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Campioni internazionali

Il miracolo svedese s’è fatto vecchio

E non funziona più: dai fasti di Borg, Wilander ed Edberg (e di una miriade di ottimi Top 10 Anni ’90) la Svezia è sparita dal tennis che conta. Magnus Norman lapidario: “Abbiamo toccato il fondo, possiamo solo risalire”

di Marco Mazzoni | 21 ottobre 2019

Lo Stockholm Open è da sempre la vetrina del tennis svedese. Nato nel lontano 1969, vanta un albo d'oro di prestigio con tabelloni di alto livello ogni stagione, nonostante il declassamento da Master Series ad ATP International patito nel '95. Del resto nella città di Alfred Nobel il nostro sport è cosa seria. Pensi alla Svezia e la mente corre veloce al tennis iconico di Borg, alle raffinate volée di Edberg, alla tattica di Wilander o alla schiera di scandinavi che hanno segnato il tour maschile dagli Anni '70 fino all'inizio del decennio in corso.

Ricordi, visto che oggi la “grandeur” del tennis svedese appare lontanissima, in un calvario che dura da oltre un lustro. Seri problemi di salute interruppero bruscamente la carriera di Robin Soderling, provocandone l'uscita dai top 100 Atp nel 2012.

Da allora nessuno svedese vi è rientrato fino allo scorso 30 settembre, quando il ventunenne Mikael Ymer ha capitalizzato 4 titoli Challenger nel 2019, fino al best ranking (n.75) di questa settimana. Risultati che lo mantengono in corsa per un posto alle Next Gen Atp Finals di Milano.

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Un segnale incoraggiante, sì, ma in un deserto, come certifica il tabellone di Stoccolma 2019, con al via solo i due fratelli Ymer grazie a wild card.

Oltre 30 anni di successi

L'avvento improvviso e prorompente di Bjorn Borg scosse il mondo del tennis nei primi Anni '70. Dalla piccola Svezia, semi-sconosciuta nella mappa del nostro sport, arrivò il primo tennista moderno, innovativo nel gioco e personaggio di culto. Divenne una “rock star con racchetta”, la miccia che fece esplodere il movimento scandinavo: dal 1980 i tornei giovanili iniziarono a essere pacificamente invasi da gruppi di giovani “vichinghi”.

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Atleti naturali e instancabili lavoratori, erano plasmati sulle leggi del tennis di Bjorn: totale applicazione e massima concentrazione in partita, gesti ampi e mai strappati cercando il controllo con il topspin. Marchio di fabbrica il rovescio a due mani, a sostenere un gioco consistente da fondo campo che si risolveva in palleggi lunghi a medio rischio, cercando di fare il punto in progressione o portando l'avversario all’errore.

Il passaggio del testimone

Appena Borg appese la racchetta al chiodo sbocciò Wilander, al Roland Garros 1982, diventando l'allora più giovane vincitore a Parigi. Nel giro di pochi mesi lo seguirono i vari Sundstrom, Jarryd, Nystrom, Edberg, e tanti altri. Un movimento che con le vittorie si auto-alimentava. In alcune settimane tra 1984 e 1988 si contavano 5 svedesi tra i primi 10 della classifica, 10 dei primi 20 e almeno 20 dei primi 100. La Coppa Davis divenne una sfida tra la Svezia e il resto del mondo e nel 1988 Wilander ed Edberg completarono un clamoroso Grand Slam svedese vincendo i quattro Majors.

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Il tutto da un paese con meno di 10 milioni di anime. Il periodo d'oro si esaurì con il ritiro di Mats e Stefan nella seconda metà degli Anni '90, ma per tutto il decennio la scuola scandinava produsse ottimi giocatori come Larsson, Enqvist, Gustafsson, Bjorkman, Norman (tutti Top 10); fino a Thomas Johansson che trionfò agli Australian Open 2002, ultimo Slam svedese.
Nel ’88 Wilander ed Edberg fecero un clamoroso Grand Slam svedese vincendo tutti i quattro 4 titoli major

I segreti del successo: un tennis “sociale”

Un campione e personaggio epocale come Borg passa una volta ogni tanto in uno sport, ma il contesto sociale in cui Bjorn crebbe fu un fattore importante per il suo successo e per la crescita degli altri che lo emularono.

Il tennis in Svezia arrivò agli inizi del '900 grazie alla sterminata passione di Re Gustav V per questo “nuovo” sport, da lui scoperto in gioventù, quindi praticato e promosso con assiduità per tutti i 92 anni della sua vita. Restò per decenni uno sport per pochi, fino al termine degli anni '60, quelli dei moti studenteschi.

La Svezia fu uno dei paesi più pronti a rinnovarsi, migliorando uno stato sociale tra i più evoluti al mondo. Questo contribuì in modo decisivo al radicamento del tennis nel paese.

Una serie di politiche di uguaglianza sociale fecero crescere a dismisura l'associazionismo sportivo, incluso quello tennistico, che rese accessibile a tutti uno sport nato come disciplina d’élite. Quando il tennis divenne parte integrante dei programmi scolastici nella nuova legge sull'istruzione, fu elevato a simbolo di un progetto di crescita collettiva.

La fattiva collaborazione tra istituzioni sportive, politica e tessuto imprenditoriale scatenò una crescita impressionante della base, che alimentò l'agonismo e quindi il professionismo. Negli anni '70 il tennis in Svezia era davvero uno sport “per tutti”, ed i risultati sono entrati nei libri di storia.

L'esplosione di Borg fu il traino, c'era un idolo da emulare per i tantissimi praticanti. Inoltre a quei tempi i costi per accedere al professionismo erano ancora “gestibili” per un movimento sostenuto da discreti contributi nazionali e alcuni sponsor lungimiranti, come la “Svenska Industribyggen AB”, impresa che finanziò alcuni coach, aiutando gli allievi a diventare ottimi tennisti.

Un circolo virtuoso, basato su metodi d'allenamento moderni e sulla socialità interna ai gruppi dei giovani atleti, loro punto di forza.

Tecnici innovativi

La Svezia dopo l'avvento di Borg riuscì a lavorare in modo straordinario su di un grande bacino di giovani di ogni estrazione sociale, esaltando il talento individuale con una metodologia fresca applicata da tecnici preparati e motivati.

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La visione unica per il tennis del coach Percy Rosberg forgiò colpi diventati leggendari, come quelli di Borg o il rovescio di Edberg, ma molti furono i tecnici decisivi al successo degli svedesi.

Grazie al supporto degli sponsor, si capì che viaggiare, osservare e imparare era il modo più economico ed efficiente per crescere.

Come ha raccontato Joakim Nystrom: “Ci aiutavamo tantissimo, tra di noi e con i nostri allenatori. Se c'era uno straniero che giocava bene andavamo sempre a vederlo e si analizzava tutti insieme il suo tennis, le chiavi per batterlo e cosa potevamo imparare. Siamo andati avanti per anni a parlare del nostro tennis e di tattica”.

Allenatori svegli e preparati applicavano i ‘dogmi borghiani’ alla diversità delle varie scuole internazionali, forgiando atleti molto evoluti. Tecnici astuti e grandi motivatori, bravissimi a creare gruppi di giovani affiatati e molto competitivi al loro interno, che viaggiavano compatti e si stimolavano a vicenda per migliorarsi, senza gelosie e con obiettivi chiari.

LE FOTO DEL TENNIS ELEGANTE DI STEFAN EDBERG

Wilander racconta: “Ognuno aveva il proprio carattere, io spesso stavo in disparte ad ascoltare musica, ma capivamo che col contributo di tutti saremmo migliorati”.

Sbocciarono decine di talenti che maturavano presto, uniti dalla voglia di scoprire e di competere, e che trovarono nel tennis un modo per evadere ed affermarsi. Un modello perfetto in quel contesto storico, come dimostrano i risultati. Ma perché si è arrivati al crollo dall'inizio del nuovo secolo?
Ognuno aveva il proprio carattere, ma capivamo che col contributo di tutti saremmo migliorati tutti

- Mats Wilander

Dopo Robin Soderling i tennisti svedesi sono spariti, anche a livello giovanile. Cosa è accaduto? Le cause sono molteplici. La passione per il tennis nel paese è tutt'ora radicata, non si cancella con un colpo di spugna l'eredità di oltre trent'anni di successi.

La Svezia resta il paese con più campi da tennis pro capite e una fervida attività nei club, inclusi corsi a prezzi accessibili, ma il tennis ha perso appeal nei giovani.

Da tempo sono attratti più dal calcio, dal basket e soprattutto dall'hockey su ghiaccio, con i migliori del paese diventati stelle (strapagate) nella lega NHL americana. Le difficoltà economiche internazionali e cambiamenti nei progetti scolastici hanno ridimensionato il supporto, perdendo sicuri praticanti; di pari passo i troppi successi hanno creato un'immobilismo nella promozione istituzionale che ha prodotto un buco difficile da colmare.

“Siamo diventati un po' arroganti", ha dichiarato Ulf Dahlström, segretario generale della Swedish Tennis Association. “Abbiamo trascorso i nostri anni d'oro e non abbiamo tenuto il passo con lo sport o lo sviluppo economico, dando il nostro successo per scontato”.

La spinta dei grandi campioni si esaurì, e senza lo spirito di emulazione il numero degli agonisti è diminuito, fino a crollare. Nel 2014 il capitano di Davis Fredrik Rosengren aveva proposto un investimento per costruire campi pubblici e muri per palleggiare nei quartieri meno abbienti delle città, in modo da avvicinare i giovani più “affamati” alla disciplina, con altre operazioni promozionali. L'appello cadde nel vuoto.

Che cosa manca

La Svezia non ha investito abbastanza nello sviluppo, perdendo sponsor per aumentare le risorse a disposizione del sistema. Il tennis è diventato terribilmente costoso e difficile rispetto all'epoca d'oro degli svedesi, come ha raccontato Stefan Edberg: “Oggi emergere è molto più dura”.

“Con il sistema di assegnazione di punti in vigore quando sono diventato Pro era più semplice scalare la classifica, e anche nei piccoli tornei potevi guadagnare ventimila dollari. Sono passati 25 anni e le cifre sono rimaste quasi le stesse, mentre i costi sono esplosi. Allora era più facile ottenere un contratto da uno sponsor, oggi solo i migliori ci riescono. La Federazione non ha abbastanza soldi, i club nemmeno, solo coi privati è possibile farcela”.

Per Wilander anche la fretta è un problema: “Oggi i giovani vogliono tutto e subito, mentre per diventare forti nel tennis è indispensabile fare un percorso lungo, faticoso, con poche soddisfazioni all'inizio e tanto lavoro”.

Anche il sistema dei tecnici collassò. Ci furono investimenti carenti e sbagliati, e l'inizio della crisi fu acuito dal fatto che gli ottimi ex giocatori, appena lasciato il professionismo, non diventarono tecnici nazionali. Si spezzò quella catena che aveva sapientemente alimentato il movimento. Negli ultimi anni c'è stato un ritorno, con diversi ex tennisti oggi coach, ma perlopiù impegnati con giocatori già inseriti nel mondo Pro e non in patria a crescere i giovani

A peggiorare la situazione, i canoni classici del tennis “vichingo” sottoposti alle velocità del 2000 finirono per azzerare i migliori giocatori, che soffrirono gravi problemi fisici (alle anche e alla spalla), come Joachim Johansson e Andreas Vinciguerra.

Dagli errori si impara, e adesso qualcosa si è mosso, con varie iniziative private. C’è l’accademia “Good to Great” di Norman, c’è il progetto “ReadyPlay” griffato Edberg. Magnus Norman è fiducioso: “Abbiamo toccato il fondo, possiamo solo risalire”.

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