodera un tiebreak di sole prime, di scintillante bellezza, guerra lampo e poesia.

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L'ace e la gran prima nei primi due punti al servizio nel tiebreak hanno la forza di una testimonianza. La smorzata per il 4-2 rivelano quella combinazione di volontà di precisione e pensiero creativo, laterale, che per il secondo torneo di fila scombinano i piani di Karen Khachanov. Potente sì, ma schematico, il russo. Lo batte in due set come a Stoccarda, chiude con un match point che è un manifesto, un'accelerazione energica, una volée appoggiata in un campo vuoto che diventa una distesa di possibilità. E poi l'urlo, la mano sul petto, la catenina ripresa dalla panchina e rimessa al collo come a inizio partita.

Non c'è tensione, solo un'emozione sicura. Chiude con 36 vincenti a 16, di cui 22 di dritto, e tre gratuiti in meno (17 a 20). Vince 77 punti contro 59. Gioca con la certezza dei mezzi, il dominio della scena, con la lucidità dei campioni, quella che non conosce ostacoli capaci di confondere le scelte. 
 
Niente è casuale. Non sperimenta, esegue. Non viene avanti per vedere l'effetto che fa, lo conosce già. Il campo lo occupa, lo domina come un'affermata rockstar. Otto vittorie di fila sull'erba non arrivano per caso. E non è nemmeno la sua serie più lunga della stagione, ne ha vinte nove tra Budapest e Monaco. Solo due giocatori sono arrivati in doppia cifra, e quei due si chiamano Rafa Nadal (12 tra Roma e Roland Garros) e Roger Federer (10).

Nel 2019, sull'erba ha perso un solo break e un solo set, contro Andreas Seppi nell'ottavo di Halle. Passaggio di testimone fra il primo italiano a conquistare un titolo sull'erba e il giovane che ne segue la strada. 

Ha già vinto tre tornei, e due senza perdere il servizio in tutta la settimana, a Gstaad l'anno scorso e a Stoccarda una settimana fa.  E' il sesto giocatore a conquistare più di due tornei senza subire nemmeno un break dal 1999, quando l'ATP ha iniziato a registrare le palle break in tutti i turni. Ne hanno vinti due anche Ivo Karlovic, Milos Raonic, Andy Roddick e Ivan Ljubicic (che ha salvato 17 palle break su 17 a Vienna nel 2005 e cinque nel percorso per confermare il titolo nel 2006). L'unico che ha saputo fare meglio è Roger Federer, campione "unbreakable" a Doha 2005, Halle 2008, Cincinnati 2012 e 2015.

Lo svizzero, primo giocatore a trascorrere 1000 settimane in top 50, potrebbe incontrarlo in finale. Praticamente a casa sua, dove gli hanno intitolato una strada e gli riservano una stanza d'albergo con vista dei campi dal balcone. In vista l'ingresso in top 20, sarebbe il decimo italiano ad arrivarci, e Wimbledon da affrontare da testa di serie. Con la leggerezza mancata un po' al Roland Garros. Con la tranquilla convinzione che è la virtù dei forti.
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