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Campioni nazionali

Matteo da fuoriserie

Berrettini conquista il terzo titolo e migliora il best ranking. E' il secondo azzurro a vincere un torneo sull'erba, il primo giocatore che abbia raggiunto la semifinale su tre superfici diverse quest'anno

di Alessandro Mastroluca | 17 giugno 2019

“Il mio nome è Matteo e faccio il tennista”. Come l’Ayrton Senna cui Lucio Dalla ha immaginato di dare voce e parole, Matteo Berrettini corre veloce per la sua strada. Anche se non è più la stessa strada. Perché da numero 22 del mondo, anche il cielo ha un altro colore. A Stoccarda si è lanciato verso il best ranking di numero 22 del mondo, verso il terzo titolo in carriera. E' diventato il secondo italiano dopo Seppi a conquistare un torneo ATP sull'erba. Ha superato in finale Felix Auger-Aliassime, che l'immagine di predestinato se la porta dietro come una seconda pelle e non solo perché è nato l'8 agosto come Roger Federer e completato una settimana perfetta senza mai perdere il servizio.  In premio,oltre all'assegno da 117.050 euro, gli hanno regalato una Mercedes elettrica, versione da strada delle Frecce d'Argento che stanno dominando il Mondiale di Formula 1.

"Ora devo solo capire come si ricarica" ha scherzato Berrettini a cui pure i motori non accendono la fantasia. "Le macchine non mi piacciono tanto, preferisco il tennis" ha detto prima della finale.

 
Vittorie così non arrivano per caso. Dietro i successi non c'è solo la tecnica, non bastano i colpi e le strategie. E' l'uomo che fa il tennista, non il contrario. Anche il suo ringraziamento a Vincenzo Santopadre, che lo segue insieme a Umberto Rianna, e al mental coach Stefano Massari, non ha a che fare col tennis. Non è per i miglioramenti nel gioco, rivela, che sente di omaggiarli. "Siete importanti per il tennis ma soprattutto per la mia vita. Mi fate stare bene. Da quando vi ho incontrati ho capito che siete persone speciali" dice. Il resto è paesaggio.

Un paesaggio che dal verde vira verso l'azzurro, non solo per il colore della sua maglietta, risposta in finale all'arancio sgargiante di un solido Felix Auger-Aliassime. Non aveva mai raggiunto nemmeno la semifinale sull'erba, Berrettini, prima di questo torneo. E' diventato il primo giocatore nel 2019 a giocarne tre su altrettante superfici diverse. Tre indizi che, ben lungi dall'essere una coincidenza, rappresentano una prova. La conferma che il lavoro paga, che le basi del progetto Berrettini sono solide come le sue spalle larghe, come i polpacci che gli consentono di spingere al servizio e di non perdere campo quando attaccato nell'angolo sinistro.

Ha perso 18 punti quando ha servito la prima in tutto il torneo, solo tre in finale. Diciotto punti ceduti in 50 turni di battuta contro Nick Kyrgios, Karen Khachanov, Denis Kudla, Jan-Lennard Struff e Auger-Aliassime, e 152 vinti. Il divario, figlio della pesantezza di palla e della leggerezza di testa, vale un'impresa non comune. L'anno scorso solo due giocatori hanno vinto un torneo senza mai perdere il servizio, Alexander Zverev a Madrid e Novak Djokovic a Shanghai. Indizi di grandezza, punti da unire lungo la linea del tempo. Perché forse quel che cerchi a volte c'è.

Contro Aliassime ha retto senza farsi prendere dalla fretta o dall'ansia dentro una partita mutevole. Ha accettato la malinconia per le tante palle break non sfruttate nel secondo set, non si è lasciato indurre in tentazione dalle chiamate che hanno penalizzato il canadese nell'infinito tiebreak né innervosire da un pubblico indisciplinato.

Va veloce Berrettini per le curve della vita, sulla strada della  gloria. C'è da percorrere tutta la strada per incontrare la soddisfazione di un'ambizione che parte da lontano. Ma non si è mai ridotta alla collezione di trofei, al piazzamento per il piazzamento. Il suo successo è la ricompensa per il lavoro ben fatto, è sostanza che viene prima della forma. 

Solo dieci italiani nell'era Open hanno raggiunto un best ranking migliore dell'attuale numero 22 di Berrettini: i tre top 10 Adriano Panatta (4), Corrado Barazzutti (7) e Fabio Fognini (10); Paolo Bertolucci (12), Marco Cecchinato (16), Omar Camporese, Andrea Gaudenzi, Andreas Seppi (18), Renzo Furlan (19) e Francesco Cancellotti (21). Solo tredici giocatori quest'anno possono vantare più punti nella Race.

Numero 14 nella classifica che considera solo i risultati stagionali, quando ancora non sono arrivati i grandi appuntamenti sul duro che gli sono ancor più affini, il romano sta bruciando le tappe. Si sta prendendo un posto in prima fila quando molti sarebbero ancora al giro di ricognizione. Lo spazio c'è, la visione incontra l'opportunità e il sogno collettivo può cominciare.

 


Non saprà come ricaricare la Mercedes, ma sa bene come caricare chi ne pregusta i progressi ancora in là da venire. Ha il tennis giusto per vincere in questa stagione di potenza, in cui conta chi chiude il punto prima e chi riesce meglio, a suon di scatti e frenate, a resistere. Un tennis senza pause ma senza fretta, votato alla proposta, devoto più alla forza che all'eleganza, meno alla forma e più alla sostanza.

 


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Mette in scena un tennis mutevole, che si rispecchia nelle sue multiformi espressioni. C'è il Berrettini concentrato, fisso sulla palla prima di ogni colpo. C'è il Berrettini profondo in una gif di fatto scherzosa dell'Atp. C'è il Berrettini sfrontato, che alza le braccia e la maglia nella celebrazione della vittoria, il Berrettini leggero che tira fuori la lingua come un portafortuna.

Un uomo coi capelli da ragazzo, Berrettini. Un ragazzo per un mestiere da uomo, perchè tutti vogliono essere l'uomo al comando ma far tutto quello che serve per concretizzare l'ambizione è tutta un'altra storia.


E se fosse lui l'italiano che gli eredi del lawn tennis da tanto tempo stanno aspettando? Certo, il valore di un pilota lo si vede all'arrivo, non alla partenza della corsa. E "Matteo la fuoriserie" è all'inizio di un percorso nuovo, che allarga gli orizzonti, che aumenta sicurezza e convinzione su qualunque superficie. Una convinzione che andrà mantenuta, e sarà probabilmente questa la prova da superare, per sconfiggere il buio oltre la siepe e lanciare lo sguardo verso l'infinito e oltre.

Serve un equilibrio, che la responsabilità di giocare al Foro Italico dopo la vittoria su Sascha Zverev, non gli ha consentito contro Schwartzman. Serve la scioltezza nascosta sotto i legacci del senso del dovere al Roland Garros, nella nuvola rossa di dubbi e non di terra in cui si è sciolto contro Casper Ruud. E' un po' come per i piloti, come diceva una leggenda, Jackie Stewart. "Se ti affanni e forzi la guida per fare il tempo non lo farai: qualcosa non va in te o nella macchina. Si va davvero forte quando si compie il tutto con la massima naturalezza, quando assorbi dentro di te la velocità e il giro di pista sembra divenire lungo e musicale, come un film girato al rallentatore".
Stefano, Vincenzo, siete importanti per il tennis ma soprattutto per la mia vita. Mi fate stare bene. Da quando vi ho incontrati ho capito che siete persone speciali

Ogni motore in fondo ha una musica, e lui la conosce bene la sua. Una musica in battere e in levare, prendere o lasciare. Affinata nelle vittorie e soprattutto nelle sconfitte. Ha vinto due titoli e perso una terza finale per stanchezza, quest'anno, sempre in tornei in cui ha servito con la regolarità martellante del batterista. Come dimostrava uno studio del 2017 pubblicato sul blog Heavy Topspin, è anche una questione di centimetri. L'altezza, infatti, è una determinante chiave nel tennis maschile in termini di punti vinti con la prima, anche se non è un indicatore sufficiente per prevedere l'efficienza della seconda. Berrettini conferma la regola che vuole i giocatori alti un metro e novantasei, come lui, sfiorare l'80% di punti con la prima. D'altra parte, ha vinto solo il 28% di punti in risposta contro la prima, e nemmeno questo si può considerare un'eccezione statistica. Un'altra ricerca di poco precedente, mostrava la media dei punti al servizio e in risposta dei giocatori alti come o più di Berrettini al progredire della classifica. L'azzurro, che vince il 69% di punti al servizio e il 35% in risposta è più efficiente del tennista medioc classificato tra l'undicesima e la venticinquesima posizione, a parità di centimetri.

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L'altezza, dunque, è mezza bellezza. L'altra metà sta in un tennis che sa dosare la raffinatezza e la potenza, che non nasconde l'intelligenza ma la esalta come una spezia, la tramuta in un valore aggiunto che spiazza. Un tennis che l'ha portato alle soglie dell'élite che cambia senso a una carriera, con un sogno nemmeno troppo lontano di emulare Fognini e regalare all'Italia anche un quarto top 10 da poter vantare.

Il futuro passa per altre curve, per nuovi angoli, per le profonde sicurezze che possono nascere dall'esperienza. Il livello per stare con i grandi c'è, il modo in cui ha preso la scena contro Khachanov e Auger-Aliassime induce all'ottimismo anche per i grandi tornei che verranno. Certo, finora è proprio nei grandi tornei che ha avvertito di più il peso di dover confermare le attese, l'imperativo auto-imposto di dover essere all'altezza. Un passeggero non semplice con cui affrontare il viaggio, che moltiplica la tendenza alla critica severa, al perfezionismo.Da un lato, come diceva Del Piero, è la conseguenza del vivere in compagnia del talento. "E' come avere accanto un amico esigente, che ti aiuta ma non smette mai di chiedere" diceva. Dall'altro, conviverci nello sport che più di tutti abitua alla sconfitta come norma non sempre torna utile. Nel tennis bisogna saper perdere e insieme saper vincere. E non dimenticare che alla fine di un viaggio, c'è sempre un viaggio da ricominciare. Quello di Matteo porta ancora un po' più lontano.