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Campioni internazionali

Robin, da incubo di Rafa a salvatore della Svezia

Sarà proprio Soderling, l'ultimo campione del tennis svedese,costretto ad un prematuro ritiro dall'attività agonistica a causa di problemi di salute, a ricoprire dal prossimo anno il ruolo di capitano della Nazionale in Coppa Davis. Di lui si ricorda sempre la vittoria su Nadal al Roland Garros del 2009

di | 19 dicembre 2019

Robin Soderling è il nuovo capitano di Coppa Davis della Svezia. Non è una scelta casuale, è una scelta più che dovuta, addirittura indispensabile, per un movimento che ha conosciuto la nobiltà, e quindi momenti straordinari, fino a diventare un esempio da seguire, e che è scaduto da troppo tempo a un livello davvero troppo basso. Senza più produrre buoni giocatori.

Proprio per questo, la scuola svedese è alla disperata ricerca di un traino, di un simbolo di successo, dell’ultimo tennista giallo-blu che ha fatto risultato ad alto livello. Negli anni Ottanta, il mito di Bjorn Borg aveva infatti trascinato Mats Wilander e Stefan Edberg, portando anche loro a vincere i tornei dello Slam e a salire al primo posto della classifica mondiale, ma anche a lanciare l’epopea di Coppa Davis con le sette finali consecutive, 1983-1989. Poi il testimone era passato ad altri giocatori che si erano espressi a un livello medio-alto, fino all’esaurimento della specie, proprio nel nome di Soderling. Che, a 31 anni, era stato costretto al prematuro ritiro per i postumi di una mononucleosi. Ma in realtà aveva giocato l’ultimo torneo appena a 27.

Robin, giocatore potente e volitivo, era stato forgiato dal connazionale Magnus Norman, finalista nel 2000 sia a Roma che al Roland Garros contro Guga Kuerten, battendolo agli Internazionali d’Italia e perdendoci a Parigi dopo aver salvato addirittura dieci match point. Poi, anche lui costretto ad un ritiro anticipato per guai all’anca, ha impiantato un’ottima scuola nei dintorni di Stoccolma, cooptando altri ex colleghi come Tillstrom e Kulti, e ha portato a una dimensione superiore Stan Wawrinka aiutandolo a vincere tre Slam.

Norman, Soderling e Wawrinka fanno parte dello stesso prototipo di tennista costruito. Che, grazie alla applicazione al limite dell’abnegazione, riesce a sopperire, di fisico, alle lacune tecniche. Infatti, Soderling ha fatto anche lui il salto di qualità allenandosi duramente e sfruttando la sua potenza, tirando sempre ogni colpo al cento per cento. Così, prima di legarsi a coach Norman, ha scalato timidamente la classifica, boicottato anche da tanti problemi fisici alle ginocchia e alla spalla, nel 2004, è entrato nei primi 50 del mondo, ne è uscito, ci è rientrato nel 2005 grazie al successo all’ultima edizione del torneo indoor di Milano, nel 2006, è arrivato fra i top 25 e, nel 2007, ha messo paura a Rafa Nadal perdendoci solo al quinto set a Wimbledon e polemizzando col famoso avversario per le abituali perdite di tempo. Dopo di che, si è fermato ancora un paio di volte per infortuni al polso

Così, in realtà, solo dal 2008, con l’approdo al suo fianco di Norman, ha cominciato a volare, aggiudicandosi il terzo titolo Atp, a Lione, arrivando al numero 18. A quel punto, nel 2009, è esploso, dopo aver perso contro Rafa a Roma col troppo netto 6-1 6-0, pochi giorni dopo, al Roland Garros, ha superato con un indimenticabile 6-2 6-7 6-4 7-6 il più forte campione di sempre sul rosso. Al di là della caratura dei due personaggi, uno numero 23 del tabellone, l’altro numero 1 anche del mondo, delle caratteristiche tecniche e del pedigree, è stata una delle maggiori sorprese di sempre, ed ha segnato la prima sconfitta in cinque set sulla terra del mancino spagnolo. Doppiata poi soltanto da Novak Djokovic nel 2015. E quindi ancor più impressionante e significativa. Anche perché, mentre Nole ha successivamente esaltato le sue doti in difesa, Soderling aveva imposto il suo “punch” mettendo alle corde il maiorchino.

In quel Roland Garros, lo svedese non si era fermato alla clamorosa impresa di un giorno: aveva già superato David Ferrer, aveva continuato piegando Nikolay Davydenko e quindi rimontando Fernando Gonzalez, “mano de piedra”, da 1-4 al quinto set, per poi concedere a Roger Federer il primo e unico trionfo al Roland Garros. Aveva chiuso l’anno al numero 8 del mondo e, a conferma della sua pericolosità, si era ripresentato in finale a Parigi anche l’anno dopo, nel 2010, quando aveva superato strada facendo proprio Federer e aveva poi concesso la rivincita a Nadal in soli tre set. Chiudendo la stagione al numero 5 del mondo e, insieme, il sodalizio con Norman e, praticamente, anche la carriera. Perché poi nel 2011 si era aggiudicato quattro titoli, ma a Baastad, a luglio, era già distrutto dalla mononucleosi. Dai cui postumi non si è più ripreso.

Adesso torna, da salvatore della patria, forte degli insegnamenti di coach Norman. Ma, soprattutto, delle sue esperienze dirette, sul campo. 

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