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Campioni internazionali

Rublev, il russo n.3 vince il titolo n.1 del 2020

Figlio di un ex pugile che l’ha allevato proprio alla “noble art”, Andrey ha vinto a Doha in finale su Moutet. Era la grande promessa del tennis russo e mondiale, ma il fisico un po' troppo fragile gli ha già presentato un paio di volte il conto.

di | 11 gennaio 2020

Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Andrey Rublev, che vince il titolo a Doha all’alba del nuovo anno dominando Kukuskin, Herbert, Kecmanovic e in finale Moutet, battuto 6-2 7-6(3), ha tutto il diritto di chiederselo, da numero 23 del mondo ad appena 22 anni. In assoluto, non può che essere contento, col potenziale ancora inespresso che può vantare. Dal dritto al servizio, alla duttilità su tutte le superfici. Anche se, a leggere la classifica mondiale, è soltanto il numero 3 dei Next Gen russi, dopo il 5 Atp Tour, Daniil Medvedev, e il 17, l’altro 23enne Karen Khachanov. Al punto da essere stato escluso dal capitano Marat Safin dallo squadrone della nuova Atp Cup che sta dando spettacolo in tre città australiane.

Rublev il rosso può battere gli amici cresciuti con lui alla palestra della terra rossa di Barcellona? Può esprimersi a livello più alto contro gli avversari più forti? Certo che sì. Soprattutto ora che sta apprendendo la dote dell’equilibrio con lo storico coach Fernando Vicente, un altro che da giocatore era “fumantino” come lui ed ha disperso il suo talento. Andrey ha anche messo su qualche chilo di muscoli per sostenere i 188 centimetri d’altezza. Ma, tornando la bicchiere messo pieno o mezzo vuoto, può essere soddisfatto di quanto ha fatto finora? Probabilmente no. Perché è partito molto prima e meglio dei coetanei che l’hanno raggiunto e superato fra i professionisti.

Andrey, figlio di un ex pugile che l’ha allevato proprio alla “noble art”, era infatti la grande promessa del tennis russo e mondiale. Aggiudicandosi l’Orange Bowl ad appena 14 anni e il Roland Garros a 16, era talmente prezioso per gli sponsor che Gary Swain, il manager di John McEnroe, gli si era incollato addosso come un minatore davanti a una vena d’oro del Klondike. Flessuoso come un giunco, colpiva qualsiasi palla a più non posso, contorcendosi tutto, al punto da sembrare che si dovesse spezzare a ogni colpo. Così s’è fermato spesso in bacino di carenaggio.

A 19 anni è arrivato in finale a Umago, ma a 20, quand’è arrivato al numero 31 del modo, ha saltato tre mesi di gare per una pericolosa frattura da stress alla schiena, è rientrato l’anno scorso da 68 della classifica, per poi tornare in infermeria altre sei settimane per guai al polso. Finché, ad agosto ha schiacciato Roger Federer al Masters 1000 di Cincinnati, quindi ha superato Tsitsipas e Kyrgios agli Us Open, e chiuso l’anno alla grande firmando il torneo nella sua Mosca e diventando protagonista della coppa Davis a Madrid, con quattro successi in singolare su quattro, contro Coric, Bautista Agut, Krajinovic e Pospisil.

Questo non gli è bastato per garantirsi un posto in nazionale nella Atp Cup che segue pedissequamente la classifica mondiale, ma gli ha dato sicuramente quella carica in più per cominciare alla grande la nuova stagione e sognare di recuperare il terreno perduto nei confronti degli amici Medvedev e Khachanov. Chiedere a Federer per conferma. E anche ai milanesi che, quand’è andato in finale alle prime Next Gen 2017 ed ha perso contro il più solido Chung Hyeon, facevano tutti il tifo per quel suo tennis offensivo, pieno di rischi e di lampi impressionanti.

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