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Campioni nazionali

Fabio tra i big del tennis

Genio e sregolatezza, a Fognini il click giusto è arrivato dopo il successo nel Masters 1000 di Monte-Carlo, quando si è reso conto di essere davvero forte. E' stato il segno di una profonda maturazione e l'indizio del definitivo salto di qualità

di Angelo Mancuso - da Parigi | 04 giugno 2019

PARIGI - Ora la top ten non può togliergliela più nessuno. Da lunedì il cervellone dell’Atp lo collocherà al numero 10 del ranking. Un traguardo storico per Fabio Fognini e il tennis italiano. "Raggiungere la top ten è un po' il compimento di un sogno - sottolinea - mi rivedo bambino sul campo da tennis con la racchetta più grande di me e penso: 'Ne ha fatta di strada questo bambino'. In questo momento sono felice e il ringraziamento va alla mia famiglia, a mia moglie e mio figlio, agli amici e a tutte le persone che mi sono sempre state vicino. Lunedì sarà emozionante vedere il numero 10 di fianco al mio nome. Questo è un piccolo grande tassello che si aggiunge ad altri e mi spinge a continuare a dare tutto me stesso per questo sport che amo".

IL PRIMO SGUARDO - Era il 2002, il ligure aveva 14 anni e stava giocando le qualificazioni a un torneo junior a Santiago del Cile. L'allenatore Leonardo Caperchi lo portò a Vina del Mar per fargli toccare con mano il mondo professionistico. Per il giovanissimo ligure fu un battesimo di fuoco. Sotto i suoi occhi di ragazzino alle prime armi, David Nalbandian fu squalificato durante il match contro Flavio Saretta per aver insultato un giudice di linea. Quasi una premonizione di quanto avremmo visto negli anni a seguire.
Fabio novello Dottor Jekyll e Mister Hyde della racchetta capace di tutto, nel bene e nel male: prendere o lasciare. Il giorno e la notte, paradiso e inferno, bello e dannato. Non c’è articolo in cui non si faccia menzione delle sue bizze. Fabio è così, un passionale e istrione, non sai mai cosa gli passa per la testa. Le esplosioni d'ira contro gli arbitri e l'incapacità di controllare i nervi, che gli sono costate più di una partita in carriera, lo hanno consegnato al culto del diverso, del McEnroe 2.0.
Il talento, quello vero, è dono di pochi eletti. Così come la sua anarchia intesa come qualità, come capacità di inventare, di stupire e sorprendere, ma talvolta anche di distruggere e di distruggersi. Nessuno, però, ora potrà più mettere in dubbio che è il più forte giocatore italiano degli ultimi 30 anni. Quel "numerino magico", come lo ha definito lui stesso, è lì a certificarlo: 10 del mondo. Potrà non piacere e talvolta ha atteggiamenti sopra le righe, ma la qualità del suo tennis non si discute. Con buona pace di tutti i se e i ma che da anni lo accompagnano. Potrebbe vincere di più? Certo. Ma a guardare sempre ciò che non ha fatto si rischia di dimenticare il valore di ciò che ha fatto e potrà ancora fare. 

UN LUNGO CAMMINO - In fondo, è normale che a 32 anni (è marito e papà) si facciano meno stupidaggini che a 20. La chiave era tutta nella sua testa: il click giusto è arrivato quando Fabio si è reso conto di essere forte, molto forte. Il segno di una profonda maturazione e ulteriore indizio del definitivo salto di qualità. E' accaduto a Monte Carlo, a un passo da casa, in uno stadio da paradiso tra cielo e mare. Passione e resurrezione, senza voler essere blasfemi visto che ricorreva la Pasqua. Il 21 aprile 2019 è diventata una data storica per il tennis italiano perché un azzurro è tornato a trionfare in un torneo importante, il primo Masters 1000 da quando nel 1990 è stata istituita la categoria. A Monte Carlo l'ultima vittoria risaliva addirittura a 51 anni fa: era il 1968 e Nicola Pietrangeli completò il personale tris. Poi nel 1977 Corrado Barazzutti si arrese a Borg in finale. Dopo quel trionfo Fabio è diventato più consapevole della propria forza e ha raggiunto picchi di rendimento straordinari. Li aveva già avuti di tanto in tanto, come a corrente alternata. Quante volte in Coppa Davis si è caricato il team azzurro sulle spalle? Ora la differenza la fa la continuità: se ha trovato sul serio la ricetta per risolvere questo difetto nessun sogno è vietato. Lo squillo nel Principato è stata la fine di un'attesa per chi in Fognini ha sempre visto quel talento puro capace di manifestarsi superando illusioni e delusioni, vittorie e sconfitte. In questo vortice hanno saputo resistere i più irriducibili, pellegrini in viaggio verso una meta, un sogno. 

COME I PIU' GRANDI - A Parigi, ha agganciato Martin Mulligan al quarto posto della classifica all time dei tennisti italiani per numero di match vinti negli Slam: sono ben 52 (di cui 21 qui a Parigi), a meno 5 da Andreas Seppi e a meno 10 da Adriano Panatta. Praticamente irraggiungibile il solito Pietrangeli, che conduce a quota 90. Numeri che hanno la loro importanza. Oltre alla classifica mondiale ci sono altri parametri che lo eleggono miglio tennista italiano degli ultimi 30 anni. Quello dei titoli Atp, per esempio. Vincendo a Monte Carlo ha toccato quota 9 (oltre a 10 finali), a meno uno da Panatta, davanti a Paolo Bertolucci (6) e Barazzutti (5). Questa graduatoria, però, non tiene conto del tennis che ha preceduto l’era open: il buon Pietrangeli di successi in carriera ne vanta in totale 66. Numeri a parte, ciò che esalta di Fognini è la sua capacità di giocare alla pari con i più forti. Le partite vinte a Monte Carlo contro Zverev e soprattutto Nadal, che aveva già sconfitto in passato, ne sono la conferma. I prossimi obiettivi? Magari una finale Slam: in famiglia c'è già la vincitrice degli US Open, la moglie Flavia Pennetta. Perché non raddoppiare con il piccolo Federico in tribuna ad applaudire il papà campione? Come cantava Gianni Morandi: "Sei forte papà".