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Campioni internazionali

Baghdatis, l'ultimo sogno

Wimbledon sarà l'ultimo torneo in carriera per Marcos Baghdatis, simbolo di un Paese diviso. Ha giocato una finale Slam e raggiunto i top 10 del ranking mondiale, ma rischia di essere ricordato soprattutto per due bellissime sconfitte

di Alessandro Mastroluca | 29 giugno 2019

Per capire Cipro bisogna attraversare la frontiera a Nicosia, l'ultima capitale divisa d'Europa. L'isola dove secondo la leggenda nacque Afrodite, dea dell'amore e della bellezza, è un monumento alla memoria di ferite che segnano la vita. Nei due nomi della capitale, Nicosia o Lefkoșa, si rispecchiano le due anime di una nazione con un'area occupata dai turchi nel 1974 e di fatto mai riconosciuta. Le due anime di Marcos Baghdatis, che a Wimbledon giocherà il suo ultimo torneo in carriera, con un primo turno tutt'altro che scontato contro Jan-Lennard Struff.

Baghdatis ha messo Cipro sulla mappa del tennis, che ha cercato di divertirsi e divertire. Nel 2006, quando l'isola contava una cinquantina di campi e poco più di 5 mila tesserati, ha giocato la finale all'Australian Open, la sua prima e unica in uno Slam, oltre alla semifinale di Wimbledon. Ma di lui restano soprattutto due partite perse: allo Us Open 2006 contro Andre Agassi, al suo ultimo successo in carriera, e all'Australian Open 2008 contro Lleyton Hewitt, il match concluso più tardi nella storia degli Slam.

La finale in Australia

“Ci sono tanti giocatori che vogliono arrivare dove sono io, che lo vogliono davvero e hanno il fuoco dentro”, diceva al mensile Australian Tennis Magazine dopo la sua unica finale Slam, a Melbourne nel 2006. Stava giocando con il timore di doversi fermare per il servizio militare obbligatorio, per il quale avrebbe ottenuto una lunga deroga. Ha intorno una claque rumorosa che comprende qualche zio e una ventina di cugini. Dopo la vittoria su Andy Roddick, doveva affrontare nei quarti Ivan Ljubicic, che due mesi prima aveva vinto la Coppa Davis con la Croazia. “Studierai il tuo prossimo avversario?”, gli chiesero. “Lo farà il mio coach, penso che dormirò con la mia fidanzata”, rispose. Avrebbe vinto, avrebbe battuto in cinque set anche David Nalbandian. Sarebbe diventato il più giovane finalista a Melbourne dopo Moya nel 1997. Sconfitto da Roger Federer, dirà di non sentirsi cambiato dopo quel risultato. “Non vedo perché dovrei diventare una persona diversa. Sono diversi solo gli occhi di chi mi guarda”.

13 settimane al top (10)

Resta se stesso mentre mutano gli orizzonti. Anche per questo sarà circondato da un affetto che prescinde dai risultati. Anche per questo i quattro titoli su dieci finali ATP (Pechino 2006, Zagabria 2007, Stoccolma 2009 e Sydney 2010) e le 13 settimane in top 10, con best ranking di numero 8, raccontano di ricordi e rimpianti, di qualche fiore non colto lasciato lungo la strada. Tutti vogliono arrivare in cima. Il giovane Baghdatis, numero 1 junior nel 2003, non faceva eccezione. Il padre Christos, arrivato a Cipro dal Libano, un altro di quei luoghi in cui dal valore dell'incontro è germogliata la paura dello scontro, si era pesantemente indebitato per permettergli di giocare. Lo allena fino ai 12 anni, quando Marcos passa prima sotto l'egida della federazione, poi sotto l'ala di Patrick Mouratoglou che in lui vede un approccio e un atteggiamento non comuni.

Lui e Agassi

Adora Pat Rafter, campione che come lui non ha oscurato la passione per il gioco con il desiderio del risultato, ma la sua storia rimane per sempre intrecciata con Andre Agassi. L'ha visto battere Ivanisevic e vincere il primo Slam dopo 22 anni e 22 milioni di palline colpite: la prima partita che abbia mai visto. “Mi ricordo esattamente il match point, quando Ivanisevic ha messo in rete la volée di rovescio. Andre era a terra, piangeva. Se mi avessero detto che avrei giocato contro di lui in quello che avrebbe potuto essere l'ultimo suo match in carriera, non ci avrei creduto”, disse nel cuore della notte del primo settembre 2006. Agassi aveva appena vinto il suo ultimo match, il secondo turno dello Us Open, dopo una battaglia di tre ore e quarantotto minuti. “Affrontavo Andre sull'Arthur Ashe in quella che avrebbe potuto essere la sua ultima partita. Volevo dare tutto, ero disposto a morire sul campo”.

Errori e ammissioni

Baghdatis ha iniziato a giocare per imitare i fratelli maggiori, Marinos e Petros, che hanno rappresentato Cipro in Coppa Davis prima che Marcos infilasse una serie di 36 successi di fila in nazionale tra il 2003 e il 2016: una serie interrotta dal tunisino Echargui. Ha chiuso dodici stagioni di fila in top 100, dal 2005 al 2016. Ha raggiunto almeno gli ottavi in tutti gli Slam e due semifinali nei Masters 1000, a Bercy nel 2007 e Cincinnati nel 2010, dopo aver battuto Nadal. Ricorda come un grande momento il successo su Roger Federer al terzo turno a Indian Wells del 2010. Ha cambiato preparazione atletica alla fine di quella stagione, ma di fatto non è più stato all'altezza del 2006. Quando è arrivato in top 10, ha ammesso, era circondato dalle persone sbagliate. Ha anche riconosciuto errori di programmazione e di comportamento, senza ulteriori dettagli, ha raccontato a Tennis Magazine. Gli infortuni non hanno certo aiutato.

Tennis show

Non si può dire fosse pigro, nonostante un fisico da gaudente. Perdere non gli piaceva, e a chi piace in fondo: come prova, può bastare il video delle quattro racchette spaccate contro Stan Wawrinka all'Australian Open del 2012. Ma, come gli intrattenitori, più della vittoria amava “Quando in campo c'è emozione. McEnroe, Connors, Agassi hanno dato tanto a questo sport, in campo succedeva sempre qualcosa”, diceva. Sposato dal 2012 con l'ex tennista Karolina Sprem, padre di due bambine, Zahara e India (ma ha cambiato i pannolini solo alla primogenita), ha continuato ad amare questo sport. La passione, infatti, non dipende dalla classifica. “Non si può dire che un tennista non ami il suo lavoro solo perché non è tra i primi cinquanta del mondo”, parole sue. Negli ultimi anni, però, lo scenario è cambiato. “Il tennis sta diventando troppo professionale, un po' noioso”, spiegava. “Sono tutti concentrati sulla vittoria. Io credo che dovrebbe essere un divertimento”.