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Campioni internazionali

Dossier: i fantasmi del Serve and Volley

Oggi si contano sulle dita di una mano i giocatori che ‘battono e scendono’ sistematicamente. Ma ci fu un tempo in cui era la norma: da Tony Roche a Pat Cash, da John McEnroe a Stefan Edberg, passando per Sampras, Rafter e (in parte) Federer. Come funzionava (e perchè non funziona più) questo stile leggendario

di Marco Mazzoni | 19 giugno 2019

Quando arriva la stagione del tennis su erba l'appassionato non può restare indifferente. Sarà per la violenta scossa cromatica che colpisce lo sguardo, ormai assuefatto al rosso fuoco della terra dopo settimane di battaglie all'ultimo scambio. Sarà per quel suono ovattato, che rende l'atmosfera dei match sui prati quasi “mistica”. Sarà per quei rimbalzi irregolari, non veloci come un tempo ma imprevedibili, che spingono i giocatori a rischiare tempi gioco più rapidi. Sarà questo mix di caratteristiche innate che rende le poche settimane di tennis “on grass” qualcosa di affascinante e irrinunciabile.

Tanto che dopo troppi anni di tour verde ridotto al minimo e di un gioco impoverito, standardizzato ed omologato, è tornata fortissima la voglia di erba, di tennis sui prati. Voglia di assistere a un gioco meno muscolare e più vario, istintivo. Ripensando a tutto ciò, tornano in mente le immagini dei giocatori 'serve and volley', quelli che sistemticamente 'battevano e scendevano', che su erba erano maestri... Gli appassionati più giovani, di fatto, non li hanno mai visti. Chi erano costoro?

“C’era una volta il Serve and Volley…”

I veri tennisti d’attacco erano l'avanguardia della specie. Impavidi guerrieri che sfidavano i passanti avversari aggredendo il campo da gioco nei pressi della rete, con veemenza e una certa eleganza. Funamboli della prima ora, atleti non sempre così potenti ma molto elastici, esplosivi e reattivi.

Tennisti dotati di mano “educata” per gestire in una frazione di secondo la risposta del rivale. Mai banali ed estremamente coraggiosi, non accettavano lo scambio da fondo, correndo in avanti al primo spiraglio, attratti dal suadente sibilo di una palla di feltro in avvicinamento.

Erano una razza purissima perché attaccanti si nasce dentro, spinti dall’adrenalina e dalla voglia di dominare il campo, di non lasciare mai l’iniziativa al rivale.

I grandi australiani degli anni '70, come Tony Roche o John Newcombe, scherzavano tra loro dicendo “l'ultimo che arriva a rete, paga la birra a tutti...”. Questo il mood del loro di stare in campo.
L'ultimo che arriva a rete paga la birra a tutti, si diceva una volta...

A rete era un rischio? No, tennis percentuale

Quando il tennis è nato, andare a rete era soprattutto un’esigenza pratica. Campi non perfetti, materiali non così precisi e affidabili, rendevano assai più interessante, meno faticoso e percentualmente vincente cercare di abbreviare lo scambio correndo a rete ad intercettare al volo una palla interlocutoria dell’avversario, che tentare un improbabile colpo vincente da fondo.

Il topspin non era incluso nel vocabolario del gioco, e nemmeno il rovescio bimane. La palla veniva perlopiù accarezzata, non colpita con forza devastante.

Il tennis si è evoluto: da passatempo per ricchi un po' snob è diventato cosa seria, uno sport a tutti gli effetti, con la componente tecnica, atletica e mentale spinta sempre più al limite. Tanto che i tennisti si sono presto specializzati, cercando di ottimizzare le proprie capacità per massimizzare il risultato.

Ecco che giocatori veloci, dotati di buona sensibilità e minor potenza diventavano attaccanti naturali, coniugando una duplice esigenza: esaltare le proprie capacità di toccare la palla, cercando l’angolino dove il rivale non può ribattere; “scappare” dalla riga di fondo, per evitare di esser martellati sul colpo più debole.
Quindi attaccare la rete significava anche “difendersi” dalle proprie debolezze, classico esempio di tennis percentuale moderno. Pat Cash, campione di Wimbledon 1987, era spesso discontinuo con i suoi colpi da fondo, giocati con una tecnica molto personale, mentre di volo non sbagliava un colpo, idem con lo smash. Naturale che il serve and volley fosse la sua religione, con volée di diritto magistrali. In tempi più recenti, Tim Henman (uno degli ultimi esempi di serve and volley) eccelleva nei colpi di volo, mentre diritto e rovescio erano eleganti ma un po' “leggeri”; molto più redditizio per lui scappare dalla riga di fondo e correre in avanti.
Chi si trovava ad affrontare un tennista serve and volley puro era costretto a giocare ogni punto sotto pressione

"L'arte della guerra"

Questa tattica spregiudicata si trasformava in un incubo per il rivale.

Chi si trovava ad affrontare un tennista serve and volley puro era costretto a giocare ogni punto sotto pressione: indispensabile servire bene, altrimenti il giocatore di rete era pronto a correre in avanti già dalla risposta, guadagnando la posizione preferita in campo; era necessario rispondere bene, pena subire un comodo vincente dalla volée dell’attaccante, che avrebbe sistematicamente seguito la propria battuta verso il net.

Diventava essenziale giocare ottimi passanti o pallonetti, per non subire altrettanti comodi vincenti. Il tutto con tempi di gioco ridotti all'osso, senza il tempo di imbastire una tattica o prendere ritmo grazie agli scambi.

Del resto “la miglior difesa è l’attacco”, predicava Sun Tzu (mitico autore de “L’arte della guerra”). Ecco un sunto in puro stile “Bignami” sui vantaggi tattici del classico schema serve & volley.

Un tennis affascinante dal punto di vista estetico, perché i gesti erano molto rapidi, assai coordinati e quasi mai muscolari.
Un'armonia tecnica che produceva un gioco senza lunghi scambi, nessun attendismo e continui “Blitzkrieg” di incursioni a rete e rappresaglie di colpi da fondo campo. Il contrasto di stili è da sempre garanzia del miglior spettacolo, come testimonia la leggendaria rivalità tra Borg e McEnroe, ad esaltare i passanti dell'orso svedese e le magie sotto rete del newyorkese.

Tecnica sopraffina e coordinazione

Tecnicamente, che giocatori erano i serve & volley?

C’era varietà. I veri attaccanti erano tennisti istintivi, nati e cresciuti correndo a rete, quindi sviluppando spesso una tecnica esecutiva molto personale, con aperture minime tese a toccare la palla più che a colpirla con la massima potenza.

Dominando l'istinto e con tempi di gioco ridotti al minimo, si creavano stili unici, difficilmente replicabili. L'unico aspetto che li accomunava era la velocità d’esecuzione.

Un efficace serve & volley presuppone reattività, rapidità di esecuzione del colpo.

Già dalla risposta, per aggredire subito la rete; indispensabile nella volée, per reagire ai passanti avversari con tocchi morbidi o ficcanti opposizioni a chiudere.

La tecnica al volo poteva essere la più varia: dal giocatore “sensibile”, che accarezzava la palla accompagnando il gesto (come il tedesco Michael Stich o la compianta ceca Jana Novotna), a quello più muscolare che invece si avventava sulla pallina di puro istinto e timing (Boris Becker e Yannick Noah, per citarne un paio).

“I grandi giocatori di rete si valutano dalla “prima volée”, così sentenziavano gli esperti della disciplina. La “prima” volée… a pensarci oggi fa sorridere! Quando lo stile di gioco era ancora in auge, attaccare la rete in modo sistematico presupponeva una corsa in avanti che portava il tennista ad eseguire la prima volata poco dentro la riga del servizio.

Quasi impossibile chiudere il punto da quella posizione, a meno di una magia di tocco o di un angolo improvvidamente lasciato libero dal rivale. Ecco che il tennista serve & volley, nella sua corsa verso la rete, eccelleva nel toccare al volo la palla con precisione, piazzando una volée sì interlocutoria ma tatticamente ideale a proporre una palla difficile da rigiocare per il rivale. Si cercava di stuzzicare il colpo più debole dell'avversario, oppure lo si costringeva a tirare un passante ad alto rischio, in corsa/fuori equilibrio.


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Nel frattempo l’attaccante guadagnava una posizione ideale sulla rete, per chiudere l’angolo al passante del nemico. Stefan Edberg era un maestro in questa situazione: riusciva a toccare di volo in avanzamento piazzando la palla nella zona di campo più complicata per l'avversario, continuando la sua corsa in avanti e frenando al momento giusto. Dalla posizione ideale sulla rete, la sua seconda volée era definitiva. La “prima volée” è praticamente scomparsa, perché coloro che oggi si avventurano a rete lo fanno “a chiudere”, portati avanti dall’inerzia dello scambio.

Colpo di approccio e servizio

Il nostro eroe della rete riponeva molta della sua fortuna sulla qualità del colpo di approccio, altra esecuzione oggi rara nel senso “classico” della giocata. Era una palla di velocità media, spesso giocata o con il classico rovescio in back, che rimbalzava molto basso schizzando via, o con un dritto piatto tirato vicino alla riga, o un diagonale stretto.

Un’esecuzione che serviva al tennista serve & volley per guadagnare il tempo per correre a rete, seguendo la direttrice dell’attacco e così chiudere il campo al rivale, mettendolo in una condizione di svantaggio, costretto a tirare un passante difficile.

Negli Anni '80 l'americano Tim Mayotte era bravissimo a rubare il tempo, appoggiandosi con il suo rovescio in back al colpo dell'avversario e correre in avanti.

Negli Anni ’90 Pat Rafter fu uno degli ultimi campioni ad eseguire approcci a rete perfetti, sia con rovesci tagliati che schizzavano via, che colpendo dritti precisi in avanzamento, spesso improvvisi lungo linea.

Colpi assai difficili, visto che i vari Agassi, Sampras e compagnia sparavano bordate micidiali da fondo campo, rendendo la soluzione d'approccio molto complicata.

Oggi si spinge con così tanta potenza ed anticipo che non c’è proprio il tempo di seguire il colpo a rete, pena esser pizzicati a metà campo nella cosiddetta “terra di nessuno”. Oppure si opta per l'accelerazione a tutto braccio, e addio volée.

Campo… aperto

Altro aspetto tecnico fondamentale era la battuta. Il vero tennista serve & volley doveva servire molto bene per aprirsi il campo e mettere in difficoltà il ribattitore, ma con palle non troppo veloci perché necessitava del tempo per arrivare il più possibile vicino al net, pena dover affrontare una risposta altrettanto rapida e troppo lontano dalla rete per eseguire una volée efficace. Quindi si preferiva uno slice tagliato ad uscire, oppure un servizio improvviso al corpo, o un effetto kick per far saltare molto alta la palla e quindi rendere difficoltosa una risposta potente.

Meglio ancora un sapiente mix delle varie esecuzioni, per essere imprevedibili e non dare ritmo al ribattitore. Kevin Curren, finalista a Wimbledon 1985, era un maestro nel governare i tagli, con servizi non così potenti ma estremamente vari e precisi, ad esaltare il suo classico serve and volley.

 

Pete Sampras a Wimbledon, quando non cercava l'Ace, era bravissimo ad aprirsi il campo, neutralizzando le migliori risposte della sua era, inclusa quella di Andre Agassi.

Quando chiedevano a Percy Rosberg - storico coach dell'epopea vichinga tra '70s e '80s - quale fosse il segreto delle perfette volée di Stefan Edberg, l'ultimo “S&V Hero” dell'era moderna, rispondeva “l'equilibrio e la posizione, quindi i piedi”.

Come dargli torto. I migliori giocatori di rete erano straordinari nella capacità di muovere velocemente i piedi: una serie di piccoli passi in avanti incontro alla palla, grazie a cui mantenere l'equilibrio cercando di portare tutto il corpo e il braccio-racchetta all'impatto ideale.

Una volée eseguita con la racchetta in allungo, lontana dal baricentro, non permette mai un controllo pieno; i veri “draghi” del net invece restavano estremamente centrali, con il corpo che si avventava sulla palla in equilibrio, con le gambe leggermente piegate e la racchetta mai troppo lontana dal busto.

Stefan Edberg in quasi tutti questi aspetti era insuperabile tra i giocatori moderni, una vera Treccani del gioco di volo e della sua interpretazione tecnico-tattica. Non John McEnroe, troppo artista, un Picasso con racchetta che pennellava d’istinto e di nervi giocate irripetibili.

Perché sono scomparsi?

I classici tennisti serve & volley erano acrobati con racchetta. Volavano sul campo giocando traiettorie ficcanti e imprevedibili, impreziosite da tocchi magistrali sulla rete a pizzicare l’angolo aperto, o rischiando beffarde soluzioni di tocco con la palla che scavalcava appena la rete e ne moriva al di là, imprendibile colpo d’autore giocato di polso dosando forze e geometrie. Gambe flessibili, istinto, coraggio, reattività, sensibilità. Queste erano le loro armi.

Perché sono scomparsi? Il tennis è cambiato, per “colpa” dei materiali e della componente atletica, sempre più predominante. Oggi si tira col massimo della forza in ogni situazione.

La palla corre troppo veloce e pesante per essere seguita a rete con velocità e rigiocata in modo vincente; le traiettorie sono cariche di topspin vigorosi, difficilissimo gestirle con una volée di tocco. A rete si subiscono bordate da cui ci si deve “riparare”, altro che aggredire...

Da fondo campo si ha il vantaggio di poter trovare angoli stretti prima impensabili con racchette, corde e palle d’altri tempi (di 15 anni fa, non degli anni '60!). La potenza e la velocità del gioco attuale hanno di fatto pensionato lo stile di tennis che ha reso immortali i grandi australiani “in bianco e nero”, e campioni amatissimi come Edberg, Becker, McEnroe e tanti altri. Pat Rafter è stato l'ultimo grande campione capace di alzare trofei dello Slam grazie ad un serve and volley muscolare ed istintivo.

Oggi un rarissimo esemplare di tennista serve and volley è Mischa Zverev, fratello maggiore di Sasha, capace di strappare i quarti di finale all'Australian Open 2017 e a Roma 2009, quando stregò il pubblico del Foro con tennis d'antan, come non si vedeva da qualche lustro.
Adesso ti arrivano dei traccianti complicati da gestire di volo, è più semplice e redditizio attaccare dal fondo

PAROLA DI FEDERER...

Federer ha dichiarato più volte di voler tentare più spesso la via della rete in partita, ma nemmeno un tennista dotato di tecnica e classe pressoché divina riesce a produrre serve and volley con continuità perché “ti arrivano dei traccianti complicati da gestire di volo, è più semplice e redditizio attaccare dal fondo, magari scendere a rete ogni tanto, a sorpresa”. Se non ci riesce lui…. Quindi addio 'serve and volley', e senza una rivoluzione nelle attrezzature o nelle condizioni di gioco sarà quasi impossibile che torni a essere una tattica efficace. Solo nostalgia, o effetti collaterali di un progresso al contrario?