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Campioni internazionali

Pliskova è pronta a vincere il “mostro" Slam?

Karolina a 27 anni è già stata in vetta al ranking mondiale dove ora è al numero è 2 dietro la Barty: ha raggiunto una finale Slam già agli Us Open 2016, ed ha sicuramente fisico e numeri tecnici per sfatare il tabù Majors.

di | 18 gennaio 2020

Karolina Pliskova è pronta. A 27 anni, è da tempo stabilmente fra le prime del mondo, è già arrivata tre anni fa al numero 1 della classifica - ora è 2 dietro Ashleigh Barty -, è arrivata a una finale Slam già agli Us Open 2016, e ha sicuramente fisico e numeri tecnici per sfatare il tabù Majors. Un obiettivo che, fra le top ten, condivide con Elina Svitolina, Belinda Bencic e Kiki Bertens ma, rispetto a quelle, ha sicuramente più esperienza della 25enne ucraina e della 22enne svizzera, e più qualità della 28enne olandese.

A Brisbane è appena entrata nella storia del torneo diventando la prima a ascrivere tre volte il proprio nome nell’albo d’oro. E, soprattutto, ha superato battaglie importanti, contro la beniamina locale, Ajla Tomljanovic (ex di Nick Kyrgios, ora fidanzata di Matteo Berrettini), contro Naomi Osaka, cui ha cancellato un match point e quindi in finale contro la rediviva Madison Keys. Ancora in tre set, ancora dopo una maratona di tre ore. Ma quest’esperienza, invece di dare fiducia alla giraffa ceca, la preoccupa: “Ho sempre un po’ paura quando vinco il torneo prima di un Major, perché poi mi è successo troppe volte di rimanere delusa da me stessa subito dopo. Come se avvertissi i pensieri delle mie avversarie: 'Sta giocando bene, sarà dura contro di lei, gioca libera, non hai niente da perdere'. E così aggiungono un po’ più di pressione su di me e mi battono. Perciò, voglio sempre vincere tornei, voglio sempre cominciare bene l’anno, ma ho anche un po’ paura che la storia si ripeta poi in negativo agli Australian Open”.

Karolina ha il pugno del ko, come ha ribadito a Brisbane nel braccio di ferro contro Osaka (52 vincenti contro 53), ma nel tempo ha acquisito anche doti difensive importanti. Soprattutto, ha imparato a gestire i momenti topici e a convivere con la sua anima complicata. “Sono particolarmente soddisfatta di come ho lottato e sono venuta fuori dalle difficoltà della settimana, perché non mi sentivo benissimo fisicamente, mi sentivo stanca con tutti questi match uno dietro l’altro per quattro giorni consecutivi. Giorni duri, con tanto tennis ma anche tante sensazioni positive”.

Karolina si autodefinisce: “Un mostro”. Confermando così la sensazione che dà la girandola di allenatori che ne hanno finora accompagnato la carriera, da Jiri Vanek a David Kotyza, da Conchita Martinez a Rennae Stubbs, alla coppia di oggi, Daniel Vallverdu-Olga Savchuk. “Ho sempre avuto grandi team, che mi hanno dato tanto ma nello stesso tempo mi hanno reso impossibile scappare in qualche modo dal tennis. Ho cambiato ancora il gruppo di lavoro proprio perché devo ancora forse fare alcune cose che mi piacciono, avere degli spazi in cui rilassarmi e non pensare davvero alla partita che sarà. Quindi questo sarà il mio obiettivo per questo Grand Slam, prenderla con più serenità per alleviare la pressione”.

Il problema, batti e ribatti, è sempre quello: “Le attese fra un match e l’altro, la preparazione delle partite, I pensieri che si affollano nella mia testa, le aspettative, le esperienze del passato, tutto ciò mi spinge continuamente a tentare cose nuove per arrivare al meglio all’appuntamento importante. Non è questione di gioco, che è rimasto fondamentalmente quello, migliorando come tutti, ma il resto, la fondamentale gestione del giorno di riposo degli Slam, per esempio, staccare  un po’ il cervello al tennis. Perché penare solo a quello per due settimane di fila, senza interruzione, anche durante la notte è troppo”.

Le regole sono ferree, le vie di fuga sono poche. “Non puoi di certo andare in spiaggia a prendere il sole o passeggiare per cinque ore a far shopping, come mi piace tanto quando sono a casa, perché dopo sarei terribilmente stanca. Ma dove assolutamente staccare la spina. Di sicuro userò i libri e altro per distrarmi finalmente”.

Karolina ha una passione per il mondo “down under”: ha due tatuaggi maori, come “souvenir” dell’amata Nuova Zelanda, nel 2010 ha vinto gli Australian Open juniores, e nella prima tappa stagionale dello Slam sbandiera il successo dei quarti di dodici mesi fa contro Serena Williams bissando quelli degli Us Open 2016. Quel risultato di Melbourne, 6-4 4-6 7-5, racchiude una rimonta indimenticabile, da 1-5 nel terzo set. Con la regina del tennis che, complice la storta ala caviglia, ha sprecato quattro match point e si è arresa ancora una volta sulla soglia dei 24 Slam-record per eguagliare Margaret Smith Court. Ma, subito dopo, ecco per Karolina Pliskova il brutto ricordo del  6-2 4-6 6-4 contro Naomi Osaka, ennesimo brusco stop sulla soglia della seconda, agognata, finale Major. “Il match contro Serena non era stato duro soltanto fisicamente ma anche emotivamente. Mi ha tolto un po’ di forza e mi sono stupita di come ha giocato la mia avversaria, non l’avevo mai vista giocare così, penso che non possa ripetersi”.

 Infatti a Brisbane s’è riscattata, portando a 3-2 il bilancio dei testa a testa nell’alternanza continua vittoria-sconfitta fra le due dal 2017. Peccato che la giapponese si aggiudichi sempre i match più importanti,  come a Indian Wells 2018, l’anno in cui però la ceca le ha fatto lo sgarbo di superarla in finale nella sua Tokyo. Ma Brisbane è Brisbane e Melbourne è Melbourne.  Karolina è guarita dalla sindrome Slam?

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