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Campioni internazionali

“Bati”, la bestia nera di Djokovic

Lo spagnolo Roberto Bautista Agut a 31 anni è arrivato nei quarti a Wimbledon, come già a Melbourne. E – Pella permettendo - punta a sfidare in semifinale Djokovic, che ha battuto due volte su due quest’anno. Per una rivincita nel nome dell’amico ed esempio David Ferrer

di Vincenzo Martucci | 10 luglio 2019

Lo spagnolo che non t’aspetti nei quarti di Wimbledon, in realtà è il meno spagnolo, l’evoluzione migliore del giocatore ogni-superficie, forse il più raffinato tecnicamente. Si chiama Roberto Bautista Agut, è un soldato dell’Atp Tour dal 2005, ma solo in questa stagione, a 31 anni, è arrivato nei magnifici otto negli Slam, sul cemento degli Australian Open come sull’erba dei Championships, riavvicinandosi, da numero 21, al record personale in classifica: 13 il 17 ottobre 2016, dopo la finale più importante, persa contro Andy Murray allo Shanghai Masters, più giovane “top 20” dopo il fenomeno nazionale Rafa Nadal.

Ha battuto due volte Djokovic nel 2019

“Bati”, con le solide gambe di papà Joaquin, ex calciatore, e lui stesso incerto fino a 14 anni fra football (giocava nelle giovanili del Villarreal) e tennis, in realtà adora soprattutto i cavalli. Tanto da possedere una scuderia. Il solido spagnolo non brilla per colpi e per aspetto, né per fisicità e personalità. Ma non è un uomo e un tennista qualunque, chiedete a Novak Djokovic che ha battuto ben due volte su due, quest’anno, e che si staglia nel suo orizzonte anche a Londra, dopo i quarti. Perché batte re Nole I da Serbia? Perché, a fronte di una potenza non devastante e della mancanza di un colpo davvero definitivo, intorno a un ottimo dritto e a un discreto servizio, ha costruito un gioco completo. Compensando, nel tempo, i limiti sul rovescio con una copertura impressionante del campo, all’inseguimento dei suoi doli, Juan Carlos Ferrero e David Ferrer. Così, correndo e pensando, l’ha sorpreso nelle semifinali di Doha, quand’ha vinto il torneo all’alba del nuovo anno e poi ha confermato di essere la bestia nera del numero 1 del mondo a Miami, superandolo in tre set, dopo aver subito un duro 6-1 iniziale, mettendola sulla maratona di due ore e mezza, e portando a tre le tacche a suo favore nei testa a testa, dopo il successo di Shanghai 2016.

“Sicuramente sono più forte di quando ero numero 13 del mondo, ho più varianti e sono più solido”

Gli elogi di Toni Nadal

Il suo credo è semplice come i capelli tagliati sempre corti e la faccia pulita: “Cerco di essere sempre più completo, non punto a servire sempre a 200 all’ora, il tennis richiede che metti insieme tante cose, e io sicuramente sono più forte di quand’ero 13 del mondo, ho più varianti e sono più solido”. L’erba più lenta di Wimbledon 2019, per lui, nasce dal caldo: “Il rimbalzo più alto mi aiuta, speriamo che la pioggia arrivi dopo, ma so che arriva”. La sua dedizione al lavoro è talmente maniacale e professionale che quel duro di zio Toni Nadal l’ha elogiato pubblicamente, dopo l’exploit di gennaio agli Australian Open: “Le sue intense maratone di cinque set contro Murray e Millman lo riportano in alto, dopo i problemi personali dell’anno scorso, quando gli è morta la madre alla vigilia del Roland Garros. E’ un bravo ragazzo e un esempio di combattente da indicare ai giovani”. 

Ferrer come esempio

A Melbourne, “Bati” hainfilato anche Khachanov e Cilic, prima di cedere nei quarti a Tsitsipas. Poi ha stentato contro avversari possibili come Fucsovics, Basilashvili, Nishioka, Isner, Fritz, un po’ ha avuto tabelloni sfavorevoli incrociando Nadal, Berrettini, Fognini, Federer. Un po’ proprio non ha retto di nervi davanti a David Ferrer che abbandonava il tennis a Madrid lasciandogli la strada aperta. Ho avuto la fortuna di trascorrere molti momenti a Villena. Ho fatto quattro volte la preparazione pre-stagionale con Ferrero e per otto ho seguito le orme di David. Insieme, abbiamo condiviso incredibili momenti insieme, in campo come fuori”. Con lui ha giocato anche in doppio: “Siamo simili come giocatori, in campo abbiamo la stessa attitudine, siamo molto solidi, giochiamo bene da fondo, e abbiamo un rovescio simile”.

“Bati” che sussurra ai cavalli

“Bati” è un killer silenzioso e attento, un temibile stratega che analizza i punti deboli dell’avversario e ci lavora sopra. A Miami, nel match contro Djokovic che porterà per sempre dentro di sé, ha avuto più volte reazioni insolite, da duro, contro uno dei più duri: ha resistito di nervi alla sospensione per pioggia, ha resistito al braccio di ferro da fondocampo del serbo, ha avuto la meglio dopo scambi più lunghi. “Bati” ha la forza dei forti: “Penso che i miei cavalli siano molto importanti, ho lavorato duro tutta la vita perché avevo proprio il sogno di avere le mie stalle, dopo aver vissuto quell’esperienza da bambino, quando stavo dai nonni, ma non avevo certo la possibilità economiche. E oggi amo passare molto tempo con loro quando stacco la spina dalla stressante vita sull’Atp Tour e torno a casa. Mi aiutano molto a uscire dal tennis, chiarirmi la mente e avere un po’ di pace dopo allenamenti, partite, tornei e viaggi. Perché il tennis è uno sport molto duro che impone tanti sforzi, tanti sacrifici tanta concentrazione”.

Una rivincita Slam per l’amico David?

Nel segno di Ferrer. Che, quand’era all’acme della carriera, nelle semifinali degli Us Open 2012, aveva dominato il primo set contro Djokovic e sembrava padrone del campo, ma il tornado gli portò via il famoso avversario salvandolo dalla sconfitta. E, alla ripresa, non trovò più il bandolo della matassa. Chissà, magari Bautista Agut sogna una rivincita trasversale, in uno Slam.