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Campioni internazionali

Va di moda il Super Coach, ma serve?

Al principio fu Lendl con Murray: l’inizio fu complesso ma i risultati arrivarono. Tanto che Federer si affidò a Edberg, Djokovic a Becker e Nadal, chiamato a ‘sostituire’ zio Toni, scelse a Moya. Adesso Thiem ci prova con Muster, affiancato a Massu. Basta per il salto di qualità?

di | 14 gennaio 2020

Thomas Muster entra nella squadra di Thiem. L'ex n.1 e vincitore del Roland Garros 1995 affiancherà Nicolas Massu, attuale coach di Dominic, per venti settimane all'anno, in particolare negli Slam e Masters 1000. L'annuncio è arrivato durante l'ATP Cup, di fatto servita come test visto che Muster è stato il capitano di Thiem nella compagine austriaca.

Questa nuova collaborazione continua la moda del cosiddetto Super Coach, ossia un grande campione del passato che entra nello staff di un giocatore di vertice non per sostituire l'allenatore in carica ma per portare qualcosa in più, soprattutto durante i tornei principali. Negli ultimi anni diversi campioni hanno provato questa strada, ma non sempre si è rivelata utile. Buona parte del successo nelle collaborazioni a gettone dipende dal feeling che si crea, dagli obiettivi da raggiungere e dal ruolo del mentore all'interno del team.

Murray con Lendl, la svolta dello Zar

Il primo Super Coach ad avere un impatto decisivo sulla carriera del suo assistito è stato Ivan Lendl, entrato nello staff di Andy Murray all'inizio del 2012.

I risultati non furono immediati: ai Championship di quell'anno lo scozzese perse una dolorosa finale contro Federer, la quarta in uno Slam senza alcuna vittoria. Grande delusione, ma il lavoro stava per portare i frutti sperati, come ha dichiarato Lendl:

“Quando ho iniziato con Andy c'erano molte similitudini tra la sua situazione e la prima fase della mia carriera. Anch'io ho avuto bisogno di tempo per vincere”. Dopo la sconfitta in finale a Wimbledon Lendl convinse Murray che la strada era quella giusta.

Con pochi accorgimenti – un tennis più verticale e servizi più incisivi – il successo sarebbe arrivato. Fu lo scatto decisivo: Andy trionfò nella finale Olimpica sul Centre Court prendendosi una bella rivincita su Federer, vinse lo US Open a settembre infrangendo il tabù Slam e alzò finalmente la coppa dei Championships l'anno seguente, strappando un sorriso convinto pure all'imperturbabile Ivan in tribuna.

Il metodo del campione ceco, basato sulla maniacale attenzione al dettaglio e un lavoro massiccio sull'autostima, portò Murray al salto di qualità. A fine 2013 l'idea del Super Coach esplose tra i big in modo inaspettato.

CAMPIONI E SUPER COACH: GUARDA LA GALLERY

I big e i grande ex

Intorno alle feste natalizie del 2013 si scatenò una sorta di effetto domino, con alcuni grandi ex che diventarono Super Coach dei top player. Federer ingaggiò Edberg, Djokovic scelse Becker, Cilic chiamò Ivanisevic e Nishikori si affidò a Chang. Non restarono ferme nemmeno le ragazze, con Madison Keys affiancata da Lindsay Davenport e Agnieszka Radwanska da Martina Navratilova.

Le nuove sorprendenti collaborazioni portarono effetti positivi.

  • Novak migliorò il servizio e nel 2015 iniziò una striscia dominante incredibile;
  • Roger grazie a Stefan rivitalizzò il suo gioco con uno spirito più offensivo, raccogliendo dividendi importanti soprattutto nel 2017, con l'ispirazione di Edberg e i frutti del lavoro iniziato con Ljubicic nell'estate precedente;
  • Cilic vinse il suo primo Slam nel 2014 a New York servendo “alla Goran”;
  • Nishikori toccò il best ranking con una fase difensiva migliorata.

Poco dopo Garbine Muguruza scelse Conchita Martinez, vincendo il suo primo titolo a Wimbledon, e Pat Cash portò il suo spirito offensivo nel tennis di CoCo Vandeweghe, spingendola fino alla Top 10. Quando Nadal si separò da zio Toni, scelse l'amico ed ex campione Carlos Moya come coach, diventando ancor più offensivo col dritto. Questa una serie di rapporti tra campioni e grandi ex che hanno funzionato. Ce ne sono altri che invece non hanno portato i frutti sperati, come la collaborazione tra Grigor Dimitrov e Andre Agassi, praticamente impalpabile, quella tra Sergi Bruguera e Richard Gasquet o il rapporto piuttosto breve tra John McEnroe e Milos Raonic.

Non è facile entrare nel mondo di un giocatore già forte e strutturato riuscendo a cambiare qualcosa nel suo gioco, nella sua condotta di gara o di alcuni aspetti tecnici. Ma allora, perché i big ci provano, contattando i campioni del passato?

Secondo la dottoressa Alexandra Guhde, nota psicoanalista statunitense che ha lavorato con diversi tennisti Pro, ricorrere al supporto di un grande campione del passato non si riduce solo alla possibilità di ascoltare qualcuno che ha avuto successo nello stesso campo.

“La tendenza del Super Coach rispecchia un aumento dell'uso del mentoring professionale nel mondo aziendale. Nel senso psicologico classico, un mentore è qualcuno al di fuori della propria cerchia ristretta (famiglia, staff professionale) a cui un soggetto giovane guarda con rispetto e ascolta con particolare attenzione. I mentori si rendono disponibili a trasmettere la saggezza e la propria esperienza e, cosa ancora più importante, acconsentono a mettersi in secondo piano nella speranza che l'allievo sorpassi il maestro".

"Il rispetto che un top del passato esercita su di un campione attuale permette al vecchio giocatore di esser ascoltato con un grado di attenzione superiore a quello che il tennista in attività dedica al suo coach di tutti i giorni, ancor più se il loro rapporto è di lunga data. Questo è il tipo di relazione che deve essersi creata tra Djokovic e Becker, per esempio”.

Saggezza e carisma, queste le chiavi affinché si instauri un rapporto di fiducia e per far breccia tra le sue routine e convinzioni, tecniche e mentali. Nadal si fida abbastanza di Moya per ascoltare i suoi consigli; Murray credeva nel percorso e metodo di Lendl, stravolgendo le sue routine; Federer ha usato Edberg come ispirazione per ripensare al suo modo di stare in campo.

Gli allenatori che non 'ci sono passati' tendono a teorizzare, ma in campo si è da soli e la teoria non basta

- Pat Cash

Questo tipo di rapporti non sostituisce il lavoro quotidiano che un coach e il suo staff portano avanti (con successo) da tempo, ma forniscono un plus. “Conchita sapeva come vincere sull'erba del Centre Court - affermò Muguruza dopo aver trionfato a Wimbledon - ascoltare i suoi consigli mi ha dato la fiducia che non trovavo”.

Il rapporto tra giocatore e coach è molto particolare. Molto spesso le collaborazioni tra giocatore top e Super Coach durano poco perché diventa difficile gestire un rapporto tra due soggetti di forte personalità, che alla lunga non riescono a coesistere.

Così Boris Becker: “Se vuoi aver successo nel tennis è indispensabile essere totalmente egoisti ed egocentrici, ma come coach è vero l'opposto, devi osservare con attenzione, saper ascoltare ed essere in grado farsi ascoltare”.

E farsi ascoltare da un campione in attività e con una lunga storia alle spalle è molto difficile, a meno che non si abbia qualcosa di speciale da trasmettere, come afferma Pat Cash: “Gli allenatori che non ci sono passati tendono a teorizzare, ma in campo si è da soli e la teoria non basta. Solo avendo vissuto in prima persona si capisce com'è giocare sotto la pressione immensa di un grandissimo match. Questa è la parte più difficile da insegnare, quando ci si riesce il tuo assistito fa “clic”, scatta qualcosa dentro e tutto può cambiare”.

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