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Campioni internazionali

Sogna, ragazzo, sogna

Roger Federer conquista Halle per la decima volta. Sarà testa di serie numero 2 a Wimbledon, dove vanta il record di partite giocate nell'era Open. "Mi sento come se avessi dieci anni" ha scritto su Instagram. La Next Gen dovrà aspettare ancora

di Alessandro Mastroluca | 24 giugno 2019

"E' incredibile, per qualche ragione non pensavo che sarebbe successo di nuovo". E invece Roger Federer ce l'ha fatta di nuovo. E' riuscito a ingannare il tempo, a posare per la decima volta accanto all'ingombrante, vistoso trofeo di Halle. Un peculiare trofeo gialloverde, ma meglio non parlare di governi e soprattutti di cambiamento. Non è tempo per voi, speranze della Next Gen. Perché la domenica del tennis ha restituito due trentasettenni, Federer e Feliciano Lopez che al Queen's ha vinto singolo e doppio con Murray, non ancora pronti a lasciar spazio al futuro.

 

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Si sente ancora giovane, ha scritto su Instagram, "come se avessi ancora dieci anni", l'età che avranno fra un mese le figlie, le gemelle Myla e Charlene. Come ha scritto la scrittrice Sandra Cisneros nel racconto Eleven, ne avranno anche "nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno. Perché il modo in cui si cresce (...) è un po' come i cerchi dentro i tronchi degli alberi".

 

Quel che sei stato continua a vivere in quello che sei e in ciò che sarai. Nel Federer che conserva lo stupore per un successo inatteso alberga ancora il giovane che all'inizio nessuno avrebbe immaginato campione. Resta il diciottenne che a Halle ha debuttato all'avvento del terzo millennio, nel 2000. Nessuno degli avversari in tabellone gioca ancora. In compenso c'erano Ivan Ljubicic, il suo coach, e Thomas Johansson, l'allenatore di David Goffin che lo considera il suo vero idolo e in finale si è sciolto dopo il primo set.

 

Solo alla fine, ha detto, ha realizzato davvero di aver vinto il titolo a Halle per la decima volta, come mai gli era riuscito altrove, come solo a Rafa Nadal era riuscito in un singolo torneo nella storia del gioco. Ha iniziato nel 2003, alla quarta partecipazione. Rimonta un set allo spagnolo Fernando Vicente al secondo turno e al russo Mikhail Youzhny in semifinale, domina in finale il tedesco Nicolas Kiefer e festeggia il primo titolo sull'erba. E' un cambio di passo, l'inizio di una storia diversa, il preludio al primo Wimbledon, che è anche il primo Slam.

 

Ai Championships si ripresenterà per la 77ma volta in uno Slam. Era testa di serie numero 1 l'anno scorso, sarà numero 2 stavolta. Non gli succedeva di rientrare tra i primi due favoriti del seeding di Wimbledon per due anni di fila dal 2009-2010. A Church Road ha giocato più partite di tutti, 107, cinque più di Connors, l'unico altro giocatore che nell'era Open sia sceso in campo più di cento volte in uno stesso Slam (102 a Wimbledon, 115 allo Us Open). Ha raggiunto 16 quarti di finale, record nell'era Open nella storia del torneo, e 12 semifinali.

 

Prima dei Championships, ha detto in conferenza stampa dopo la vittoria su Goffin, "prima di tutto mi prenderò un po’ di riposo. Parlerò col mio team per capire se meglio uno, due o tre giorni. Non ne sono certo ma credo che sarò testa di serie n.2 a Wimbledon. Nel caso, il mio primo turno sarà Martedì e quindi avrei un giorno di riposo in più. Per il resto, quando ho vinto qui ad Halle poi ho ottenuto sempre o quasi sempre ottimi risultati ai Championships. Inoltre mi sento bene fisicamente e alla mia età è importante rendermi conto che posso giocare cinque match in sei giorni e poi essere al meglio la domenica".

 

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A Wimbledon, aveva spiegato nel corso della settimana, si scambia da fondo più di quanto si sia visto a Halle. Si giocherà in condizioni più simili a quelle che hanno prodotto lo scambio da 49 colpi tra Gilles Simon e Daniil Medvedev nella semifinale del Queen's. Per questo, come ha detto in settimana, magari a Wimbledon si vedrà quanto l'essere tornato a giocare sulla terra rossa possa tornargli utile anche sull'erba. Anche su una superficie che non perdona.

 

“Quando hai molte opzioni puoi adattarti a molti avversari e il tuo margine è più alto” ha detto lo svizzero, che sull'erba ha vinto 19 titoli, più di tutti, e 181 partite, appena quattro in meno del record all-time di Jimmy Connors.

 

A Halle, aveva spiegato alla vigilia, era venuto per vincere. Ma quella nota di stupore non artefatto per aver poi vinto davvero c'è la misura di un campione che ha reso normale la meraviglia. Anche per chi giorno dopo giorno assiste alla riproducibilità dell'arte. In allenamento, spiegava qualche anno fa il suo preparatore storico Pierre Paganini in un'intervista al New York Times, “riesce sempre a stupirmi. Ma ormai non mi sorprendo più. So che comprende e apprende con enorme rapidità. Gestisce talmente bene la complessità di certi esercizi fisici che mi costringe a essere sempre creativo. Bisogna sempre aumentare la difficoltà perché sia stimolato”.

 

È un artista appassionato e consapevole, che sa cosa serve per eseguire ancora assoli e virtuosismi. Non è diverso, spiegava ancora Paganini, dalle grandi étoile del balletto che in scena portano l'eleganza e la grazia ma dietro nascondono impegno e allenamenti durati anni. Il trionfo di Lopez e Federer, i due più anziani vincitori di un torneo ATP dalla vittoria del 43enne Ken Rosewall a Hong Kong nel 1977, racconta anche la specializzazione sempre più intensa che il tennis richiede. La combinazione di fattori atletici, tecnici e mentali che serve per raggiungere la vetta, la quantità e la qualità dei progressi che si possono compiere dopo i 30 anni, sposta in avanti i limiti delle carriere. Si scambia meno, si gioca sempre meglio e sempre più a lungo. Ai ragazzi di ogni età restano sogni più grandi. Non sempre con la pazienza che serve per realizzarli.