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Campioni internazionali

Bautista Agut: "Dovevo essere a Ibiza..."

Batte in quattro set l'argentino Pella e diventa il sesto spagnolo in semifinale a Wimbledon. Non si era mai spinto così avanti in uno Slam. Sfiderà Djokovic, che ha già sconfitto tre volte. Tranquillo, lavora tanto, parla poco e adora i cavalli

di Alessandro Mastroluca | 10 luglio 2019

“Sono arrivato fino a qui perché cerco di essere un tennista migliore ogni giorno”. Roberto Bautista Agut ha guardato Wimbledon in televisione per un infortunio all'inguine. Quest'anno lo spagnolo, tutto etica del lavoro e modestia, chilometri macinati e poche parole, ha centrato la prima semifinale Slam in carriera che gli garantirà la possibilità almeno di eguagliare il best ranking di numero 13.

 

Nel primo quarto di finale a Wimbledon senza top 20 dal derby polacco del 2013 che Jerzy Janowicz vinse su Lukasz Kubot, lo spagnolo ha sconfitto Guido Pella 75 64 36 63. Bautista, unico ad arrivare nei quarti senza perdere un set, nelle prime quattro partite ha giocato la metà dell'argentino, rimasto in campo quasi tredici ore. E alla distanza il surplus di energia ha fatto la differenza.

"A quest'ora avrei dovuto essere a Ibiza con sei amici" ha detto Bautista Agut, "ma preferisco essere qui. Penso che voleranno a Wimbledon per vedere la semifinale. Se sono in semifinale vuol dire che sto lavorando bene. Oggi nel primo set mi sono un po' preoccupato sul 5-4 nel primo set perché per me stavo giocando meglio di lui. Forse anche l'aspetto emotivo ha influito perché era una situazione nuova per me". E' cresciuto sulla terra battuta, ha aggiunto, "ma la mia prima racchetta pesava molto, per questo i miei colpi sono piatti, senza tanto effetto. Con un gioco così non ho bisogno di scendere a rete subito. Col tempo comunque sto imparando anche a giocare sull'erba".

Nella terza semifinale stagionale, sfida Novak Djokovic che ha battuto già tre volte in carriera. L'ha sconfitto la prima volta a Shanghai nel 2016 per raggiungere la prima finale in un Masters 1000, e due volte quest'anno: a Doha in semifinale, andando poi a vincere il primo e finora unico titolo stagionale, e negli ottavi a Miami. Bautista, rivela l'analista Craig O'Shannessy sul suo profilo Twitter, è l'unico dei giocatori arrivati nei quarti in questo torneo ad aver vinto più del 60% di punti da fondo. E la tenuta da fondo, insieme alla capacità di neutralizzare la risposta di Novak Djokovic e togliergli modo di aprirsi il campo con i primi colpi nello scambio, sarà una delle chiavi per continuare a sognare. Dovrà rispettare fino in fondo il motto che scrive sulle magliette di buon augurio insieme al team: “Spingere fino alla finale”. Di sicuro, ha detto, giocherà con meno pressione addosso.

Probabilmente un quarto di finale Bautista Agut-Pella non si sarebbe visto a Wimbledon qualche anno fa. Per i puristi del lawn tennis, la sua presenza in semifinale segna un'ulteriore indizio a sostegno di quello che Marc Rosset ha definito “lo snaturamento di Wimbledon”. Gli organizzatori, ha scritto sul quotidiano svizzero Le temps, hanno mantenuto il punto sulla tradizione del bianco e dell'etichetta, ma hanno ceduto su quella più importante del gioco sull'erba. “Per me Wimbledon è Rod Laver, John McEnroe, Boris Becker” ha scritto. “Non ho niente contro Pella e Bautista, ma vedere uno spagnolo e un argentino cresciuti sulla terra fare risultati migliori a Wimbledon che al Roland Garros, è incredibile”.

Bautista è il sesto spagnolo in semifinale a Wimbledon. Il primo fu Manuel Alonso-Areyzaga, prima star internazionale del tennis di Spagna, finalista nel 1921. Bill Tilden, nel suo “The Art of Lawn Tennis” ne elogiava la rapidità di spostamenti, le abilità tecniche, l'eleganza e la potenza dello smash. Poi arrivò Manolo Santana, convinto che l'erba fosse buona solo per farci pascolare le mucche prima di vincere Wimbledon nel 1966, l'anno in cui Lance Tingay, giornalista inglese che all'epoca redigeva la più accreditata classifica mondiale, lo considerò il numero 1 del mondo. Andres Gimeno giocò una semifinale nel 1970, due anni dopo ci arrivò Manolo Orantes, numero 3 del mondo nel 1973. Poi gli spagnoli si fanno notare quasi solo per le proteste di Alex Corretja, Juan Carlos Ferrero e Carlos Moya che convinceranno gli organizzatori a raddoppiare a 32 le teste di serie. In semifinale, però, non si vedranno spagnoli fino a Rafa Nadal.

 

Diciottesimo iberico in semifinale in uno Slam, Bautista ha controllato il gioco per i primi due set. I colpi piatti, lineari a ritmo medio-alto si esaltano sull'erba secca che alza il rimbalzo. Pella si concede una speranza, gli toglie il primo set del torneo con una reazione notevole. Si fa più aggressivo e propositivo, scende più spesso a rete e alza il numero dei vincenti. Un break in apertura segna i primi tre set.

 

Bautista firma così il decimo successo contro un mancino in uno Slam in quindici partite e la 28ma vittoria della stagione: solo Roger Federer, Rafael Nadal, Stefanos Tsitsipas, Novak Djokovic, Daniil Medvedev e Matteo Berrettini hanno vinto di più dall'inizio dell'anno. Ha aspettato il 27mo Slam per la prima semifinale come Tomas Berdych, Andres Gomez, Ernests Gulbis, Ivan Ljubicic e MaliVai Washington.

Bautista, grande amico di David Ferrer che per lui ha avuto parole splendide, ha confermato ancora una volta, soprattutto all'inizio del quarto set, dopo l'accenno di rimonta dell'argentino, di esaltarsi nella competizione. Lo spiegava già nel 2016 Pepe Vendrell, coach, maestro e ormai quasi un fratello. “Roberto è un vincente, ha una grande determinazione e tanta voglia di raggiungere risultati importanti. L'impegno in allenamento l'ha portato a giocare in modo più intenso e aggressivo e a fare il salto di qualità. Cerchiamo di mantenere però sempre i piedi per terra, il nostro segreto sta nel dialogo, abbiamo un gruppo fantastico e questo rende Roberto un giocatore migliore”.

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Passa per essere un ragazzo introverso. È solo un tipo tranquillo, che a Wimbledon prende in affitto sempre la stessa casa, nella stessa famiglia, dal 2014: è a due passi dalla fermata della metro a Southfields, una decina di minuti di camminata dai campi di Church Road.

 

La sua passione rimangono, da sempre, i cavalli. Ne possiede sette. “Penso che siano molto impirtanti per me” diceva a marzi. “Ho sempre sognato di avere una casa grande con tutte le stalle per loro. Mi piace passare molto tempo con i cavalli quando sono a casa, mi aiutano a liberare la mente e cancellare lo stress della stagione”. Soprattutto dopo una sconfitta dura da accettare. È anche questo un modo per non lasciare che le sconfitte scavino sentieri di dubbi. Per continuare ad essere ogni giorno migliore del giorno prima. E che sarà, sarà.