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Campioni internazionali

La sfida di oggi: Attenti a Goffin, campione “mimetico”

Rallentato nel recente passato da infortuni, il belga ex numero 7 del ranking mondiale è un avversario pericoloso: rapido di gambe e braccia, e con maggiore propensione offensiva con accanto coach Thomas Johansson

di Vincenzo Martucci | 22 giugno 2019

David Goffin è il campione dei campioni mimetici: sembra molto meno di quello che è. Sin dall’altezza, col suo metro e 80 che maschera con quello sbracciare con le spalle curve per nascondere i colpi e caricarli di effetti e potenza. Sembra meno resistente e meno offensivo di quanto dimostri in campo, soprattutto nella repentina transizione, dalla difesa all’attacco, con la quale ricatapulta al mittente tutta la sua potenza con un micidiale boomerang: chiedere conferma a Sasha Zverev.

Eccellente in risposta e nelle palle break

Infatti radio-spogliatoio gli riconosce grandi capacità, dalla risposta e dalla capacità di convertire le palle break, per continuare con la sagacia nel palleggio da fondo, con un solido dritto e un rovescio a due mani di prima qualità. Per cui quell’etichetta odierna di numero 33 del mondo, per chi nel novembre 2017 è stato anche 7 - quand’ha sbandierato un eloquente 53.9% sulla seconda di servizio degli avversari e a sua volta battute che viaggiano anche a 202 all’ora - rappresenta un’ulteriore mimetizzazione di pericolose qualità nascoste.

In “regia” un coach come Thomas Johansson

Insomma, il 28enne belga cresciuto nel mito ed allevato nell’amicizia e nella ricambiata stima umana e professionale con Roger Federer, è davvero un avversario pericoloso. Ancor di più con la saggia regia di coach Thomas Johansson, già solido ed intelligente atleta svedese, campione di un miracoloso Australian Open 2002 e semifinalista a Wimbledon 2005, col quale collaborava già nel 2016, che ha strappato al collega Filip Krajinovic.

Rallentato da infortuni e incidenti di percorso

E’ stato sfortunato, Goffin: dopo l’operazione al polso sinistro del settembre 2013, ultimamente s’è bloccato più volte, anche per incidenti imprevedibili. Ha saltato sei settimane nel 2017 per una brutta storta alla caviglia destra al Roland Garros, quand’è inciampato su un telone anti-pioggia ripiegato male a fondocampo, quindi, al rientro in campo, ha vinto Shenzhen e Tokyo, ed è arrivato in finale al Masters. Ma, all’alba dell’anno scorso, s’è dovuto fermare altre quattro settimane per una pallata all’occhio sinistro che si è auto-procurato steccando una volée su un violento passante di Dimitrov, a Rotterdam. Una botta che gli ha comportato una serie di problemi anche di equilibrio, pregiudicandogli la stagione. Che poi s’è guastata definitivamente per i problemi al gomito, e altre cinque settimane in infermeria, fino a scoprire che il problema era addirittura una frattura.

Maggior propensione offensiva

Ma ha pianificato un nuovo, definitivo, rilancio ad alto livello, in cinque anni, partendo dalla fase offensiva. Che ha enormemente migliorato, passando per servizio più efficace e più frequenti discese a rete, seguendo le indicazioni di coach Johansson che era alto anche lui 1.80, anche lui sapeva sprigionare servizi molto potenti ed era molto solido. E, curiosamente, si è fermato alla classifica record di numero 7 del mondo, proprio come “La Goff” (come lo chiamano i suoi), pur vantando quel successo inatteso nei Major, sfruttando le distrazioni della cicala Marat Safin (ricordate le conturbanti “Safinettes” che si portava in tribuna a Melbourne?).

Terza semifinale nel 2019 per il belga

Quest’anno, fino al torneo di Halle, Goffin aveva raggiunto due semifinali – fermato da Tsitsipas a Marsiglia e all’Estoril - ma nei tornei più importanti non era mai andato oltre il terzo turno, stoppato spesso da avversari potenti: Medvedev a Melbourne, Monfils a Rotterdam, Struff a Barcellona, Del Potro a Roma, Nadal al Roland Garros (ma strappandogli il primo set), cedendo però anche contro avversari possibili come Berankis, Krajinovic, Lajovic, Tiafoe, Caruso, Fucsovics e Mannarino. Poi ha trovato disco verde sull’erba, esaltandosi contro il picchiatore acerbo e testardo Sasha Zverev. L’avversario ideale per cervello fino, gambe e braccia rapide come le armi dell’arsenale belga. Un'enigma non facile da risolvere per Matteo Berrettini.