-
Campioni internazionali

Next Gen, chi c'è dietro? I team della meglio gioventù

Il countdown per la terza edizione delle Next Gen Atp Finals di Milano è iniziato. La febbre tra gli appassionati è altissima, spinta dalla presenza in campo di Jannik Sinner. Qui andiamo però a scoprire il percorso di crescita degli altri protagonisti della kermesse milanese, i loro team e altre curiosità.

di Marco Mazzoni | 30 ottobre 2019

Il countdown per la terza edizione delle Next Gen Atp Finals di Milano è già iniziato. La febbre tra gli appassionati è altissima, spinta dalla presenza in campo di Jannik Sinner, che da domani sarà il più giovane tennista nella top 100 Atp. Di lui abbiamo parlato molto (qui un articolo sulla sua crescita record), raccontando anche il suo interessante percorso di crescita, un progetto iniziato da giovanissimo grazie all'intuizione di Massimo Sartori, che l'ha scoperto nelle natìe Dolomiti, e proseguito con Riccardo Piatti e il suo collaudato team a Bordighera. Talento, applicazione e metodologia negli allenamenti sono i segreti della sua scalata verso il grande tennis. Andiamo a scoprire il percorso di crescita degli altri Next Gen 2019, i loro team e altre curiosità.

Shapo, genio e sregolatezza

Fresco vincitore del primo titolo Atp a Stoccolma, il ventenne canadese Denis Shapovalov è uno dei giovani più elettrizzanti del tour, grazie al suo tennis creativo, a tratti spregiudicato ma altamente spettacolare.
Il baricentro della sua vita e della sua carriera è mamma Tessa, ex giocatrice russa che l'ha avviato al tennis a 5 anni, e tutt'ora è factotum del suo team (oltre a dirigere un'accademia tennistica a Vaughan, nei pressi di Toronto).
Denis ha iniziato a giocare presso il Richmond Hill Country Club, dove la madre ottenne un lavoro come coach poche settimane dopo essere arrivata a Toronto da Tel Aviv, la città in cui “Shapo” è nato e ha trascorso i suoi primi 9 mesi di vita.
Il talento di Denis fu chiaro fin da subito, con mamma Tessa a forgiarne i veloci colpi mancini, ideali per un tennis offensivo. Entrò nel programma di sviluppo junior della federazione canadese, ed a 13 anni fu affiancato da Adriano Fuorivia, tecnico e manager nazionale (di origine calabrese) che l'ha accompagnato in giro per il mondo negli anni giovanili, sempre con la supervisione di Tessa.

Un primo acuto fu la vittoria a Wimbledon junior nel 2016, seguita dall'esplosione al Masters 1000 canadese nel 2017, dove sconfisse Nadal a soli 17 anni. Nel primo periodo sul tour fu seguito anche da Martin Laurendeau, capitano del team di Davis canadese, e nel suo staff entrò il fisioterapista toscano Stefano De Pirro, che conobbe durante un periodo di allenamento trascorso a Vienna da Bresnik ed è tutt'ora a fianco di Denis in ogni torneo. Problemi alla schiena e qualche screzio sul percorso da seguire spinsero Laurendeau a separarsi dal team “Shapo” nel 2018, quando arrivò Rob Steckley. Risultati altalenanti hanno interrotto questa collaborazione nella prima parte del 2019, con la mamma di nuovo al comando. La svolta è arrivata lo scorso agosto, quando in America Shapovalov ha iniziato a lavorare con Mikhail Youzhny, alla prima esperienza come coach di un pro.
“Tra i giovani, Denis è il tennista più divertente da vedere” aveva dichiarato l'ex n.8 Atp. “Abbiamo parlato molto nella settimana trascorsa insieme a Winston-Salem – ha raccontato Denis – in particolare sull'approccio che devo avere prima di un match ed il focus durante l'incontro. Sento che Misha può aiutarmi molto”. Le passioni di “Shapo”? Videogames, film, ideare e condividere sui social video divertenti.

Canguro di Spagna

È passato quasi un anno dalle Next Gen Atp Finals 2018, ma è ancora vivo il ricordo della bellissima finale tra Stefanos Tsitsipas e Alex De Minaur. L'australiano stupì il pubblico milanese con l'intensità e la qualità del suo gioco, che nel 2019 l'ha portato a vincere tre titoli e a entrare nella top 30 del ranking.
Soprannominato “Demon”, la sua scalata ai vertici del tennis mondiale parte da molto lontano, tra Sydney e Alicante. Alex infatti ha diviso la sua vita tra la natìa Australia e la Spagna, dove la famiglia si era trasferita per il lavoro del padre. “Mi sento al cento per cento australiano, ma avendo vissuto equamente in entrambi i Paesi ho fatto mie le due culture, molto diverse anche sul piano tennistico, e questo mi ha fatto crescere”. Infatti De Minaur porta in campo l'indole “aussie”, aggressiva alla ricerca del punto, con un tecnica più iberica. Un mix potenzialmente esplosivo, affinato con lo storico coach Adolfo Gutierrez, che lo segue in Spagna da quando “Demon” aveva 11 anni. La partnership continuò anche quando il business del padre crollò, costringendolo a riportare la famiglia in Australia. Gutierrez non abbandonò Alex, credendo nel potenziale del giovane allievo: “La vita non è solo guadagnare, ho legato moltissimo con i De Minaur, e nei loro anni più difficili ho continuato il mio rapporto con Alex gratuitamente. Credevo in lui, in quello che avevamo costruito”.

Decisivo fu l'aiuto di Tennis Australia, che finanziò il ritorno in Spagna, dove la carriera di Alex è decollata. Curioso che il padre Anibal (di origine uruguaiana) impose al figlio di imparare il gioco degli scacchi, passione paterna ma funzionale anche per il tennista: “Secondo mio padre gli scacchi ti insegnano la pazienza, la capacità di analizzare le situazioni per fare la scelta giusta e studiare l'avversario”.
Il lavoro mentale è diventato quotidiano per De Minaur: “Ho iniziato a parlare con uno psicologo spagnolo anni fa, penso che la testa sia uno degli aspetti più importanti per eccellere nel tennis. In campo e fuori sono sottoposto a molta pressione e grandi aspettative. Avere qualcuno nel mio team che può ripulire la mia mente da pensieri negativi e rendermi più forte è fondamentale, quindi il lavoro psicologico è diventato quotidiano, allo stesso modo in cui mi dedico alla tecnica o alla parte fisica”. Importante anche la presenza di Llyeton Hewitt: “È sempre stato il mio idolo, averlo adesso nel mio angolo come mentore è incredibile, mi aiuta moltissimo a credere in me stesso, i suoi consigli sono preziosi”.

Big Foe e l'amico coach

Che il tennis fosse nel destino di Frances Tiafoe lo racconta la sua storia. “Big Foe” è cresciuto letteralmente in una struttura tennistica, dove il padre Frances Sr. fu prima operaio durante la costruzione, quindi custode e capo della manutenzione: lo Junior Tennis Champions Center di College Park, nel Maryland.
Ottima prospettiva per lui e il fratello gemello Franklin, nati da una famiglia immigrata dalla Sierra Leone nel 1996. A soli 3 anni i due bambini iniziarono a tirare le prime palle contro i muri di allenamento, e non era raro che i Tiafoe dormissero nel tennis center, condizione migliore della loro modesta abitazione. “La mia non è la classica storia di un giovane tennista, è stata dura. Oggi che sono diventato pro faccio tutto per la mia famiglia, che mi ha sempre sostenuto”. Da ragazzo Frances si spostò in Florida presso il centro della USTA, seguito da José Higueras, ex tennista iberico e allenatore di Michael Chang e Jim Courier.

Piaceva la grinta ed applicazione di questo teenager, gentile e sorridente, tanto che la federazione puntò su di lui affidandolo prima a Nicolas Todero e quindi a Robby Ginepri nell'autunno del 2016. Nel 2018 la svolta, con l'ingresso nel suo team di Zack Evenden, diventato nel 2019 suo coach unico, insieme al fisioterapista Bret Waltz. Curioso il rapporto tra Frances e Zack: i due divennero amici nel 2014, ad Orlando, dove Evenden giocava nel tour del college presso la Florida A&M. L'intesa tra i due fu immediata: molti messaggi, qualche weekend insieme, fino ai primi allenamenti e i tanti consigli inviati da Zack a Frances via cellulare durante i tornei.
Nel 2017 Tiafoe invitò Evenden nella trasferta asiatica, ma l'intesa funzionò così bene da passare alla proposta di lavoro. “Per me la vita funziona così, chi mi è vicino ha un ruolo importante, come il mio manager o la mia famiglia. Con Zack passiamo un sacco di tempo insieme, siamo come fratelli, io cerco rapporti veri con persone vere”. La sua passione? Basket NBA, con LeBron James come idolo.

Alla corte di Rafa

Il ventenne norvegese Casper Ruud è figlio d'arte. Il padre Christian fu un buon giocatore negli Anni '90, con un best ranking al n.39. Casper ha iniziato a giocare proprio col padre a 4 anni, e da allora non si è più fermato.
“Non l'ho mai forzato a diventare pro - ricorda Christian - e giocavamo per divertimento. È stato lui a chiedermi di provarci, e da allora lo seguo passo passo”. Il padre è coach e il punto di riferimento, da buon “nordico” preciso e organizzato, tanto da scegliere una struttura di grande qualità per supportare la crescita di Casper: l'Accademia di Rafa Nadal a Maiorca. Qua Ruud si allena da oltre un anno, assistito da un team formato dal padre, dagli allenatori Pedro Clar e Tomeu Salvà, e dal fitness trainer Marcel Da Cruz. “Mi trovo benissimo all'Accademia Nadal, c'è tutto quello di cui un giovane ha bisogno per crescere”.

Casper ha iniziato il 2019 con buoni piazzamenti sulla terra in America Latina, continuando la sua cavalcata sul rosso europeo, tanto da essere attualmente al numero 61 del ranking Atp.
Allenarsi con Nadal è una grande esperienza: “Divertente allenarsi con Rafa? A volte.. Tiene dei ritmi incredibili, in campo può quasi farti a pezzi ma è molto istruttivo, e poi è bravissimo a dare consigli su come migliorare il proprio tennis. È un grandissimo esempio”.
A volte Ruud si allena anche sotto la supervisione di Toni Nadal, che oltre agli aspetti tecnici per potenziare l'efficacia del servizio e del dritto (già suo colpo migliore) mette il focus sulla qualità degli allenamenti, il mantra che ha accompagnato tutta la carriera del nipote Rafa: “L'etica del lavoro e l'intensità negli allenamenti sono il vero colpo vincente nel tennis di oggi, come dimostra la carriera di Rafa”. Ruud ama la velocità, tanto che gli sarebbe piaciuto diventare un pilota.

Dalla Serbia alla Florida

Fisico compatto, tennis di grande sostanza e intensità, questo il biglietto da visita di Miomir Kecmanovic, 20enne serbo con un'ottima carriera junior e già intorno alla top 50 Atp.
Di famiglia discretamente agiata, si avvicinò al tennis durante una vacanza in montagna con i nonni, che “per tenerlo a bada”, vista la sua vivacità, lo spedirono su di un campo da tennis. Fu amore a prima vista, con Miomir prontissimo a lavorare in campo e a vincere molti eventi giovanili nelle varie categorie, diventando n.1 Itf.
A nove anni conobbe il suo coach attuale Miro Hrvatin durante lo Smrikva Bowl (importante evento under 10), ma la svolta nella sua crescita avvenne nel 2013, quando lo scout Alexei Nikolaev lo notò durante un torneo a Mosca. “Aveva problemi fisici, ma lottava su ogni punto e vinceva le partite, non ha paura di niente”, questo il ricordo di Nikolaev, che superò le resistenze della famiglia e lo portò a Bradenton alla IMG Academy di Bollettieri.

Unica condizione della famiglia per il trasferimento: la presenza di una giovane zia, per seguirlo dalla Florida. Fu affidato al coach Josè Lambert, con tutto l'entourage dell'accademia per sostenerne la crescita, inclusi allenamenti con i campioni che frequentano la struttura. Tra questi anche Max Mirnyi, “è il primo pro con cui mi sono allenato, i suoi consigli mi hanno dato la direzione giusta, siamo ancora in contatto”. Jimmy Arias, ex top 10 e direttore dell'accademia ricorda che “su Miomir c'erano grandi aspettative fin da giovane, ma ha lavorato bene con il suo staff, imparando a gestire la pressione”.
Lo scorso inverno ha svolto la preparazione invernale a Tenerife insieme a Thiem, Goffin, Struff e molti altri. “Stare con i top players mi ha aperto gli occhi sulla qualità del lavoro necessario a diventare forte”.
Il suo team è composto dal coach Miro Hrvatin e dal fitness trainer Momcilo Radojicic. Fuori dal campo è un tipo tranquillo, ama il golf e la lettura.

Il creativo del sistema Francia

Il modello di tennista francese è incarnato alla perfezione da Ugo Humbert. Talento e fantasia, molto forte sul piano tecnico ma ancora acerbo nel fisico e sul lato agonistico, è pienamente un prodotto della Federazione transalpina.
Ha iniziato a 5 anni a Metz, seguendo la passione paterna per il tennis. Quel veloce braccio mancino e quel gioco brillante a tutto campo, innato nella sua visione già da adolescente, non passò inosservato all'attenta rete del sistema di scout della Fft, tanto che Ugo a 12 anni lasciò casa per entrare nella struttura tecnica di Poitiers. Dopo un paio di stagioni presso l'Istituto nazionale dello sport si spostò al Centre National d'Entrainement (CNE) di Parigi, l'eccellenza del tennis d'Oltralpe, dove è tutt'ora seguito dai migliori specialisti francesi nei vari aspetti della disciplina: preparazione fisica, mentale, alimentazione, fisioterapia.

Si sta investendo molto su Humbert, visto il suo tennis naturale e la sua voglia di crescere: “Il mio obiettivo? Vincere i grandi tornei! Non è arroganza, sono consapevole di avere buoni mezzi e ce la metterò tutta per arrivare in alto”.
Si allena da diversi anni con il coach Cédric Raynaud, coadiuvato dal preparatore atletico Cyril Brechbuhl. Secondo coach Raynaud, Ugo deve migliorare molto sulla forza e sulla resistenza (fisica e mentale), per superare le difficoltà al salire del livello. Per questo, il lavoro è focalizzato principalmente sul lato atletico e psicologico, visto che dal punto di vista tecnico Humbert è un tennista già molto evoluto, accostato in patria a Guy Forget. Curioso che per sviluppare la forza e l'agilità, durante la preparazione invernale sia stato implementato un innovativo metodo di lavoro atletico basato su duri allenamenti con racchette da neve ai piedi. Il suo tennis divertente e imprevedibile potrà sorprendere e deliziare il pubblico. Da ragazzo creativo, ama suonare il piano e la chitarra.

Dalla Svezia con furore

Il ventunenne Mikael Ymer è uno dei tennisti più “caldi” dell'autunno, appena entrato nella top 100 Atp, dove uno svedese mancava da 7 anni. La Svezia spera di aver finalmente trovato un giocatore di ottimo livello, insieme al fratello maggiore Elias (23 anni, attualmente n.130 del ranking), per far ripartire il movimento nazionale dopo troppi anni di vuoto totale.
Figli di un atleta etiope emigrato in Svezia, fu Elias il primo ad avvicinarsi al tennis, mentre Mikael giocava a calcio. Quando il più giovane dei fratelli prese la racchetta in mano, si innamorò immediatamente del tennis, sfruttando la sua innata agilità e coordinazione.
Mikael è allenato da Frederik Nielsen e Kalle Norberg, insieme al fitness trainer Viktor Tuurula: un team affiatato, che per anni ha fatto base presso la nota accademia 'Good to Great' degli ex pro Norman, Tillstrom e Kulti.

Dopo oltre 8 anni di collaborazione, recentemente Ymer ha deciso di lasciare l'accademia per puntare su un proprio team, terminando il rapporto di lavoro con l'allenatore Johan Hedsberg, che aveva seguito la crescita di Mikael negli anni da junior. Il suo coach danese Nielsen, appena 36enne, è ancora attivo nel tour in doppio, attualmente numero 50 della classifica di specialità. Ymer ha dichiarato che la crescita di quest'anno (4 titoli Challenger in stagione) deriva soprattutto dall'aver migliorato l'aspetto atletico della sua prestazione, tanto che le ore dedicate alla preparazione fisica sono le stesse dedicate a quella tecnico-tattica. È un malato del “pallone”, Ibrahimovic il suo idolo.

Commenti

Partecipa anche tu alla discussione, accedi