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Campioni internazionali

Dal top al ... flop!

Cadono le stelle: il 2019 da dimenticare di Sloane Stephens, Caroline Wozniacki, Garbine Muguruza e Caroline Garcia

di Vincenzo Martucci | 17 ottobre 2019

Cadono le stelle, e lo fanno in modo clamoroso. Perché si portano in scia risultati importanti ed anni da protagoniste. Nella classifica Wta di lunedì, Sloane Stephens uscirà per la prima volta dalle “top 20” dagli US Open 2017, Caroline Wozniacki sarà fuori dalle prime 30 dopo una permanenza che durava dagli US Open 2016, Garbine Muguruza verrà estromessa dalle prime 30 dove era rimasta dal Roland Garros 2014 e Caroline Garcia saluterà le “top 40” da Strasburgo 2016.

L’afroamericana Stephens, col trionfo agli Us Open 2017 e la finale al Roland Garros e al Masters 2018, quand’era anche salita al numero 3 del mondo, sembrava la prima candidata a raccogliere l’eredita delle sorelle Williams. “Sunshine”, la solare danese, finalista agli Us Open 2009 e 2014, e regina degli Australian Open 2018, numero 1 del mondo nel 2010, s’è aggiudicata 30 titoli Wta. L’erede di Arancia Sanchez e Conchita Martinez, di Slam ne ha vinti due, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017, anno in cui è salita al numero 1 della classifica. La francese Garcia ha toccato il numero 4 del mondo di singolare nel 2018, con 7 titoli Wta all’attivo, mentre in doppio è salita al 2 col successo Slam al Roland Garros 2016, fra i 6 urrà sul circuito.

Per la Wozniacki, grande difensore, grande atleta, con limiti tecnici compensati dall’agonismo, che si è appena sposata, si può parlare di una ottima carriera in cui ha raggiunto i suoi limiti e, a 29 anni, è sul viale del tramonto. Con 34 milioni di dollari guadagnati di soli premi, il fondo pensione è assicurato. Ma le altre tre stelle che si sono offuscate hanno 26 anni, e non si sono realizzate secondo il loro potenziale. Tutte per motivi sostanzialmente caratteriali, a fronte di un potenziale tecno-fisico di prima qualità.

Almeno, però, Muguruza e Stephens un titolo Slam ce l’hanno in bacheca a casa loro (Garbine due), la Garcia può solo mangiarsi i gomiti per le tante occasioni sprecate, negli anni, a macerarsi dentro di sé contro i nemici invisibili della sua anima e col rapporto col solito papà. Dopo il vaticinio di uno che di tennis qualcosa capisce, come Andy Murray, che aveva scommesso su un suo futuro da numero 1. Ahilei, quest’anno s’è praticamente bloccata a metà giugno, nei quarti sull’erba di Maiorca, l’ultimo torneo nel quale ha superato due turni, sulla scia della finale di Nottingham vinta contro Donna Vekic dopo una battaglia che poteva cambiarle la stagione, che ha strappato coi denti per 2-6 7-6 7-6. Poi, invece, ha inanellato solo delusioni: ko al primo turno a Wimbledon, al secondo a Losanna e Jurmala, al primo a Toronto, Cincinnati e New York, al secondo a ZhengZhou, al primo a Osaka, al secondo a Wuhan, al primo a Pechino, al secondo a Tianjin. Un disastro.

La vera regina degli alti e bassi resta la Stephens, protagonista già nel 2013 dell’eliminazione di Serena Williams agli Australian Open, quand’arrivò alle semifinali e salì fino al numero 11 del mondo. Poi però è rimasta nel limbo fino al 2015, sembrava essere rinata col nuovo coach, Kamau Murray, che l’aveva portata ad aggiudicarsi tre titoli Wta, s’era eclissata per undici mesi per aver giocato con una frattura da stress, era risorta conquistando a sorpresa agli Us Open nel settembre del 2017 cui aveva alternato il ko al primo turno ai successivi Australia Open nel gennaio 2018 e subito dopo la finale al Roland Garros nel maggio 2018, anche lì salendo di livello e poi riaccendendo clamorosa nella stessa partita contro una frastornata Simona Halep, per ritirare ancora fuori la testa a novembre, qualificandosi in finale al Masters. Poi, praticamente, è sparita dal vertice e ora sconta il 2019 mediocre, nel quale spiccano solo le semifinali di Madrid e i quarti di Charleston e del Roland Garros. Probabilmente per la bellissima atleta della Florida il tennis non è la prima priorità, non ha le impellenti motivazioni per andare oltre.

I dubbi sulla mancata realizzazione, o almeno sulla continuità di rendimento ad alto livello di Garbine Muguruza sono ancor più vasti e inestricabili. Con troppi, improvvisi e clamorosi, stop, e scelte di vita e di coach discutibili. Quest’anno, anno specie le sue sconfitte troppo nette, il 6-1 6-1 contro Karolina Pliskova nel quarto turno degli Australian Open, il 6-1 6-2 rimediato contro la Svitolina nel terzo turno a Dubai, il 6-0 6-1 contro Andreescu nei quarti di Indian Wells, il ritiro sull’1-6 1-3 contro Azarnka nei quarti di Monterrey e ancora il ritiro contro la stessa avversaria nel terzo turno a Roma sul 4-6 1-3. Colpiscono anche le troppe battaglie perse per un soffio o con un punteggio sconcertante, contro Keys a Cincinnati per 6-7 7-6 6-4, contro Riske agli Us Open per 2-6 6-1 6-3, contro Hsieh a Osaka per 3-6 7-6 6-1, e l’ultimo contro Kenin a Pechino per 6-0 2-6 6-2. Risultati che sottolineano insicurezze, cali di intensità, paure, incapacità di gestione troppo gravi nella giungla del tennis donne delle ragazzine terribili che avanzano.

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