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Campioni internazionali

Murray di nuovo top 10: missione possibile?

Lo scozzese ha battuto due top 20 su quattro dopo il secondo rientro. E' numero 126 del mondo. "Lo so, in campo me la prendo con il mio team, lavorare con me è irritante" ha detto al Times. "Però lavoro duro, ho sempre dato tutto e faccio quello che mi chiedono".

di Alessandro Mastroluca | 22 ottobre 2019

“So che lavorare con me è irritante, ma è anche vero che ho sempre fatto tutto quello che il mio team mi ha chiesto”. È candida quanto inusuale l'ammissione di Andy Murray al Times dopo il titolo vinto ad Anversa, il primo dopo l'operazione all'anca, l'applicazione della placca in metallo dove si innesta il femore. Ha due anime, Murray, che in campo se la prende con lo staff, gli urla contro anche più di prima nel calor della battaglia ma fuori dal campo li ringrazia. Il coach Jamie Delgado, che ha giocato per 23 anni di fila a Wimbledon prima del ritiro nel 2014 e ha seguito Murray anche nel faticoso rientro dopo la prima operazione, il preparatore Matt Little e il fisioterapista Shane Annun sono i protagonisti di un grande lavoro di squadra. Ma potrà tornare anche solo in top 20?

CUORE, URLA LACRIME: GUARDA LA GALLERY E RIVIVI LA VITTORIA DI MURRAY AD ANVERSA

“Non sono uno che salta gli allenamenti, che si lamenta perché non vuole andare in palestra o a lavorare sul campo” ha detto Murray. Lo scozzese aveva sottolineato questa sua disciplina anche come un limite nella commossa conferenza stampa prima dell'Australian Open in cui aveva lasciato intendere la possibilità di lasciare il tennis. Quel cercare di rispettare le richieste senza ascoltare il suo corpo, aveva detto, senza magari riposarsi più, lo ha portato sì al numero 1 del mondo nel 2016 ma il prezzo da pagare si è rivelato altissimo.

 

“Negli ultimi sette, otto mesi, ci sono stati giorni in cui non volevo allenarmi visto quando non avevo dolori all'anca. Loro sono stati più comprensivi in certi giorni, più che in altri. Mi hanno capito” ha rivelato al Times. In partita, ha confessato, vorrebbe sbraitare meno soprattutto verso il coach. “So che non è facile lavorare con me. Se dovessi allenare un ragazzo come me, gli direi semplicemente di stare zitto, di smetterla” ammette. “Ho fatto fatica negli anni a cambiare questo lato del mio carattere. In allenamento, comunque, non ho mai smesso di dare il massimo, di fare quello che mi si chiede anche se faccio domande, voglio capire il perché di certe scelte. Preferireste allenare un giocatore che in campo è una peste ma dà sempre tutto e lotta al massimo su ogni palla o uno che si comporta bene ma non fa quello che gli dici?”.

 

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La domanda sorge spontanea, come diceva Antonio Lubrano, e la risposta (sua) è: non lo so. Di sicuro, non pensa di cambiare. Ha pensato, questo sì, di lasciare il tennis. L'ha convinto a tornare il chirurgo che l'ha operato, Sarah Muirhead-Allwood, un'autorità in materia che tra i suoi pazienti ha annoverato Filippo di Edinburgo, marito della regina Elisabetta d'Inghilterra, e Ed Jovanovski, stella canadese dell'hochey su ghiaccio. Murray e Jovanoski, tornato nella NHL otto mesi dopo un'operazione simile a quella cui si è sottoposto lo scozzese, sono diventati amici. Murray l'ha chiamato più volte per capire anche come sarebbe andata la riabilitazione. All'inizio, ha raccontato, è stata dura. Era impossibile flettere la gamba anche solo per allacciarsi le scarpe.

 

Giorno dopo giorno, ogni centimetro di flessibilità guadagnata diventa un successo, un passo in meno verso il ritorno. Le lacrime di un anno fa, lacrime di dolore dopo una maratona vinta contro Marius Copil a Washington, i dubbi dopo i cinque set contro Roberto Bautista a Melbourne, sono diventate lacrime di gioia, di sollievo per la vittoria ad Anversa in finale su Stan Wawrinka. Il segno di un'emozione condivisa anche dallo stesso Wawrinka. “E' un piacere rivederti ed essere di nuovo in campo con te” ha scritto su Twitter. Mamma Judy ha brindato a distanza con un calice di birra, Feliciano Lopez, con cui ha vinto in doppio il titolo al Queen's, non gli ha fatto mancare complimenti e parole di ammirazione.

 

Il livello mostrato ad Anversa ha spinto il capitano Leon Smith a convocarlo per le finali di Coppa Davis di Madrid, in programma alla Caja Magica dal 18 novembre. Nel 2015, Murray l'ha vinta quasi da solo la Davis per la Gran Bretagna: tra singolare e doppio, fu protagonista di tutti i match vinti dalla nazionale tranne uno. Non stupisce che Smith, scozzese come lui, si affidi di nuovo a Andy e a suo fratello Jamie, presumibilmente titolare in doppio con l'altro specialista Neal Skupski. Come quarto, e secondo singolarista, Smith ha preferito Dan Evans, che in Davis ha giocato alcune delle sue partite migliori, a un Kyle Edmund in crisi di fiducia battuto ieri a Vienna in rimonta da Matteo Berrettini. “Pensavo che mi sarebbe servito più tempo per arrivare a questo livello” ha confessato Murray dopo la conquista del titolo. Dal suo secondo rientro ad agosto ha affrontato quattro top 20 e ne ha battuti due (Berrettini al primo turno a Pechino e Wawrinka nella finale di Anversa). Ha dimostrato che, nella singola partita, è in grado di tenere il loro livello di gioco.

 

Ma è ancora numero 127 del mondo. Una classifica che lo tiene dentro un limbo in cui potrebbe restare a lungo. Perché, anche migliorandola, entrando in top 100 e direttamente in tabellone negli Slam, non sarebbe testa di serie. Per cui potrebbe sfidare Djokovic, Nadal, Federer, ma anche Medvedev o Tsitsipas al primo turno turno. E la risalita diventerebbe molto più difficile, come già è stata in passato per Del Potro nelle fasi di rientro dagli infortuni.

 

Anche perché l'attuale sistema di classifica non comprende i bonus points, i punti bonus che un giocatore poteva ottenere anni fa se batteva un top player. Roger Federer è cresciuto con quel sistema e li rimpiange. Sarebbero, ha detto un paio di anni fa, anche un modo per favorire l'ascesa dei giovani che oggi, se vogliono fare passi avanti, “non solo devono battere me o gli altri al top, ma se non arrivano in finale poi non prendono abbastanza punti per salire in classifica. Io ricordo di aver giocato contro Pat Rafter sul Suzanne Lenglen a Parigi. Vinsi e presi, mi sembra, 90 punti più quelli del turno successivo raggiunto. Per me fu importante battere un avversario così forte, e in quelle circostanze”.

 

Oggi, invece, vittorie come quella su Wawrinka danno a Murray solo i 250 punti del successo nel torneo. Dunque, pur non avendo praticamente punti da difendere fino a settembre, il tempo per tornare a una classifica consona al livello che è sembrato in grado di esprimere in queste settimane è destinato ad aumentare. Perché possa anche solo pensare di ritornare top 20 nel 2020, senza considerare le implicazione dell'essere padre per la terza volta e con tutti i figli sotto i quattro anni, gli servirà fortuna nei sorteggi e una continuità di risultati degni del Murray inarrestabile della seconda metà del 2016 quando chiuse l'anno da numero 1. Una missione ai limiti dell'impossibile.

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