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Campioni internazionali

Sunday Morning: Europei in Cina... con furore

L’ultima Laver Cup ce l’ha ricordato: l’Europa domina il circuito e gli Slam da più di 15 anni. Il distacco col resto del mondo è abissale. Qualche decennio fa era esattamente il contrario grazie agli ‘imperi’ di Australia e USA

di Marco Mazzoni | 29 settembre 2019

La sfida continua, in Cina e Giappone ma con poche possibilità di finali a sorpresa: l'Impero colpirà ancora. Il "Resto del mondo" ha infatti poche chances oggi contro "l'Impero" tennistico europeo". Lo ha ribadito la terza edizione della Laver Cup (che è stata un grande successo, sotto tutti i punti di vista). Ha vinto per la terza volta il team Europe, confermando la supremazia dei “blu” nella competizione. Non è stata una sorpresa. Se andiamo a vedere la classifica dei componenti delle due squadre la differenza era evidente: il team Europe vantava i numero 2, 3, 5, 6, 7 e 11 del ranking ATP; il team World “solo” i numeri 20, 24, 27, 30, 33 e 210. D’altronde nell’ultimo decennio i tennisti del vecchio continente hanno dominato in modo pressoché assoluto il tennis maschile di vertice. I dati sono indiscutibili.

I numeri di un decennio dominato dall'Europa

La vittoria di Rafa Nadal al recente US Open ha chiuso la decade 2010-2019. Tutti i 40 Slam disputati in questi dieci anni sono stati vinti da europei, dato clamoroso e unico nella storia del tennis maschile. Del Potro è stato l'ultimo non europeo a vincere un major, US Open 2009, rimontando Roger Federer in una finale bellissima.

Per trovare un altro extra europeo sul trono di uno Slam dobbiamo tornare al 2004, quando Gaston Gaudio vinse il Roland Garros su Guillermo Coria.

Ancor più netto il dato Slam se consideriamo anche i finalisti. Sempre dal 2010, su 80 giocatori scesi in campo nella finale di un major, solo 5 sono extra europei: Kei Nishikori a US Open 2014; Milos Raonic a Wimbledon 2016; Kevin Anderson a US Open 2017 e Wimbledon 2018; Juan Martin Del Potro a US Open 2018 (il 6,25% del totale). Un dominio assoluto, certificato anche dal ranking Atp: i numeri 1 dal 2010 a oggi (Roger Federer, Rafael Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray) sono tutti europei, con solo Raonic e Del Potro capaci di avvicinarsi alla vetta (best ranking n.3, per un brevissimo periodo). Se scorriamo l’attuale classifica Atp di questa settimana, 9 su 10 sono del vecchio continente (unico intruso Nishikori, n.8), come 14 dei primi 15.

Ulteriori conferme arrivano guardando alle ATP Finals, dove troviamo solo vittorie europee (Nalbandian nel 2005 ultimo campione non europeo) e analizzando i successi nei Masters 1000: nel 2018 due vittorie non europee (Del Potro e Isner); nel 2017 una (Sock), bisogna tornare fino al 2010 per trovarne un'altra, con Andy Roddick campione a Miami. Una miseria considerato il numero di tornei disputati.

Tutti i 40 Slam disputati in questi 10 anni sono stati vinti da europei, dato clamoroso e unico nella storia del tennis maschile

Equilibri diversi

Numeri impressionanti che fanno riflettere su quanto si sia spostato il baricentro del tennis di vertice rispetto alle decadi precedenti, quando gli equilibri erano assai diversi. Tra fine Anni '60 e inizio '70 (l’alba dell'era Open) il tennis viveva l'epopea dei grandi australiani, trainati da Laver, Rosewall, Newcombe e compagnia. A sfidarli i migliori tennisti statunitensi, atleti di gran classe come Ashe o Smith. L'Europa si difendeva con alcuni campioni come Nastase e Kodes, ma il resto del mondo era dominante.

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Nel corso degli Anni '70 l'esplosione di Borg e Vilas, oltre a talenti come Panatta e Orantes, consentiva all'Europa di rivaleggiare ad armi pari contro i nuovi campioni statunitensi (Connors, Tanner e McEnroe); arrivarono anche gli ultimi successi degli australiani, prima della loro crisi.

Nei primi Anni '80 l'Europa soffrì la forza dei formidabili top player americani, ma dominò la seconda parte della decade grazie a campioni come Lendl, Becker, Edberg e Wilander.

L'Australia si difese con il solo Cash, pochissimo rispetto alla tradizione. Dal 1990 gli statunitensi presero saldamente il comando, con la generazione d'oro di Agassi, Courier e Sampras, lasciando comunque un po' di spazio ad alcuni nuovi campioni europei, sud americani ed australiani.

Col nuovo secolo ed il ricambio generazionale arrivò una vera rivoluzione. Prima l'avvento di Hewitt, Roddick e gli argentini a supportare il tennis extra europeo; quindi un'ondata impetuosa di talenti del “vecchio continente”, che ha portato alla consacrazione di Roger Federer, poi del suo rivale Rafa Nadal e poco dopo di Novak Djokovic ed Andy Murray. Dal 2004 i campioni europei hanno praticamente spazzato via la concorrenza al vertice.

Il peso dei Fab 4

La storia recente del tennis maschile è nota. Nonostante siano ultra trentenni, l'epopea dei Fab 4, o del terzetto più uno se vogliamo tenere Andy Murray un gradino sotto a Roger, Rafa e Nole, sembra non finire mai.

L'avvento di questa generazione di fenomeni ha creato un gap talmente ampio su tutti i rivali da riscrivere completamente la storia del gioco.

Il record di 14 Slam di Pete Sampras, che sembrava epocale nel 2002, è stato disintegrato dai campionissimi attuali, come il numero incredibile di Masters 1000 e ATP Finals vinte.

É necessario tirare una riga nella storia del nostro sport maschile tra il “prima” e il “dopo” il loro avvento. Il livello del loro tennis e la continuità delle loro vittorie sono formidabili, tanto che tutti gli altri negli ultimi 15 anni sono stati costretti a rincorrere e accontentarsi delle briciole. Nell'ultima decade solo Cilic e Wawrinka (sempre tennisti europei) sono riusciti a inserirsi in questo club super esclusivo, vincendo uno Slam.

Quindi nell'analisi dobbiamo considerare il peso notevole di questo quartetto fenomenale, capace di imporre un livello tecnico e agonistico superiore. Ma è corretto rilevare come quasi tutti i migliori dietro ai “quei 4” siano stati quasi solo europei (Berdych, Ferrer, Tsonga, Soderling…).

Talento, reclutamento, coach & accademie

Perché il tennis maschile europeo ha dominato il panorama internazionale nell'ultima decade, o meglio da metà anni 2000? Non è facile trovare una risposta univoca. Oltre al sicuro impatto dei Fab 4, sono ‘mancate’ le tre grandi aree mondiali con forte tradizione: Stati Uniti, Australia e America Latina.

Negli USA dal 2000 non è uscito un Sampras o un Agassi, dall'Australia non è arrivato un nuovo Hewitt o Rafter, in America latina non si è imposto un nuovo Guga Kuerten (c'è Del Potro, se non fosse stato martoriato dagli infortuni...). Questo fattore è in parte casuale. Chi poteva immaginarsi che uno svizzero avrebbe abbattuto tutti i record moderni della disciplina! Ma la capacità di intercettare i talenti e crescerli dipende anche dalla bravura dei tecnici e dei vari sistemi nazionali.

Su quest'aspetto va sottolineato che alcuni settori tecnici hanno lavorato molto bene, come quello francese ed iberico, per citarne due; e pure il nostro, visto il bel movimento che è stato creato e sta iniziando a dare importanti risultati.

In Europa è stato decisivo anche il volano delle moltissime accademie nate e prosperate in vari luoghi (Spagna, ma anche Francia, Austria o Italia), dove moltissimi giovani di vari paesi si sono formati e sono diventati campioni. Murray in Spagna, Djokovic tra Italia e Austria. Molti talenti dell'Est si sono forgiati in questi centri diventando ottimi atleti..

Il “sistema europeo” ha surclassato quello americano perché più reattivo, più veloce ad adattarsi ai cambiamenti nel gioco, strutturato su tecnici più giovani e soprattutto motivati a mettersi in gioco, viaggiare, imparare e così restituire agli allievi una conoscenza e metodologia più aggiornata e vincente.
In Europa è stato decisivo anche il volano delle molte accademie prosperate in Spagna, Francia, Austria e Italia

Passione e stile di gioco

In Europa la passione per il tennis è radicata, è parte della nostra cultura sportiva e non, come abbiamo raccontato la scorsa settimana con il focus sulla Repubblica Ceca. In Spagna il tennis è da anni uno degli sport più seguiti e praticati, lo è sempre stato in Francia, così come in moltissimi altri paesi ricchi di tradizione e buone scuole.

Questo non è accaduto in altri paesi, specialmente negli Stati Uniti, dove il fortissimo sviluppo delle leghe Pro (basket, baseball, football e hockey) ha attirato i migliori atleti e quindi sottratto potenziali tennisti. Il sistema dei College premia maggiormente gli sport nazionali e di squadra, dove si concentrano gli investimenti, incluso il gradimento delle famiglie che non sono costrette a sobbarcarsi costi e problematiche propri dell'avvio di un giovane al tennis Pro. L'America latina ha vissuto alcuni lustri di grande instabilità politica e crisi economica: molti giovani argentini, per citare un caso, non potevano viaggiare come nel recente passato, tanto da fermarsi nella loro crescita.

Il sistema australiano è stato riformato dopo un periodo di crisi, ha sfornato alcuni talenti che finora non hanno mantenuto le promesse. Quello americano, secondo molti tecnici ed ex giocatori (come ha dichiarato Patrick McEnroe lo scorso week-end durante la Laver Cup), si è completamente fermato ai fasti degli Anni ’90. Le ultime due generazioni di tennisti yankee sono state carenti sia qualitativamente che quantitativamente rispetto al passato. Il tennis è cambiato dai primi anni del nuovo secolo, soprattutto per le nuove condizioni di gioco più lente ed omogenee.
Un modello diverso da quello “classico” americano, basato sull'attacco alla rete o la pressione col dritto piatto a chiudere. La scuola europea, forte degli insegnamenti della terra battuta, è stata la più pronta ad assecondare le novità e sfornare tennisti moderni, e vincenti. Questa la strada tracciata di recente dal tennis canadese, maschile e femminile, dopo l'avvento di Louis Borfiga, ex direttore del programma di sviluppo giovanile francese. Una rotta che sta portando grandi talenti alla ribalta. Vedremo solo in futuro se sarà in grado di ribaltare la tendenza europeista di quest’ultimo decennio.

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