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Campioni internazionali

Più Zverev o Tsitsipas? ecco il tennis del futuro

Si incontrano in semifinale a Pechino per la quarta volta in carriera. Hanno stili di gioco diversi, la sfida può raccontare anche dove potrà andare il tennis quando smetteranno Djokovic, Federer e Nadal

di Alessandro Mastroluca | 05 ottobre 2019

"In Laver Cup ci siamo parlati molto. Ora lo capisco di più". Nell'ammissione di Alexander Zverev c'è la traccia di un'affinità che arricchisce la rivalità con Stefanos Tsitsipas. Numero 7  e 6 del mondo, nella semifinale dell'atp 500 di Pechino misurano le rispettive ambizioni in vista delle ATP Finals che il tedesco ha vinto l'anno scorso. L'incontro, il quarto tra i due in carriera, può dare qualche indicazione sul tennis di vertice degli anni a venire. Si giocherà più "alla Tsitsipas" o "alla Zverev"?

L'ispirazione del greco, il più creativo dei due, è da sempre Roger Federer, per sua stessa ammissione. Tsitsipas, che sta ripensando la sua presenza sui social e insieme cercando di far evolvere il suo canale Youtube, sembra cullare un bisogno maggiore di mostrarsi. Eppure, racconta di essere un solitario. A marzo, diceva al Times, dopo il torneo di Miami è partito in vacanza da solo per otto giorni nelle Isole Vergini Britanniche.

Nel suo raccontarsi, anche attraverso le foto e i messaggi occhieggianti a una certa profondità intellettuale sul suo profilo Instagram Steve the Hawk, c'è un po' del desiderio di approvazione che ha alimentato la carriera di Andre Agassi. Anche se il suo idolo, oltre a Federer, è per affinità Pete Sampras. Zverev dà l'impressione di essere più chiuso, spigoloso magari, meno disposto a mostrarsi, a raccontarsi, a concedere parti di sé per ottenere approvazione. 

A Pechino stanno servendo bene entrambi, anche se nelle ultime 52 settimane Tsitsipas ha mantenuto un rendimento decisamente più costante mentre Zverev ha vinto meno di un punto su due con la seconda complice anche una media di quasi sei doppi falli a partita. Sembrano lontani i tempi della conquista del titolo a Madrid, nel 2018, senza perdere mai il servizio.
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Quest'anno, ha incontrato Tsitsipas proprio a Madrid. Ha vinto il greco, che poi avrebbe sconfitto anche Rafa Nadal con un'esibizione di solidità e anticipo di rovescio tra le migliori della sua stagione. Ha vinto con una maggiore efficienza al servizio, che ha neutralizzato il punto di forza di Zverev, più sicuro in risposta. Questo aspetto sembrerebbe favorire il tedesco nel medio periodo, visto che dagli anni Duemila i giocatori che chiudono la stagione da numero 1 del mondo sono più di frequente anche i leader per rendimento in risposta, mentre fino all'epoca di Pete Sampras erano più spesso i grandi battitori a imporsi.

Ma il tennis oggi si gioca soprattutto sugli scambi brevi, come racconta il coach e analista Craig O'Shannessy, entrato nello staff di Novak Djokovic che si è visto allo Us Open nell'angolo di Matteo Berrettini. Il colpo più importante, dice, è il primo dopo il servizio o la risposta. E in questo Tsitsipas è più incisivo, Zverev non spinge da subito, dà il meglio negli scambi medio-lunghi quando il tempo di spostare l'avversario da dietro per poi colpire.

In comune hanno un genitore di origine russa con un passato nel tennis: la mamma di Tsitsipas, Julia Salnikova, e il padre di Zverev che allena lui e prima ha seguito il fratello Misha portandolo in top 30. "Sono sempre stato più alto, più elastico di lui" ha raccontato alla Bild, "ma ancora adesso se giochiamo in allenamento lui tira fuori il massimo e spesso mi batte". Ha infatti un servizio slice e un gioco tutto d'attacco che sempre metterà in difficoltà Sascha, che ha bisogno di più spazio e più tempo per preparare i colpi da fondo.

Dalla parte russa della famiglia hanno ereditato disciplina, etica del lavoro, competitività. E insieme una tendenza all'autocritica spinta a volte anche all'eccesso. Si sono dati standard alti, e provano a mantenerli nonostante una stagione che non ha fatto mancare ombre e ostacoli lungo il percorso.

Tsitsipas dopo il Roland Garros ha avuto un solo risultato all'altezza del suo ranking, la semifinale dell'ATP 500 di Washington persa contro Nick Kyrgios con cui è iniziata un'amicizia improbabile che li ha portati anche a giocare in doppio insieme. Zverev ha vissuto tutta una stagione difficile, condizionato da problemi extra-tennistici come la causa con il suo ex agente e la separazione dal coach Ivan Lendl. "Zverev è un disastro" ha detto con la franchezza brusca che lo contraddistingue Gunther Bresnik, ex coach di Dominic Thiem. E in effetti diverse volte nella seconda parte della stagione ha dimostrato di aver perso la consapevolezza in quale sia la sua identità, il suo gioco, la sua cifra stilistica.
Questo tipo di difficoltà è connaturato a ogni percorso di crescita, ancor più se avviene sotto i riflettori amplificati dall'idea di Next Gen che ha comportato una popolarità maggiore, anche superiore a giocatori che hanno vinto di più, e aspettative conseguentemente più alte. Peraltro in molti casi misurate sulla scala irrealistica fissata dai Fab 3, Djokovic, Federer e Nadal che hanno vinto 54 titoli a testa tra Slam, Masters 1000 e ATP Finals.

Certo, avere a che fare con quei tre campioni vuol dire anche rassegnarsi all'idea che giocare per vincere è un po' più difficile. Il rischio di pensare che partecipare e competere bene possa essere sufficiente rimane, non si cancella di sicuro. Ma da partite come la semifinale di Pechino si capisce anche la rispettiva risposta alla prospettiva di una grande occasione per prendersi il centro della scena.
E' una prova di maturità, di mentalità. Perché sono loro il futuro del tennis, insieme a Medvedev che si è elevato dopo la finale dello Us Open e Felix Auger-Aliassime, il predestinato che unisce muscoli e potenza in una versione moderna, riveduta e corretta, di Nadal. Il tennis è bello soprattutto quando è vario. Il futuro potrebbe essere bellissimo.

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