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Campioni internazionali

Addio Volkov, sfortunato e sofferto artista del tennis

Si è spento a soli 52 anni il talento russo, diventato mancino dopo un incidente alla spalla destra da ragazzo: negli anni ’90 conquistò tre titoli Atp, il primo a Milano nel 1991, arrivando al n.14 del mondo. Poi è stato anche coach di Safin: “Sfortunatamente non ha potuto far fronte ai suoi problemi interiori”

di Vincenzo Martucci | 21 ottobre 2019

Non era un campione, ma non era un giocatore banale. Anzi. Il russo Alexander Vladimirovich Volkov, che si è spento all’improvviso e senza preavviso il 19 ottobre, a 52 anni, era un attore particolare dell’Atp Tour dei primi anni ‘90. Al di là dei 3 titoli di singolare vinti (in 6 finali) - il primo a Milano nel 1991 battendo in finale Cristiano Caratti -, con l’acme Slam della semifinale agli Us Open 1993 e del numero 14 nella classifica mondiale che ha toccato il 23 agosto di quell’anno, si è contraddistinto per creatività e personalità. A cominciare da quel braccio mancino con cui maneggiava la racchetta solo per via di un incidente avuto da ragazzo al braccio dominante, il destro, che l’aveva fatto deviare per un po’ sull’altro braccio, convincendolo poi ad adottare quella presa.

Colpi geniali e cali di intensità

Aveva acquisito una singolarità che gli regalava un tempo ed effetti particolari capaci di disorientare gli avversari. Come ad esempio, Stefan Edberg, il ballerino del net, campione in carica a Wimbledon, che ci perse all’esordio negli Us Open del 1990, passando alla storia come il primo numero 1 del tabellone del torneo eliminato d’acchito dal 1971. O come Michael Stich, l’albatros tedesco, il quale, nel quarto turno di Wimbledon 1991 - che poi avrebbe vinto - si salvò fortunosissimamente per 4-6 6-3 7-5 1-6 7-5. Sul 5-3 30-15 per il russo, infatti, fu aiutato da una palla beffarda che sarebbe finita fuori e che invece picchiò sulla base del net, superando il russo. Paralizzandolo. Come, ahilui, gli accadeva spesso, alternando colpi geniali a clamorosi cali di intensità. Soprattutto di concentrazione. Come nella finale di Coppa Davis 1994, quando sembrava proprio aver ultimato la clamorosa rimonta contro Stefan Edberg nel singolare d’apertura contro la Svezia. E invece, all’ingresso tattico del premier Etsin in tribuna, si disunì e perse 6-4 6-2 6-7 0-6 8-6.

Da coach portò Safin al trionfo agli US Open

Poi fu anche coach di Marat Safin, sicuramente il più carismatico e forse anche il più forte dei connazionali russi, che aiutò nel battere Pete Sampras nella finale degli Us Open del 2000 - lui, contro lo statunitense, ci aveva perso nelle semifinali del 1993 - ed accompagnò fino al numero 1 del mondo.

Molto sensibile ed introverso, dopo aver accusato anni fa qualche problema con l’alcol, è morto in circostanze imprecise. Come lasciano intuire proprio le dichiarazioni dell’allievo più famoso, Safin, all’agenzia di stato Novosti: “Anche essere troppo gentili e disponibili non è molto positivo, perché la vita può poi portare a situazioni sbagliate. Succede anche che lo psicologo che abbia guarito la depressione sia morto a sua volta di depressione. Qui, probabilmente c‘è un po’ di questo, perché lui ha aiutato la gente a farla uscire da uno stato diverso… Mentre, sfortunatamente, non ha potuto far fronte ai suoi problemi interiori, che probabilmente aveva accumulato”.

Riposa in pace, sfortunato e sofferto artista della racchetta.

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