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Campioni internazionali

Bublik, il rapper con la racchetta

Si è tatuato versi di Eminem e la mappa della zona dove è nato. Continua a vivere in Russia, anche se da due anni rappresenta il Kazakistan. Gli piace il basket. Si diverte a giocare a tennis ma in tv non lo guarda. Sfiderà Carreno Busta a Chengdu nella sua seconda finale ATP

di Alessandro Mastroluca | 28 settembre 2019

L'ispirazione e la costanza al servizio spinge Alexander Bublik alla seconda finale ATP. Numero 71 del mondo, a Chengdu Bublik ha servito 95 ace in quattro partite, ha salvato due match point contro Grigor Dimitrov nei quarti e controllato la semifinale contro il sudafricano George Lloyd Harris, ripescato come lucky loser dopo aver perso contro Bradley Klahn nell'ultimo turno di qualificazioni. In finale affronterà Pablo Carreno Busta, che ha impedito una finale tutta “hot shots” e colpi a sorpresa battendo in due set Denis Shapovalov.

 

Bublik ha perso la sua prima finale quest'anno contro John Isner a Newport, ma ha comunque messo il suo marchio su quella partita, un servizio da sotto sul match point per l'avversario. La seconda gli permetterà di migliorare il best ranking e di entrare per la prima volta tra i primi 60 del mondo.

 

Russo di nascita, ha iniziato a giocare a due anni con il padre. Condivide con Nick Kyrgios una forte passione per il basket, anche perché il suo padrino è un allenatore di pallacanestro. Ma ha scelto il tennis. Ex top 20 da junior, il russo Bublik nel 2017 ha scelto di giocare per il Kazakistan. Una ripicca, ha raccontato. Era deluso dalla Federazione russa, perché non l'aveva aiutato nonostante fosse il terzo o quarto miglior giocatore della nazione. Era considerato uno dei giovani su cui fondare la squadra futura di Coppa Davis con Andrey Rublev e Karen Khachanov.

 

Bublik ha accettato una di quelle offerte che non si possono rifiutare, come prima di lui avevano fatto già Mikhail Kukushkin, Andrey Golubev o Evgeni Korolev, passati al Kazakistan in cambio di aiuti logistici e finanziari. “Li abbiamo lasciati andare perché non avevamo abbastanza soldi. Se non avessimo fatto così, avrebbero dovuto smettere di giocare a tennis” ammetteva nel 2012 Shamil Tarpishchev, maestro dell'ex presidente russo Boris Eltsin al Cremlino che ha contribuito a cambiare l'immagine del tennis in Russia.

Bublik, comunque, continua a vivere a San Pietroburgo. Per Dostoevskij è una città di pazzoidi. “È difficile trovare da qualche altra parte tanti elementi cupi, violenti, inspiegabili che influiscano sull'anima dell'uomo come qui a Pietroburgo” scriveva in Delitto e castigo. Non tutto è lineare, né freddamente razionale, nel tennis di istintive ispirazioni e di forti aspirazioni di Bublik. “Nemmeno io so che colpo giocherò finché la palla non mi arriva vicino” diceva un paio di anni fa. “Non ho un piano, penso a cosa giocare appena prima di colpire”.

 

San Pietroburgo gli somiglia, non per niente se l'è anche tatuata sul braccio insieme all'intera zona, Scandinavia compresa, su un avambraccio. Sull'altro, ha due frasi di Eminem:“Non mi spezzerai. Mi renderai semplicemente più forte di prima” e “Sii sempre un leader, non un follower”.

 

“Devi sempre prendere le due decisioni, essere la guida di te stesso” ha detto al sito dell'ATP. Dunque, essere te stesso, dovunque la tua strada ti porti, giocare e sbagliare con la tua testa e le tue idee, non per cercare di compiacere quelle di qualcun altro, di corrispondere a un modello.

 

Ha scelto quei due versi di Eminem perché, evidentemente, il rap gli piace. Spesso invita rapper russi nel suo box per le sue partite. San Pietroburgo negli ultimi anni è diventato un riferimento nazionale per questo genere di musica. È qui che si tiene la più grande battle di Russia, "Versus", il progetto russo di maggior successo su Youtube. Una sfida di rime che accende il “1703”, un bar che si chiama così in onore dell'anno di fondazione della città, in uno dei cortili con muri pieni di scritte sul Ligovskij prospekt. Da qualche tempo è diventato il più famoso della città.

 

Bublik, che si vanta di saper anche “rappare”, si diverte a giocare a tennis. Ma non a guardarlo. Non va oltre gli highlights, guarda al massimo qualche partita di Nick Kyrgios o suoi amici della Next Gen. “Non ho mai avuto idoli” diceva a Sport 360 nel 2017, “se mi chiedessi quanti titoli ha vinto Federer probabilmente non ti saprei rispondere. Ricordo che da piccolo mi piaceva guardare James Blake”.

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Col suo tennis creativo, a 19 anni nel 2016 ha centrato i quarti a Mosca e si è ripetuto nel 2017, quando ha fatto il suo debutto prima in top 200, poi in top 150, poi in top 100, per quattro settimane.

 

La classifica ha rappresentato a lungo un pensiero pesante. Lo condizionava, lo bloccava, anche più dell'infortunio che gli ha fatto perdere due mesi all'inizio del 2018, una stagione da dimenticare: a novembre era scivolato fuori dai primi 250.

 

a quest'anno ha vinto tre Challenger, a Budapest (su Marcora), Pau (su Gombos) e Monterrey (su Gomez). Ha battuto Giraldo e Fabbiano in cinque set allo Us Open e raggiunto così per la prima volta il terzo turno in uno Slam. Ha accettato di venire a patti con un'immagine di sé meno estrema. “Non sto giocando il mio tennis migliore” ammetteva al sito dell'ATP durante il torneo di Newport, “ma alla fine quello che conta è colpire la pallina gialla, fare soldi, vincere partite”.

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