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Campioni nazionali

Caruso si racconta: "Sono testardo e un po' rosicone"

Il siciliano a Parigi sta vivendo una favola: partito dalla qualificazioni, oggi sfida al terzo turno il numero uno del mondo Djokovic. Tutto è cominciato con un volantino: ecco chi è la grande sorpresa dello Slam francese

di Angelo Mancuso - da Parigi | 01 giugno 2019

PARIGI - Un volantino trovato per caso che lo invitava a provare una lezione di tennis per bambini. La carriera di Salvatore Caruso è cominciata così, per caso, quando aveva appena cinque anni e mezzo. Non fosse stato per quell'offerta oggi avremmo un laureato in più e un tennista italiano in meno al terzo turno del Roland Garros. Quel ragazzino siciliano nato e cresciuto ad Avola, paesino di trentamila anime nel siracusano che fino a pochi giorni fa era noto solo per il pregiatissimo vino, convinse, anzi costrinse, suo padre ad accompagnarlo e fu come una folgorazione. "Avola alta, diciamo noi in paese. In realtà è una collina di 600 metri", racconta. La racchetta non l'ha mollata più ed eccolo ora all'ombra della Tour Eiffel che attende la sfida con Djokovic, il numero uno del mondo. Sembra una favola, ma è tutto vero. Altroché. Magari ci è arrivato un po' tardi, a 26 anni, ma lui, siciliano fiero delle sue radici, non ha rimpianti.

GLI INIZI
"Ho cominciato a giocare nella mia Avola con il maestro Maurizio Cusumano - racconta - d'accordo con i miei genitori ho frequentato il liceo scientifico pubblico fino alla maturità. Scuola al mattino, il tennis al pomeriggio e i compiti a casa da fare. Il patto era che dopo aver conseguito il diploma mi avrebbero aiutato e sostenuto nella scelta di provare a sfondare nel tennis, perché se non fossi riuscito a sfondare, a diventare un giocatore di buon livello, il pezzo di carta poteva servire. Mio padre Enzo ha un negozio storico di abbigliamento e intimo nel centro di Avola, era del nonno di mio nonno, ecc. Mia madre Lina è insegnante al liceo. Tante volte, da ragazzino, mi sono domandato se quel foglio non fosse una maledizione, una condanna. Ora ho capito, sono più sereno. Se oggi sono quel che sono lo devo ai miei genitori e alle scelte fatte e sono contento così. I miei genitori mi hanno indicato la via senza mai forzarmi, sono stati eccezionali". Ha una sorella maggiore, Rossella, che vive e lavora a Milano: "Ci sentiamo quasi tutti i giorni quando sono in giro per tornei", dice. E un fratello minore, Antonio: "Ha finito il liceo e sta provando anche lui con il tennis. Vediamo cosa succede".

PASSIONE E LAVORO

Quel tennis che per lui è diventato un lavoro, oltre che una passione. "E' sempre stato il mio chiodo fisso. Quando ho capito che poteva diventare il mio futuro? Non c'è stato un momento preciso. Dopo il liceo mi ero iscritto all'Università del Foro Italico, avevo pure pagato le tasse. E' stato tutto graduale". Come la sua crescita tennistica, lenta ma continua, un passo alla volta. E Parigi è un altro prezioso passaggio. In attesa di sfidare Djokovic prova a ripercorrere l'avventura al Roland Garros: "In passato mi ero qualificato solo una volta al tabellone principale di uno Slam, lo scorso anno agli Australian Open. Quando sono arrivato qui a Parigi il primo obiettivo era ovviamente superare le qualificazioni. Poi la fame vien mangiando...". Grazie al secondo turno ha già intascato 147mila euro: "Per fortuna i miei genitori mi hanno insegnato che il denaro è importante, ma gli va dato il giusto peso. E comunque li reinvestirò nella mia carriera". Affrontare il numero uno del mondo sarà come scalare l'Everest: "Sono più maturo, lo vedo da come sto gestendo questo momento. Lo scorso anno probabilmente sarei morto di paura. Ora ho capito che è solo una partita di tennis".
Una grande soddisfazione per un ragazzo umile e educato, che si fa apprezzare non solo per il suo tennis, ma anche per una genuinità rara in questo ambiente. Qualità forgiate insieme al suo coach e mentore Paolo Cannova, 44 anni, colui che lo assiste sin dai primi passi nel mondo dei professionisti. Dopo un periodo da allenatore e sparring nel circuito Wta, ha deciso di scommettere su Caruso, siciliano come lui, quando aveva solo 17 anni. "Se mi ha chiesto l'aumento dopo queste due vittorie a Parigi? Gli devo almeno un paio di palazzi... Ha visto prima di tutti in me delle qualità. Ancora devo capire quali, ma le ha viste... Battute a parte, abbiamo lavorato tanto e ci meritiamo questo successo, nei momenti più difficili, quando i risultati non arrivano, siamo sempre stati costruttivi nel capire cosa mi mancava".

OBIETTIVO TOP 100

Al momento è salito intorno alla 120esima posizione della classifica mondiale. "Il primo obiettivo è entrare fra i primi 100 - sottolinea - ma non è che se poi divento numero 99 mi fermo o mi accontento. Non devo e non voglio pormi limiti". Un po' come fece giusto un anno fa un altro tennista figlio della Sicilia, Cecchinato. arrivato sino in semifinale. "Con Marco siamo amici. Una volta il mio sogno era diventare il tennista siciliano più forte della storia. Dopo quel che ha combinato nel 2018 la vedo un po' dura...". Con il suo tennis abbastanza completo, ma un po' leggerino, "Salvo" si è stabilizzato nel circuito dei challenger: lo scorso settembre ha vinto il titolo a Como battendo il cileno Christian Garin, che qualche settimana prima aveva sconfitto Matteo Berrettini in finale a Monaco. "Il circuito dei challenger è una giungla. Nei tornei più importanti ci sono spesso ritiri, perché se hai un dolorino ti fermi. Nei challenger giocano tutti fasciati per 400 dollari. Affronti sempre avversari agguerritissimi, perché tutti vogliamo fare il salto nei tornei che contano, dove è tutta un'altra vita".
Qui a Parigi il buon Caruso si è preso un po' di quel mondo: "Sono un giocatore abbastanza versatile che sa adattarsi a tutte le superfici pur essendo cresciuto sulla terra rossa. Il mio diritto è piatto, ci abbiamo lavorato tanto e mi piace, se posso, prendere il tempo agli avversari. E corro tanto". Da casa gli amici gli dicono di tagliarsi la barba: "Solo a fine torneo, l'ho fatto qualche anno fa prima di una finale in un future e poi ho giocato malissimo. Meglio evitare. Non è verp ma ci credo...". Scaramantico, ma non solo: "Il mio peggior difetto da siciliano? Amo troppo i dolci, mia madre fa latte di mandorle del mondo. Il difetto? Sono una testa dura,. E anche un po' rosicone...".