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Campioni internazionali

La legge di Rafa: “Ammetti gli errori e non arrenderti”

Contro Medvedev alle Atp Finals di Londra Rafa ha offerto l'ennesima prova di determinazione e coraggio. Accettare di sbagliare ed imparare a fare meglio: è questa la lezione del mancino spagnolo

di Vincenzo Martucci | 14 novembre 2019

Non fermatevi all’impresa, “che succede una volta su mille”. Non distraetevi coi numeri, quell’1-5 30-40 che, da disastro contro l’uomo forte del momento, Daniil Medvedev, diventa 7-6, memorabile, miracolosa, incredibile rimonta. Non fissatevi con le 14 volte che Rafa Nadal, l’extraterrestre, ha vinto una partita dopo aver salvato un match point. Non fatevi rispondere “Queste sono 'bullshit'” (fesserie), come il toro di Spagna, Rafa Nadal, che di queste cose se ne intende, replica stizzito a una domanda.

Per lui tutto quello che non è abnegazione e concentrazione, è già sconfitta. Tutto quello che è eccezionale, straordinario, unico, episodico è come vincere al Lotto, casuale, illusorio, sporadico. Quel che fa testo è il lavoro, l’applicazione, la determinazione. Come recita l’esempio di qualsiasi agonista dello sport, il mitico mancino di Maiorca: “La cosa da imparare non è come si fa una rimonta. Ma che non bisogna mai arrendersi, l’esempio è quello che dai ogni giorno, per tutta la vita: l’esempio di non spaccare la racchetta per la rabbia quando sei sotto 5-1, o quando non perdi il controllo quando ti sembra che le cose in campo non funzionino. E poi devi riconoscere gli errori e trovare la soluzione per commetterne il meno possibile: io li accetto fino da ragazzo”.

Da ragazzo a ragazzi: quello che succede al Masters fra i primi 8 della stagione alla 02 Arena di Londra è la replica di un’opera drammatica già replicata felicemente più volte di Re Leone. E’ la determinazione di un campione che decide di non sbagliare più, di non concedere più un centimetro di campo, di ribattere qualsiasi proiettile, di variare qualsiasi colpo, di buttarsi su qualsiasi palla, di asfissiare l’avversario, di darsi tutto, fino all’ultima energia, a costo di rimanere senza fiato, con le gambe spezzate. Come succede all’inizio del terzo set al leggendario campione di 12 Roland Garros, che il prossim’anno va alla conquista, da quota 19, del record di 20 Slam di Roger Federer.

Ma intanto da subito lo assalta col coltello fra i denti sul terreno peggiore per lui, il veloce indoor di Londra, l’unico grande torneo che non ha mai vinto. Dove arriva in extremis, coi muscoli addominali stirati, e dov’ha anzi deciso di partecipare solo per beffare Djokovic e chiudere l’anno anno numero 1 del mondo.  Ma che conta? “Sono bullshit” (fesserie), dettagli. Lo sa bene proprio Federer che tante volte si è visto travolgere dal selvaggio Rafa, una volta anche da 5-2 al 5-7, al Roland Garros 2011, roba da toglierti qualsiasi velleità. Lo sa bene l’allenatore del Magnifico, Ivan Ljubicic, un duro, che arrivò 15enne con un camion di profughi bosniaci alle Pleiadi di Moncalieri da mastro Riccardo Piatti e salì fino al numero 3 del mondo. Contro Rafa, a Madrid 2005, era avanti due set a zero e si vide scippare il successo, pur lottando ancora strenuamente nel tie-break del quinto set. Lo ricorda certamente il povero Guillermo Coria che, nella indimenticabile finale di Roma 2015, nel quinto set, arrivò sul 3-0, e rivede ancor oggi come un miraggio la palla del 4-0. Che gli fu strappata via, insieme alla vittoria dall’irrefrenabile tornado Rafa.

Che poi è sincero non sarcastico quando mette la mano sulla spalla dell’avversario e lo consola: “Partite così le perdi una volta su mille ed è successo oggi. Sono molto contento, mi dispiace molto per lui, onestamente, perché perdere un match così è duro e doloroso… E’ un bravo ragazzo, e dovrebbe comunque essere molto orgoglioso di tutte le cose che sta facendo”. Lasciando intendere che deve insistere, come ha sempre fatto lui. Testa sotto e pedalare.

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