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Campioni internazionali

"Shapo", quando sarai pronto?

Il mancino canadese era atteso da un'importante verifica nei tornei su erba per riscattare l'ultimo periodo non proprio brillante per uno con il suo talento: al Queen's ha sbattuto su Del Potro. Denis è un po' McEnroe e un po' Federer: sarà Wimbledon la svolta?

di Vincenzo Martucci | 19 giugno 2019

“Shapo” insiste. "Shapo" non accetta le cose semplici, "Shapo" adora la sua diversità, "Shapo" preferisce essere libero e divertirsi, in campo, piuttosto che imbavagliarsi per inseguire il risultato attraverso una crescita soft, e perciò continua ad cercare soluzioni nuove da fondo e poi buttarsi a rete, rischiando lob beffardi e passanti in faccia. Questo, dice radio-spogliatoio, quando il discorso cade su Denis Shapovalov, il Next Gen biondo che promette di trasformare in oro quello che tocca. In virtù di un talento assolutamente unico, diverso, imprevedibile, come forse solo quello di John McEnroe prima di lui. Guarda caso un altro mancino che andava contro corrente col rovescio a una mano, che effettuava con un saltellino vietato da qualsiasi scuola tennis, e un servizio assolutamente personale, e inimitabile. Genius si esaltava sull’erba, e sciorinava tutta la sua arte nella fulminea transizione difesa-attacco. Shapo sembra fatto apposta per fare altrettanto, ma deve ancora trovare la formula giusta. Anche se è proprio su questa superficie che si attende il semaforo verde verso l’Olimpo del tennis. Proprio com’era successo da aspirante stregone vincendo  Wimbledon junior 2016, battendo De Minaur, e arrivando in finale anche in doppio, con l’amico del cuore Felix Auger Aliassime.

Esame Delpo

Quando succederà? La settimana scorsa, a Stoccarda, ha perso subito, contro il solido, coriaceo, tedesco Struff, un giocatore di media grandezza che è la sua bestia nera, visto che ci aveva appena perso anche sulla terra rossa di Montecarlo e del Roland Garros. Ora al Queen's Club ha sbattuto su Juan Martin Del Potro. Anche l’anno scorso l’erba non gli è stata affatto favorevole: battuto d’acchito dall’indiano Gunneswaran a Stoccarda, da Muller al Queen’s, e al secondo turno da Mischa Zverev ad Eastbourne e da Paire a Wimbledon. Eppure l’incrocio con Juan Martin Del Potro sembrava ideale per misurare le sue ambizioni ed esaltare le sue qualità: lui così veloce e creativo contro il panzer argentino della micidiale potenza, come il Tom e Jerry dei comics. Però vanno tenute presenti alcune memorabili perle di Delpo sull’erba: dai cinque set dei quarti dell’ultimo Wimbledon contro Rafa Nadal a quelli della semifinale 2013 contro Djokovic alle ultime due partite dell’Olimpiade di Wimbledon 2012, quando si arrese solo per 19-17 al terzo set a Federer e strappò la medaglia di bronzo all’orgogliosissimo figlio di Serbia, Novak Djokovic.

Tutta colpa di mamma

Qualcuno dice che il problema di Denis è mamma Tessa, qualcun altro sostiene che è la sua forza. Di sicuro, sia che il coach di turno si chiami Adriano Fuorivia, o l’ex giocatore e poi ex capitano di coppa Davis, Martin Laurendeau, o Rob Steckley, o ancora Fuorivia che l’aveva accompagnato nei primi quattro anni da junior ed è appena tornato con lui, mamma è sempre nei paraggi, in qualsiasi allenamento, in qualsiasi torneo, in qualsiasi players lunghe del mondo. Mamma gli ha messo la racchetta in mano a 5 anni, gli ha insegnato il rovescio a una mano che fa tanto griffe, come i capelli lunghi compressi dal cappellino, e quelle invenzioni balistiche da fondo campo da 300mila follower adolescenti su Instagram. Mamma annuisce e accarezza, ma soprattutto sceglie, decide, parla, parla tantissimo coi coach chiamati a rifinire il diamante grezzo di casa. Una pietra dalle mille luci, così come tante sono le componenti del suo dna che più cosmopolita non si può: papà Viktor e un uomo di affari russo di religione cristiano-ortodossa, mamma, ex tennista ed allenatrice ebrea russa, è emigrata a Tel Aviv, dove Denis è nato il 15 aprile 1999, ma ha lasciato Israele, giudicandolo troppo pericoloso per crescerci i figli e si è trasferita a Toronto, in Canada, quando il bimbo aveva appena nove mesi. Cosicchè Denis parla inglese e russo e, come residenza fiscale, ha scelto Nassau, nelle Bahamas, con le sue onde e il windsurf, importanti almeno quanto i beniamini del basket, i Toronto Raptors che hanno appena vinto il titolo Nba. E come le sue fughe dalla realtà tennis, anche durante i tornei, tra passeggiate in città e centinaia di foto-ricordo che posta su Instagram.

L'idolo è "King Roger"

Il suo idolo si chiama Roger Federer. Il suo asso nella manica si chiama Felix, col quale ha cullato i sogni di gloria e i problemi degli inizi da pro. Ospitandolo alla Richmond Hill Tennis Club e poi alla “Tessa Tennis” a Vaughan, sobborgo settentrionale di Toronto, gestita da mamma. Confrontando il suo anomalo servizio-volée coi passanti dell’amico. Testardo, con un certo John McEnroe. Aspettando il test-Del Potro.